CARO BOLLETTA/ Cosa (e chi) paghiamo? Gli “oneri di sistema”: dal nucleare alla ThyssenKrupp

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Nel periodo più difficile della recessione economica scoppia il caso caro-bolletta. C’è stato, addirittura, un aumento di 70 euro a famiglia. Ma di questi soldi che siamo chiamati a pagare, quanto corrisponde al nostro effettivo consumo? Sebbene molti non lo sappiano, infatti, ci sono i cosiddette “oneri di sistema”, soldi che il cittadino paga e che, indipendentemente da quanta energia venga consumata, vanno dritti nelle tasche di imprese e non solo. Tra i “beneficiati delle bollette” anche i siti di smaltimento di rifiuti tossici, aziende e FS.

 

Bollette sempre più salate. Le famiglie italiane, secondo gli ultimi dati, si troveranno a pagare, per il trimestre che va da aprile a giugno, fino a 70 euro in più. L’aumento previsto, infatti, è considerevole: più 5,8% per l’elettricità, più 1,8% per il gas

In realtà, però, un modo per limitare quest’aumento ci sarebbe. Ma nessuno ne parla. Non tutti sanno, infatti, che quando si va a pagare la bolletta, non si paga soltanto l’effettivo consumo, ma si pagano anche altri oneri che non hanno nulla a che fare con le utenze (energia o gas che siano). Secondo quanto ricostruisce Marco Cobianchi in Mani Bucate, infatti, “il 10% di quanto si spende va alle imprese per motivi del tutto indipendenti dal prezzo dell’energia consumata”. In altri termini: per ogni famiglia media si tratta di 43 euro l’anno circa, una sorta di tassa che chiunque sia collegato alla rete elettrica è destinato a pagare. Basta prendere in mano la bolletta e spulciare le singole voci per rendersene conto. Tra le tante, infatti, ritroviamo anche la poco rassicurante voce “oneri di sistema”, entro cui rintracciamo diverse “componenti” che, volenti o nolenti, ci ritroviamo a pagare. Ma di cosa si tratta? Analizziamole una per una.

Cominciamo dalla componente A2, che va anche sotto il nome di “oneri nucleari”: per un certo periodo, infatti, i soldi provenienti da questo prelievo sono serviti proprio a mettere in sicurezza le centrali nucleari e a smaltire i rifiuti radioattivi. Oggi, però, le cose vanno diversamente: quegli stessi soldi, pagati dai cittadini tramite la bolletta, finiscono interamente nelle casse dello Stato. E per cosa vengono usati? Non è dato sapere. È lo Stato stesso, senza alcuna rendicontazione a riguardo, che li gestisce. Ma di quanto stiamo parlando? Le cifre, in effetti, sono altissime. Ma andiamo con ordine.

Questo “dirottamento” è stato previsto dalla Finanziaria del 2005. All’articolo 298, infatti, si legge che “a decorrere dal 1º gennaio 2005 è assicurato un gettito annuo pari a 100 milioni di euro mediante il versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una quota pari al 70 per cento degli importi derivanti dall’applicazione dell’aliquota della componente della tariffa elettrica […] nonchè di una ulteriore quota che assicuri il predetto gettito a valere sulle entrate derivanti dalla componente tariffaria A2 sul prezzo dell’energia elettrica”. La Finanziaria dell’anno successivo, poi, ha aumentato il prelievo di 35 milioni, a cui sono stati aggiunti altri dieci milioni dalla Legge Sviluppo. Totale:  145 milioni di euro che ogni anno finiscono nelle casse dello Stato per mezzo delle bollette. Una vera e propria tassa, ma con alcune particolarità interessanti. Scrive Cobianchi: “non è progressiva, perché il prelievo si basa sulla quantità di consumo elettrico e non sui redditi, con l’effetto che una famiglia numerosa paga più di un single. Per questo, probabilmente, ha forti profili di incostituzionalità”.

Abbiamo, poi, la componente Mct (misure compensazione territoriale), tramite cui lo Stato compensa tutti quei comuni e quelle province in cui sono conservati i rifiuti nucleari. Su una bolletta tipo, questa componente pesa quasi per due euro all’anno, ma, con grande probabilità, sarà destinata ad aumentare: tramite questo prelievo si compenseranno anche tutti quegli enti che ospiteranno sul proprio territorio siti di smaltimento di rifiuti tossici.

La componente A3, invece, serve a finanziare le imprese che producono energia verde. Il meccanismo, però, è ben più subdolo di quanto possa sembrare. Per capirlo dobbiamo risalire al 1999: l’allora ministro dell’Industria Pierluigi Bersani ideò i cosiddetti “certificati verdi”, certificati che permettono alle imprese di ottenere incentivi per la produzione di energia pulita. Il meccanismo è semplice: chi produce energia verde, ha diritto ad ottenere tali certificati in quantità direttamente proporzionale all’energia verde prodotta. Al contrario, invece, le società che bruciano petrolio, carbone o olio combustile, acquistano i certificati ad un costo proporzionale alla quantità di energia inquinante prodotta.

Ma ecco che interviene l’aiuto dello Stato: tali imprese acquistano i certificati verdi anche usufruendo del contributo di 0,621 euro al mese prelevato dalle bollette dei consumatori proprio tramite la componente A3. In definitiva, dunque, i cittadini aiutano le imprese che producono energia sporca a compare i certificati. E la cifra non è nemmeno irrisoria: nel 2010, ad esempio, la somma andata alle imprese tramite questa componente è stata di 3,5 miliari di euro.

La componente A4, invece – che pesa per circa 1,5 euro l’anno a bolletta – per anni è stata utilizzata per compensare le aziende ad alto consumo energetico. Ne hanno beneficiato, tra le altre, la ThyssenKrupp e l’Alcoa. Oggi, però, non è più così: soltanto un’azienda gode del prelievo. Interamente. Stiamo parlando delle Ferrovie dello Stato.

Degna di nota, infine, è anche un’altra componente, la Uc4. Questa, fino al 2009, serviva per offrire un aiuto economico a 14 piccole aziende elettriche attive nelle isole minori, che avevano costi di gestione più elevati rispetto a quelli dello stivale. Da luglio 2009, però, possono accedere a questo fondo anche altre piccole aziende (un centinaio) del Nord Italia. Perché proprio del Nord? Presto detto: la modifica è stata presentata in Parlamento dalla Lega.

Insomma, veri e propri sussidi che lo Stato garantisce tramite la bolletta. Ma si tratta di sussidi invisibili: non sono soldi che escono dalle casse dello Stato, né incidono sui bilanci, ma arrivano alle aziende beneficiarie direttamente dalle tasche dei cittadini per il tramite della bolletta. La prossima volta che andremo a pagare, perlomeno, sapremo che consumiamo molto meno di quanto paghiamo. Però sapremo anche che finanziamo senza alcun motivo aziende di distribuzione del nord (Uc4), progetti pubblici anche se non energetici (A2), lo smaltimento di rifiuti tossici (Mct), le aziende che inquinano (A3) e le Ferrovie dello Stato (A4). Son sempre soddisfazioni. 

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