Casalesi a Latina: arriva Andrea De Gasperis, il pm di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin

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I Casalesi lottano per conquistare il Basso Lazio e Latina. E arriva un nuovo Pm, già visto nel caso Ilaria Alpi e Milan Hrovatin e nei videopoker del re.

 

Dall’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin al business dei videopoker in salsa reale. E’ questo il tragitto ultraquindicennale del pm capitolino Andrea De Gasperis, che da settembre passa ad occupare la poltrona di procuratore capo a Latina. Una sede bollente, la nuova location giudiziaria, vista la penetrazione sempre piu’ invasiva dei Casalesi nel basso Lazio, e il recente “caso Fondi”.

«La sua e’ una delle ultime nomine varate dal Csm uscente – fanno rilevare a palazzo dei Marescialli – fortemente caldeggiata dal vicepresidente Nicola Mancino». E non pochi fanno notare il rapporto storico tra Mancino e il suo autista-guardaspalla d’un tempo, Claudio Fazzone, autore di un autentico sprint politico che lo ha fatto diventare senatore di Forza Italia e ras incontrastato di Fondi e dintorni. «Uno di centrodestra, Fazzone – c’e’ chi fa notare in municipio – eppure amico di Mancino. Sembra un po’ il copione dell’altro amico, Pasquale Lombardi, il geometra di Cervinara a bordo della P3, l’uomo che teneva i contatti con i giudici: lui e’ di centrodestra, io di centrosinistra, dice oggi Mancino, senza ricordare che tutti e due per una vita sono stati Dc».

Altri ancora – in procura – sottolineano un episodio: l’appalto praticamente “a vita” assicurato dal comune di Fondi (e’ per altri 9 anni la proroga piu’ recente) alla De Vizia per la raccolta dei rifiuti: irpina doc (con diramazioni torinesi), la ditta e’ coinvolta in una grossa inchiesta denominata Chernobyl ed avviata dalla procura di Santa Maria Capua Vetere su maxi affari per il trasporto e trattamento di rifiuti super tossici in mezza Italia (uno degli epicentri “organizzativi” e’ Ceppaloni, dove regna la coppia sempreverde Clemente Mastella-Sandra Lonardo).

APPELLO PER ILARIA

Ma torniamo al neo procuratore capo di Latina. Il cui nome, per la prima volta, sale alla ribalta delle cronache nel 1994. Ecco cosa scrivono al presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in qualita’ di capo dello Stato e quindi presidente dell’allora Csm, i genitori di Ilaria, Luciana e Giorgio Alpi: «Fin dai primi giorni successivi al 20 marzo 1994 ci siamo accorti che la nostra ricerca della verita’ era difficile non soltanto perche’ l’assassinio era avvenuto in Somalia, paese attraversato da conflitti, e mentre il contingente italiano stava lasciando il paese dopo il fallimento della missione “Restore Hope”, ma perche’ appariva sempre piu’ evidente che non si voleva arrivare alla verita’ proprio da parte di chi, istituzionalmente, ne ha il dovere». In questo caso la procura di Roma, nella persona del suo pm De Gasperis. «Perche’ non fu disposta dal pm l’autopsia sul corpo di Ilaria – domandavano disperati i genitori – ma solo un esame esterno eseguito dal dottor Giulio Sacchetti?».
Altra domanda, contenuta nel medesimo appello a Ciampi: «Perche’ il dottor Pititto e’ stato estromesso dall’inchiesta proprio in un momento delicato e di possibile svolta nelle indagini?», visto che, con la collaborazione della Digos di Udine, lo stesso Pititto – sottolineano i genitori della giornalista – aveva fatto giungere in Italia i due testimoni oculari, Ali Abdi e Nur Aden, l’autista e l’uomo di scorta, senza peraltro poterli mai interrogare.
Misteri, errori ed omissioni pesanti come macigni, quei primi due anni del giallo Alpi-Hrovatin. E – lo sanno anche i bambini alle prese con i primi cold case – se le indagini non le fai presto e bene, le speranze di far luce e verita’ si affievoliscono man mano, come tante stragi impunite del nostro belpaese stanno li’ a dimostrare. Appelli finiti nel nulla “istituzionale”, quelli di Luciana e Giorgio, il quale quattro mesi fa e’ morto senza uno straccio di verita’ processuale da portare con se’.

RICOMINCIO DAL RE

Dalle stalle alle stelle del reame con l’ultima performance del De Gasperis pm alla procura di Roma. Ha chiesto che Vittorio Emanuele II venga processato (insieme a cinque sodali: Ugo Bonazza, Achille De Luca, Nunzio Lagana’, Rocco Migliardi, Gian Nicolino Narducci) per aver messo su – secondo la tesi accusatoria – una associazione a delinquere «impegnata nel settore del gioco d’azzardo fuorilegge, attiva nel mercato illegale dei nulla osta per videopoker procurati e rilasciati dai Monopoli di stato attraverso il sistematico ricorso allo strumento della corruzione e del falso». Costola, il tutto, di una monumentale indagine (su affari e prostituzione, in epoca pre-escort) avviata a Potenza dal pm (ora a Napoli) Henry John Woodcock, e che porto’ quattro anni fa – 16 giugno 2006 – al clamoroso arresto di Sua Maesta’, finito in gattabuia per una settimana.

Minimizza la real difesa: «Il pm De Gasperis che ha ricevuto gli atti – precisa l’avvocato Francesco Murgia – non poteva che chiedere la fissazione dell’udienza preliminare e discutere le accuse. Un atto semplicemente dovuto». Ancor piu’ esplicito il portavoce del Verbo principesco che ribadisce la fiducia di Sua Maesta’ nella magistratura competente, la quale «sempre in questa vicenda – osserva Filippo Bruno di Tornaforte – si e’ espressa per la inconsistenza di ogni e qualsivolgia accusa». Forse il caso dell’isola di Cavallo, dove un ragazzo tedesco venne ammazzato da fucilate e pallettoni reali made di Vittorio Emanuele II, fa ben sperare? O la difesa ha un asso nella manica, oppure un Pupo (al secolo Enzo Ghinazzi, massone doc, sempre in coppia canora col rampollo reale Emanuele Filiberto) nel cilindro?

LE BUFALE DI PANORAMA

Se il basso Lazio – epicentro Fondi – e’ bollente, non e’ da meno la zona nord che corre lungo l’Aurelia, base Civitavecchia. «Un’area – racconta chi il porto lo conosce da anni – al centro di grossissimi interessi, spesso malavitosi, nel miglior caso di affaristi senza scrupoli. Qui scorrono fiumi di milioni di euro e a quanto pare i controlli sono del tutto carenti, se non inesistenti».

Uno degli ultimi business, quello per la realizzazione di un cementificio nell’area (Pian Boario, localita’ Farnesiana) di Tarquinia, passata alla storia per le sue antichita’ e i suoi monstrum (prodigi) e ora destinata ad ospitare ben altri “mostri”, con l’ok del comune (fra l’altro il sindaco Mauro Mazzola ha le deleghe all’urbanistica). Comprensorio evidentemente sfortunato, visto che a pochi chilometri si trova la centrale di Montalto di Castro, anni fa protagonista di vibrate polemiche per i danni ambientali prodotti. A realizzare quella struttura fu Cal.Me spa, che fa capo alla famiglia calabrese degli Speziali, sul ponte di comando Vincenzo, senatore Pdl, segretario della commissione Finanze e Tesoro a palazzo Madama, grande amico di Marcello Dell’Utri (fa infatti parte dell’ufficio di presidenza dei circoli del Buon Governo).

Raccontano al comune di Tarquinia: «Il progetto del cementificio, per una serie di caratteristiche tecniche e altro, e’ del tutto simile a quello di Montalto. Evidentemente la mano e’ la stessa». A presentarlo, la societa’ Iniziative Industriali srl, sede legale a Rimini, appena 10 mila euro di capitale sociale, detenuti pero’ da una misteriosa fiduciaria, la milanese Cordusio, cui si affianca, con appena un (1) euro, il forlivese Roberto Bandini, pero’ in grado di sedere al timone del team, in qualita’ di amministratore unico.

Il progetto si sviluppa su un’area di circa cinque ettari. Ma al comune c’e’ chi fa notare un’interminabile sequela di irregolarita’ amministrative e non solo. In sostanza, ecco il j’accuse: non si conoscono con precisione le sostanze che verranno lavorate nell’impianto (con ogni probabilita’ molte sono altamente tossiche); manca traccia – nel carteggio progettuale – di ogni indagine geognostica; non e’ stata avviata alcuna procedura – come e’ di prassi anche per un piccolo manufatto in un’area strategica – per ottenere VIA (valutazione impatto ambientale) e VAS. Al contrario, sarebbe previsto un maxi traffico di mezzi meccanici (la media di 80 autotreni in entrata e altrettanti in uscita al giorno). Addirittura, sarebbero fasulle le ricostruzioni ambientali, ad esempio sulle preesistenze agricole, idriche e perfino su come tirano i venti. Insomma, ‘n apocalisse.

E pensare che proprio l’eolico e’ diventato, da qualche anno, la nuova frontiera degli Speziali. La corazzata di famiglia, infatti, si chiama Anemos, che nasce per dedicarsi alla «fabbricazione di emulsioni di bitumi, catrame e leganti per uso stradale» (del resto, quel che ci vuole per Montalto e Tarquinia), per poi riconvertirsi magicamente al green, alle energie rinnovabili. In questa nuova mission, gli Speziali (una storia anche nel settore oleario, tanto per diversificare meglio) hanno pensato bene di gemellare i loro destini a quelli di un’altra dinasty che in Calabria – piu’ o meno negli stessi settori, calcestruzzo e movimento terra nel propellente iniziale – va per la maggiore: quella degli Sgromo. Infatti li ritroviamo, tutti allineati, nella compagine di Anemos: non c’e’ il “senatu’r” Vincenzo, ma scendono in campo i rampolli: il cinquantenne Antonio Speziali, il quarantasettenne Giuseppe (ai vertici di Confindustria a Catanzaro), il trentanovenne Lorenzo; in compagnia dei quarantenni Eugenio e Sebastiano Sgromo.

Il gemellaggio continua attraverso una interminabile sfilza di societa’ dedite alle energie verdi (Calabria Solar in pole position, poi un poker di sigle in Wind – Borgia, Decollatura, Marcellinara, Savuto), per arrivare alla perla di EPC (Energia-Progetti-Costruzioni), molto vicina all’ex presidente della Provincia di Vibo Valentia, Francesco De Nisi, finita nel mirino dei pm di Paola e di Crotone per affaires eolici (sono indagati anche l’ex numero uno della Regione Calabria Giuseppe Chiaravalloti e il sottosegretario alle Attivita’ produttive Giuseppe Galati).

Un grande business delle cricche di sinistra, quello calabrese, secondo una sgangherata inchiesta di Panorama (“Eolico, l’altra cricca”, 12 agosto scorso), che per colpire quel che resta dell’opposizione, Pd e brandelli al seguito, finisce con lo scambair lucciole per lanterne. Nucleo e “core” del reportage firmato da Giacomo Amadori, le rivelazioni del “teste alfa”, al secolo Mauro Nucaro, imprenditore ed ex patro’n del Cosenza calcio. Una P3 bis in salsa calabra, «una criccca tutta interna al centrosinistra che non interessa i media nazionali». Per forza, perche’ e’ targata, anche stavolta, centrodestra, come nel caso della Flavio Carboni band. Scrive Amadori: «Nell’attuale inchiesta (del pm di Catanzaro Carlo Villani, ndr) Nucaro afferma che l’imprenditore Antonio Speziali, a cui dice di avere “dovuto” cedere quattro parchi eolici, gli avrebbe detto: «il mio 40 per cento e’ del senatore Loiero”». Per aggiungere marginalmente: «tutti i personaggi citati da Nucaro hanno respinto questa ricostruzione».

Ma ci voleva tanto, Amadori, per “scoprire” che «l’imprenditore Antonio» e’ figlio del senatore Vincenzo, Pdl doc, prediletto di Dell’Utri? E quindi che la cricca, caso mai, anche stavolta e’ tutta in casa del Cavaliere e dei suoi confratelli?

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