CASO MILLS/ La vera storia: tra fondi neri, società off shore, testimoni comprati e un regalo per il grande silenzio

di Carmine Gazzanni

Dopo ben 5 anni di rinvii e di leggi ad hoc per rallentare, congelare, tentare di prescrivere il processo per il quale Silvio Berlusconi era indagato per corruzione in atti giudiziari, sabato scorso la sentenza: l’ex premier è stato prosciolto per prescrizione dai giudici della decima sezione penale del Tribunale di Milano. Il Cavaliere, dunque, ancora una volta è riuscita a farla franca. I documenti, le carte e le testimonianze, infatti, parlano di una vicenda ingarbugliata, ma dai contorni certamente nitidi. Ricostruiamo, allora, l’incredibile storia, politica e giudiziaria, di un processo in cui hanno contato le leggi ad personam, in cui si è giocato sporco, in cui l’unico metodo adottato dai coinvolti è stato quello della menzogna.

david_mills_e_silvio_berlusconiUNA STORIA DI FONDI NERI E SOCIETÀ OFF SHORE – Primavera 2001. La Procura di Milano riceve una risposta riguardo una rogatoria inoltrata sui conti correnti svizzeri di Century One e Universal One, due società off shore delle Isole Vergini Britanniche specializzate nella compravendita dei film. Il pm Francesco Greco l’aveva avviata quattro anni prima durante l’indagine sui 1500 miliardi di lire di fondi neri accantonati all’estero dalla Fininvest. Indagine, questa, nata addirittura nel 1994, quando i magistrati di Mani Pulite si erano messi a lavorare su tre bonifici da 5 miliardi di lire l’uno approdati su un conto estero che poi si saprà essere intestato a Bettino Craxi. Allora si era scoperto che quel denaro proveniva da un conto aperto da un’altra società off shore, All Iberian, con sede nelle Isole del Canale (conto acceso da Candia Camaggi, responsabile “Fininvest Service di Lugano”). Partendo da qui i magistrati avevano rilevato che All Iberian fungeva da cassa per una serie impressionante di altre società off shore non incluse nei bilanci Fininvest e utilizzate nella maniera più varia possibile: finanziamenti illeciti, acquisto di azioni senza presentazione delle dovute documentazioni alla Consob, bonifici, controllo occulto di reti televisive in barba alle norme antitrust.

In Procura, l’esame delle nuove carte riguardo Century One e Universal One viene affidato a due colleghi di Greco, Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale. I due hanno tre obiettivi importanti: stabilire se davvero Mediaset ha comprato film a costo gonfiato (in maniera tale da accedere agli sgravi fiscali cocepiti da Tremonti nel Primo Governo Berlusconi); capire se questo ha permesso a Mediaset di avere i bilanci in attivo e, dunque, di approdare con successo in borsa nel ’96; e, soprattutto, dare una risposta agli interrogativi aperti da Francesco Greco: di chi sono le due off shore Century ne e Universal One. I due pm, a riguardo, hanno un’idea chiara: le due società sono legate a All Iberian, legata a sua volta alla lussemburghese “Silvio Berlusconi Finanziaria” e sono servite per accumulare fondi neri. In che modo? Attraverso una ingegnosa “catena di Sant’Antonio” che garantiva “creste” importanti sull’acquisto dei film e dei diritti tv. In pratica, Fininvest non comprava direttamente, ma faceva acquistare alle sue società off shore (fra cui, appunto, Century e Universal) che a loro volta li rivendevano ad altre società, e così via. Alla fine, chiaramente, il prezzo gonfiato andava ad alimentare i fondi neri. Eppure nel 1996 la prima inchiesta sui fondi neri viene depositata. Il motivo? Molti documenti compromettenti erano spariti e tante testimonianze avevano depistato le indagini.

DAVID MILLS, LA MENZOGNA È IL MIO MESTIERE – Ed è già a questo punto che entra in scena David Mills. Nell’aprile del 1996 gli agenti del Serious Fraud Office (la polizia antiriciclaggio inglese) fanno visita alla Edsaco-CMM (Carnelutti Mackenzie Mills), una società che gestisce la contabilità di circa 900 clienti, molti dei quali italiani. In quelle stanze la polizia trova la documentazione di circa trenta società rimandabili a Berlusconi non dichiarate al fisco. Proprio quelle che, come si saprà dopo, alimentano i fondi neri di Fininvest. A gestirle è proprio David Mills. Eppure per circa dieci anni non succede nulla. David Mills, infatti, non consegna agli inquirenti tutta la documentazione prodotta a riguardo. E, soprattutto, mente in quasi tutti gli interrogatori a cui è stato sottoposto da testimone (fino al 2004, quando il suo nome viene inserito nel registro degli indagati).

Dopo la perquisizione, infatti, non tutti i documenti giungono in Italia: l’avvocato inglese, come si apprenderà in seguito, aveva nascosto i documenti più delicati in un magazzino (trentacinque scatoloni); altri, addirittura, inviati a Malta e all’Isola di Man. Non solo. Paolo Del Bue, banchiere considerato fiduciario di Berlusconi e che poi si saprà essere gestore delle due società Century One e Universal One, il 19 aprile arriva di corsa a Londra e si fa consegnare le parti più delicate della documentazione prima che finiscano in mano agli agenti e ai magistrati.

Ma, come detto, Mills soprattutto mente. E lo fa ripetutamente. Già nel 1997 l’avvocato inglese viene sentito dagli inquirenti come testimone. Primo interrogatorio, prime falsità. Allora, infatti, al processo per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, l’avvocato non parlò, tra l’altro, di un colloquio telefonico avuto con Berlusconi nel ’95, che aveva avuto come oggetto la società All Iberian e i finanziamenti illegali che Berlusconi aveva garantito a Craxi. La notte del 23 novembre 1995, infatti, Berlusconi chiama l’avvocato inglese, il quale annota su un foglietto l’argomento della conversazione: “quando ho parlato con Berlusconi lui ha insistito che le più recenti contestazioni erano motivate politicamente […] Al tempo del pagamento, alla fine del 1991, Craxi non era primo ministro. Quindi l’unica accusa che può essere fatta è che ci fu un contributo a un partito politico che non fu dichiarato […] Naturalmente in questo paese non sarebbe assolutamente un reato, come Berlusconi ha insistito a indicarmi”. Mills, però, riguardo tale appunto tace davanti ai magistrati.

Come farà, sempre nel ’97, riguardo ad un incontro avvenuto ad Arcore nell’aprile del ’95. In quel periodo, infatti, il primo governo del Cavaliere era caduto e ci si apprestava ad andare ad elezioni anticipate. Ma Berlusconi doveva, di lì a poco, affrontare anche il suo primo processo per le tangenti alle Fiamme Gialle. In più a Milano si cominciava a scoperchiare tutto quel flusso di fondi neri non dichiarati al fisco dalla Fininvest. Era necessario, in pratica, chiudere il più presto possibile tutta la rete di società off shore. Per farlo intervenne direttamente su chi l’aveva creata, Mills appunto. Ed è questo il motivo per cui lo incontra ad Arcore: lì decidono che l’avvocato inglese farà da prestanome a Berlusconi e riceverà un “dividendo” (come lo chiamerà lo stesso avvocato inglese) di dieci miliardi di lire tramite un’altra off shore, la Horizon Development. A confessarlo è lo stesso Mills. Non ai pm, ma al fisco inglese. Nel marzo del ’96, infatti, Mills fa rientrare a Londra quel denaro che intanto era rimasto all’estero; l’operazione gli costa circa un milione di sterline di tasse. La cosa attira, chiaramente, l’attenzione degli uomini dello Special Compliance Office, l’ispettorato contro l’evasione. Ai due ufficiali che lo convocano, Mills rivela alcuni retroscena interessanti: rivela di aver creato una società in Lussemburgo a cui erano state intestate alcune azioni di Telepiù che la Fininvest possedeva e di averlo fatto ad hoc, dato che la Legge Mammì proibiva il possesso per un solo editore di tre reti televisive. E di averlo fatto tramite una società off shore per mezzo della quale veniva “girato” il denaro, appunto la Horizon Development. Nel verbale della riunione si legge: “Mills ha detto che comprendeva come tali procedure potessero sembrare strane, ma gli era stata data fiducia per essere titolare e mandare avanti queste compagnie […] ed egli era ansioso sulle potenziali implicazioni per lui a causa della sua azione di trasferimento di fondi dalla Horizon a un conto con il suo solo nome, sebbene sapesse di avere l’approvazione di Berlusconi in persona”. I due ufficiali rimangono perplessi. Ma Mills, allora, precisa che non era un segreto che ciò andasse largamente a favore di Berlusconi. Era importante – continua l’avvocato inglese – essere in grado di mostrare che queste ditte non erano sue”.

Altro giro, altra falsa testimonianza. 1998. Mills aveva così risposto alla domanda dei magistrati se conoscesse le due società off shore Century One e Universal One: “No. Precisamente no, perché lei deve capire che io non ho seguito le società da vicino e in dettaglio […] Io sicuramente ho saputo, ho sentito parlare di queste società, ho sentito dire i nomi, ma dalle ricerche che feci a suo tempo mi risultava, quelle due società mi risultavano essere di proprietà di Arner”. Nel 2004, però, i due pm hanno in mano documenti nuovi, dai quali si evince innanzitutto che le due società, in realtà, si chiamavano in altro nome (Accent e Timor) e che – si legge testuale su quel documento intitolato “Proposed Holding Structure” –  le loro azioni “saranno detenute da X, per l’intera durata della sua vita, e successivamente da un figlio”. Chi è  mister X? A dirlo è lo stesso Mills nel 2004. Quando infatti i pm convocano, questa volta come indagato, l’avvocato inglese in gran segreto, la versione che fornisce è palesemente diversa dalla prima: “Gironi (tesoriere della Fininvest, ndr) mi disse che bisognava fare un’operazione […] L’idea era quella di costruire due veicoli societari che dovevano fare trading sui diritti e quindi ottenere profitti, che si voleva fossero destinati a Marina e Pier Silvio […] Fu lui a dirmi (Gironi, ndr) che la cosa doveva restare assolutamente riservata e quindi era necessaria una banca fuori d’Italia. Fu sempre Gironi a sottolineare che i figli sarebbero stati i beneficiari, ma la gestione pratica doveva essere sempre soggetta al consenso di Silvio Berlusconi, che nel documento viene denominato ‘X’”. Per la Procura questa è le prova che Berlusconi gestiva in prima persona i fondi neri che venivano creati con la compravendite dei film.

IL SILENZIO DI MILLS E L’ASSOLUZIONE DI BERLUSCONI NEL PROCESSO SUI FONDI NERI – Ma, come detto, Mills tace. Tace sulla telefonata in cui si parlò del finanziamento a Craxi. Tace su All Iberian. E tace, soprattutto, su chi gestisca materialmente le varie off shore che fanno capo alla Fininvest. Sebbene lui lo sappia. Ad incastrarlo, infatti, un altro documento recuperato dai pm Robledo e De Pasquale. Nel 1994, infatti, la CMM, la società in cui lavora Mills, viene rilevata dalla Banca Cantrade di proprietà dell’istituto di credito svizzero Ubs. Come accade in questi casi, gli acquirenti, chiaramente, vogliono capire innanzitutto quali siano gli affari della CMM e allora studiano in maniera dettagliata gli archivi della società. In un documento redatto il 15 giugno, alla voce “ulteriori informazioni” si legge: “la CMM cura direttamente i rapporti relativi a tutte le società Fininvest con Giorgio Vanoni, Amministratore finanziario della Fininvest e della Silvio Berlusconi Entertainment Ltd. Secondo Tanya Maynard (direttrice della CMM, ndr) le Società Fininvest ‘B’ non sono necessariamente Società appartenenti alla Silvio Berlusconi Finanziaria o al Gruppo Fininvest. Mills ne sa certamente di più, ma è legato al segreto professionale di avvocato”. Il commento della Ubs alla nota è secco: “Il principale rischio potenziale, da noi rilevato, è un rischio di reputazione, nell’ambito degli affari Fininvest, nel caso in cui la personalità dell’uomo d’affari a capo di questa società (Silvio Berlusconi, ndr) venga intaccata a causa di eventuali ‘affari impropri’. Rileviamo che quest’ultimo non firma mai nessun documento, ma opera per mezzo di ‘uomini di paglia’”. Ovvero “teste di legno”. Prestanomi. È la prova evidente che Berlusconi fosse a capo della rete di società off shore. Eppure Mills, in aula di tribunale, non dice nulla. E proprio in virtù di quel silenzio Berlusconi, seppur condannato in primo grado, in appello viene assolto ai sensi dell’articolo 530, secondo comma. In altre parole, per insufficienza di prove. È lecito chiedersi, a questo punto, se qualcosa sarebbe andato in modo diverso se Mills avesse detto tutto quello che sapeva.

LA LETTERA CONFESSIONE: UN SILENZIO COSTATO 600 MILA DOLLARI – Dal 1994 al 2004 la strategia di Mills è, dunque, vincente. Poi, però, accade qualcosa. Gli agenti delle tasse, infatti, si interessano nuovamente a lui. Nel 2000, infatti, Mills ha fatto entrare in Inghilterra 600 mila dollari senza dichiararli. Gli uomini delle tasse se ne accorgono e convocano Mills. Il 2 febbraio 2004, allora, l’avvocato inglese si reca dal suo commercialista Bob Drennan per chiedere lumi su come comportarsi. Ma prima consegna a Drennan una lettera in cui riassume tutta la faccenda. Una lettera – “Dividendo e regali ricevuti da Berlusconi e dal gruppo Fininvest” – che poi finirà agli atti del processo. Ecco alcuni passaggi salienti: “Caro Bob, in breve i fatti rilevanti si possono così riassumere: nel 1996 mi sono ritrovato con un dividendo di circa 1,5 mlioni di sterline […] proveniente dalle società di Mr. B.”. E ancora: “io mi sono tenuto in stretto contatto con le persone di B.  e loro conoscevano la mia situazione. […] sapevano bene che il modo in cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito ma ho superato curve pericolose per dirla in modo delicato) avesse tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo. All’incirca alla fine del 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi […]: 600 mila dollari […] mi fu detto che sarebbero stati a mia disposizione se ne avessi avuto bisogno […] Consideravo il pagamento come un regalo. Di cos’altro poteva trattarsi? Non ero un loro dipendente, non li rappresentavo, non stavo facendo nulla per loro (i rapporti con il Biscione si erano interrotti già da quattro anni, ndr), avevo già reso la mia testimonianza ma sussisteva ancora il rischio di futuri costi legali e di una grossa dose di ansia”. Finalmente la verità. Sebbene in Italia l’avvocato inglese abbia ritrattato più e più volte, questa lettera non lascia adito a dubbi. Non solo. Quando i due pm di Milano si ritrovano la lettera in mano convocano d’urgenza Mills. Un interrogatorio fiume il suo. E quando gli viene mostrata la lettera, l’avvocato sbianca. E confessa: “dichiaro che la lettera è stata scritta da me e sono molto turbato a rileggerla. Credo che a questo punto la cosa più giusta da fare è spiegare il fatto con la massima chiarezza […] Non credo che occorrano molte parole: io sono stato sentito più volte in indagini e processi che riguardavano Berlusconi e il gruppo Fininvest. Pur non avendo mai detto il falso, ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile e di mantenere, laddove possibile, una certa riservatezza sulle operazioni che ho compiuto per lui. È in questo quadro che nell’autunno del ’99 Carlo Bernasconi (responsabile per Mediaset dell’acquisto dei diritti tv, ndr) mi disse che Silvio Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro”.

Tanto basta per condannare l’avvocato Mills in primo e secondo grado (sentenza del 19 maggio 2009: Mills “ha agito certamente da falso testimone […] per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità dalla accuse”). Arriviamo, così allo scorso 25 febbraio con la sentenza in Cassazione: il reato cade in prescrizione. Il motivo? Va ritrovato nella legge concepita nel 2005 dal Secondo Governo Berlusconi. La ex Cirielli, che in pratica ha dimezzato i termini di prescrizione. Per la corruzione, reato contestato a Mills, si è passati da quindici anni a sette. Ed ora, per la stessa norma, anche Berlusconi canta vittoria.

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