CASO MONDADORI/ Berlusconi vs De Benedetti: una lunga sfilza di leggi ad personam

Signori e signore, ecco a voi (ancora una volta!) lo scandalo Mondadori. In questi giorni, infatti, è tornata di primissimo piano la vicenda della casa editrice di Segrate, per la quale Berlusconi e i suoi fidi alleati di Governo hanno tentato (ancora una volta!) di inserire nella manovra finanziaria una legge ad aziendam e ad personam. Una lunga storia, quella del caso Mondadori-Fininvest-Cir, che ripercorriamo a partire dai ruggenti anni ’80, fino alla sfilza di leggi costruite su misura perchè il Premier evitasse grane giudiziarie.

di Carmine Gazzanni

silvio_berlusconi_vs_de_benedettiMa, per poter capire meglio quello che è successo nel corso degli anni e come il nostro Presidente abbia abilmente evitato la condanna, procediamo gradualmente. Dagli anni ottanta Silvio Berlusconi comincia ad acquisire azioni della Mondadori. Nell’87 muore il Presidente della Mondadori, Mario Formenton, e si apre un periodo di contrasti per la successione alla presidenza. Soltanto un anno dopo ecco il colpo di spugna: Berlusconi acquista le azioni di Leonardo Mondadori e dichiara da quel momento di essere uno tra i maggiori azionisti della casa editrice, insieme alla famiglia Formenton e alla Cir di De Benedetti. Proprio quest’ultimo, però, aveva raggiunto precedentemente un accordo con la stessa famiglia Formenton per la cessione delle sue azioni. Tuttavia, i Formenton, ad un tratto, cambiano radicalmente idea schierandosi dalla parte di Berlusconi, che, in questo modo, diventa nuovo Presidente Mondadori. Ma questo non va giù a De Benedetti che ricorre alle sedi giudiziarie, forte dell’accordo scritto con i Formenton.

Il 20 giugno 1990 si ha il primo verdetto: l’accordo tra De Benedetti e i Formenton è ancora valido a tutti gli effetti, le azioni Mondadori devono tornare alla Cir e, di conseguenza, Silvio Berlusconi deve abbandonare la presidenza. Ma Berlusconi non si arrende e ricorre alla Corte di Appello di Roma, impugnando la sentenza. La I sezione civile, chiamata a pronunciarsi, vede tra i giudici che dovranno pronunciarsi anche Vittorio Metta. Il 24 gennaio 1991 la sentenza: una parte dei patti dell’accordo del 1988 tra i Formenton e la CIR è in contrasto con la disciplina delle società per azioni. Di conseguenza è da considerarsi nullo l’intero accordo, e quindi anche il lodo arbitrale. La sentenza annulla il precedente verdetto e consegna nuovamente le azioni della Mondadori in mano alla Fininvest di Berlusconi (per la protesta di alcuni giornalisti interverrà l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti che convocherà le parti per trovare un accordo: alla fine “La Repubblica”, “L’Espresso” e alcuni altri periodici locali tornano alla Cir).

Ma a questo punto accade l’imprevisto. Nel 1995, per alcune dichiarazioni di Stefania Ariosto, la magistratura comincia ad avere dubbi sulla genuinità della sentenza. Cosa dichiara Stefania Ariosto? Innanzitutto che il giudice Metta è amico intimo di Cesare Previti, avvocato di Berlusconi, e di aver sentito parlare di tangenti i giudici romani. Si apre un filone di indagini a riguardo: i giudici di Milano scoprono che, tramite una delle società off-shore di Berlusconi, All Iberian, c’è stato un lungo giro di soldi, destinati a Previti (circa tre miliardi di lire) e da qui 400 milioni avevano percorso un nuovo giro fino ad essere destinati ad un beneficiario misterioso. Secondo i giudici è proprio il giudice Metta che, poco dopo, si dimetterà da giudice e andrà a lavorare nello studio, guarda un po’, proprio di Previti.

Dopo un lungo processo si arriva, nel 2007, alle condanne in Cassazione. Gli avvocati di Silvio Berlusconi, Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora, vengono condannati per corruzione giudiziaria ad un anno e sei mesi; il giudice Vittorio Metta, invece, viene condannato per corruzione a 2 anni e 9 mesi.

E Silvio Berlusconi? Nel frattempo, come sappiamo, aveva fatto carriera. Comincia a questo punto l’impressionante serie di leggi ad personam che hanno permesso al Cavaliere di evitare condanne.

Le “prove regine” della corruzione dei giudici da parte di Berlusconi attraverso i suoi giudici sono le contabili bancarie giunte per rogatoria dalla Svizzera, che dimostrano i passaggi di denaro far le aziende e gli avvocati e gli avvocati e i giudici. Si comincia, allora, con l’emergenza rogatorie: tutti gli atti trasmessi dalle autorità giudiziarie straniere che non siano “in originale” sono inutilizzabili. Peccato che, come affermò Bernard Bertossa , procuratore generale di Ginevra, “è impossibile trasmettere l’originale […] ciò di cui disponiamo è sempre un tabulato stampato, cioè una copia”. Chiaramente la legge è retroattiva, ovvero valida da subito anche per i processi già in corso. Per la prima volta, dunque, in decenni di storia del diritto viene violato il principio del “tempus regit actum”: non si possono cambiare le regole a partita iniziata. Risultato: centinaia di processi basati sulle rogatorie saltano e, chiaramente, tra queste diventano inutili anche i documenti con le imbarazzanti dichiarazioni sui movimenti nei conti correnti esteri fatte con Berlusconi da Previti, Squillante e dal responsabile dei servizi finanziari di Mediaset, che addirittura confermò di aver dato disposizioni per i pagamenti documentati dalle carte svizzere (Sme- Ariosto 1).

Ma non è finita qui: i giudici di Milano sono troppo sgraditi. Il primo marzo 2002 Berlusconi e Previti chiedono alla Cassazione di trasferire i processi da Milano a Brescia. Addirittura i due dicono di temere per la propria incolumità. Proposta chiaramente respinta. Intanto i due non si presentano praticamente mai in tribunale accampando “impegni istituzionali”.  E si arriva così alla Legge Cirami, legge sul legittimo sospetto, legge per far sì che l’imputato possa far richiesta per spostare il processo.  A pronunciarsi sullo spostamento dei giudici, una volta fatta richiesta, ora deve essere la Suprema Corte di Cassazione.
Logicamente Berlusconi & co. fanno richiesta. Il verdetto della Cassazione è  atteso per la fine di gennaio 2003. E Silvio Berlusconi cerca di accattivarsi i giudici, prolungando l’età pensionabile dei magistrati da 72 a 75 anni. Ne beneficeranno due giudici di Cassazione, il primo, Presidente della Corte Nicola Marvulli e il secondo, procuratore generale Francesco Favara. Si arriva al 28 gennaio, sentenza delle Corte. Il verdetto è unanime (nove giudici su nove): non c’è alcun elemento valido per il legittimo sospetto. Il processo rimane a Milano.

E allora subito la Cdl (Casa della Libertà) accelera i tempi per una nuova legge: patteggiamento allargato, che consentirà a qualunque imputato di chiedere 45 giorni di tempo per valutare se patteggiare o meno. Un provvedimento spudoratamente preso per prendere ancora del tempo. E il tempo, infatti, è servito: si arriva a concepire il Lodo Schifani, divieto di sottomissione a processi delle cinque più altre cariche dello Stato (non serve precisare che soltanto una di queste aveva processi a carico). Per fortuna la legge viene dichiarata incostituzionale dalla Corte l’anno dopo (2004). Ma intanto il Lodo, valido per un anno, non è stato inutile: ha permesso a Berlusconi di liberarsi del collegio di giudici sgradito.

Infatti, mentre Berlusconi non poteva essere processato per via di tutti questi cavilli concepiti ad hoc, il collegio Ponti-Brambilla-D’Elia arriva a sentenza su Previti, Acampora, Pacifico e Metta. E nella sentenza scrive che il mandante della tangente era Berlusconi, rendendosi così, però, incompatibile a giudicare lo stesso Presidente del Consiglio. Il processo passa nelle mani di Francesco Castellano che in più occasioni aveva manifestato la propria simpatia per il Cavaliere e le proprie perplessità sul collegio di Milano. E infatti il 10 dicembre Castellano assolve Berlusconi. Per lo stesso reato di Previti, che è stato condannato, Berlusconi ottiene inspiegabilmente le attenuanti generiche, che dimezzano i termini di prescrizione. Il Cavaliere si salva, dunque, anche se giudicato colpevole.

Ma rimane la grana Previti: lui, sì, è stato condannato. E allora ecco la cosiddetta “Ex-Cirielli” (“ex” perchè lo stesso Edmondo Cirielli ritirò la sua firma dal ddl), che dimezza i termini di prescrizione per gli incensurati: per la corruzione, ad esempio, si passa da 15 anni a 7 e mezzo, anche senza le attenuanti generiche. La norma ha consentito l’estinzione per prescrizione dei reati di corruzione in atti giudiziari e falso in bilancio nei processi, oltre che “Lodo Mondadori“, anche “Lentini“ e “Diritti tv Mediaset.

Sembrerebbe tutto risolto. Ma attenzione: la Procura ha fatto ricorso contro le attenuanti generiche concesse a Berlusconi. Ricomincia il processo in appello. Niente paura: Legge Pecorella per abolire l’appello. Ma prima Ciampi (che la rispedì alle Camere), poi definitivamente la Corte Costituzionale la dichiara incostituzionale.

Ritardando ritardando, tuttavia, Berlusconi si salva dal processo penale. E quello civile? Il 3 ottobre 2009 il giudice Raimondo Mesiano (colpito poi dal giornalismo squadrista di “Mattino 5” per i suoi calzini turchesi) condanna la Fininvest a risarcire la Cir di De Benedetti con 750 milioni di euro per il passaggio illegale della Mondadori. Ma neanche questo va giù a Silvio Berlusconi. In piena estate scorsa (fine agosto 2010) ecco l’emendamento Azzolini: “I contribuenti, vittoriosi rispetto al fisco nei primi due gradi di giudizio, e poi portati alla Commissione tributaria centrale o alla Cassazione, possono risolvere le proprie pendenze con il pagamento di un importo pari al 5% del dovuto”. In pratica, con questo cavillo Berlusconi, condannato appunto in cassazione, non avrebbe pagato 250 milioni di euro, ma solo “il 5% del dovuto”: 10 milioni circa. L’emendamento, Deo gratias, è rimasto lettera morta.

“Ed arriviamo all’ultima trovata. All’interno della manovra finanziaria, infatti, qualche longa manus aveva aggiunto un comma all’articolo 283 e una modifica all’articolo 373. Il primo articolo prevede che “il giudice d’appello, su istanza di parte, proposta con l’impugnazione principale o con quella incidentale, quando sussistono gravi e fondanti motivi, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti, sospende in tutto o in parte l’efficacia esecutiva o l’esecuzione della sentenza impugnata, con o senza cauzione”. Il comma aggiunto stabiliva che la sospensione “è in ogni caso concessa per condanne di ammontare superiore a 10 milioni di euro (per B. arriva a 750 milioni, ndr) se la parte istante presta idonea cauzione”.

L’articolo 373 del codice prevede invece che “il ricorso per Cassazione non sospende l’esecuzione della sentenza. Tuttavia il giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata può, su istanza di parte, qualora dall’esecuzione possa derivare grave e irreparabile danno, disporre con ordinanza non impugnabile che l’esecuzione sia sospesa o che sia prestata congrua cauzione”. A tale comma si aggiungeva però che “la sospensione prevista è in ogni caso concessa per condanne di ammontare superiore a 20 milioni di euro (quella di B., come detto, è pari a 750) se la parte istante presta idonea cauzione”. In pratica, dunque, in questa maniera la Fininvest, ergo Berlusconi, avrebbe potuto fare a meno di andare incontro al salasso del risarcimento previsto da Mesiano. Per fortuna il cavillo alcuni giorni fa è stato eliminato dalla manovra (anche per lo sconcerto tanto della Lega che di Ghedini e Tremonti che non ne sapevano nulla).  Viene tanto da pensare, però, che, nonostante Berlusconi alla fine abbia ceduto, i suoi azzeccagarbugli si rimetteranno subito a lavoro per concepire un’altra ennesima legge ad personam”.

 

LEGGI ANCHE

BERLUSCONI vs GIUDICI/ I processi e gli attacchi alla magistratura

FRANCESCO DINI/ Ecco chi è il lobbista al soldo di De Benedetti, sfiorato dall’affaire Turbogas

INFORMAZIONE INDIPENDENTE/ Il Fatto Quotidiano o Il “Pacco” Quotidiano?

 

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.