Carneade, chi era costui? Viaggio tra i voltagabbana: da Scilipoti alla Polidori

Questi parlamentari, senza alcuna morale, senza alcuna forma di buon senso, corrotti e corruttibili, piccoli uomini vanitosi e inutili che popolano il Parlamento, hanno permesso che martedì  avvenisse quello che più di qualcuno ha inteso essere un “colpo di Stato mascherato”, un modo istituzionalizzato per sovvertire il volere popolare. Ma chi sono questi “Carneade” che passeranno alla storia come i protagonisti della compravendita più squallida che si sia mai vista?

di Carmine Gazzanni

calearo_cesario_scilipoti_mrnCarneade, chi era costui?”. In questo modo comincia l’ottavo capitolo de “I Promessi Sposi”, il capitolo meglio conosciuto come “la notte degli imbrogli”. Ebbene, soltanto tre  giorni fa in Parlamento si è inscenata la “giornata degli imbrogli” con tanti piccoli eterni sconosciuti, tanti “carneade” appunto che, per uscire dal loro più che giustificato anonimato, hanno permesso ad una maggioranza sconquassata e dedita soltanto all’interesse di pochi di continuare con la sua lenta agonia (è improponibile pensare che il Governo Berlusconi arrivi fino alla fine della legislatura con uno scarto di soli tre deputati). Questi parlamentari, senza alcuna morale, senza alcuna forma di buon senso, corrotti e corruttibili, piccoli uomini vanitosi e inutili che popolano il Parlamento, hanno permesso che martedì  avvenisse quello che più di qualcuno ha inteso essere un “colpo di Stato mascherato”, un modo istituzionalizzato per sovvertire il volere popolare. Ma chi sono questi “Carneade” che passeranno alla storia come i protagonisti della compravendita più squallida che si sia mai vista?

Cominciamo da un ex-Idv, Domenico Scilipoti. Era entrato nel partito di Antonio Di Pietro da 12 anni. Mai uno screzio, mai da ridire sulla politica dell’Italia dei Valori. Almeno nulla da ridire apertamente. Infatti, Scilipoti, medico siciliano, mentre si dimenava affinchè il partito prendesse seri provvedimenti sull’agopuntura (pare essere stato uno dei motivi centrali della rottura), guardava alla mafia da un’ottica profondamente diversa da quella del suo stesso partito di appartenenza. “È ora di finirla di parlare di mafia”, aveva detto soltanto l’otto luglio di quest’anno. E, come se non bastasse, il ventidue novembre lo ritroviamo ancora in controtendenza con l’Idv, quando presentò un’interrogazione parlamentare con la quale si schierava contro l’arresto dell’ex sindaco di Furnari (paese nel messinese, sciolto per infiltrazioni mafiose) Salvatore Lopes, come se questi fosse una vittima delle toghe rosse. Insomma, Scilipoti, probabilmente, già era profondamente berlusconiano. Ma soltanto tre giorni fa, alla Camera, se n’è accorto.

E non è finita qui. Scilipoti, alcuni giorni prima del voto di fiducia, aveva deciso di abbandonare Antonio Di Pietro e di unirsi ad altri “Carneade” fondando il “Movimento di Responsabilità Nazionale”. Non si  è ancora ben capito in cosa consista questa “responsabilità” se alla fine si è data fiducia ad un Governo che non sta più in piedi e che ormai da mesi non affronta più questioni che abbiano una qualche utilità sociale. Ma soffermiamoci anche su altro: il movimento è stato formato soltanto da tre deputati, tre compra-venduti che hanno deciso di non votare la sfiducia. Ma chi sono gli altri? Due ex Pd. Stiamo parlando di Massimo Calearo e Bruno Cesario.

Il primo, imprenditore nel settore delle telecomunicazioni, è stato presidente di Confindustria Vicenza e presidente di Federmeccanica. Nel 2008 decide di accettare la proposta di Walter Veltroni e si candida in Veneto, capolista nella circoscrizione del Nord-Est. Anche Bruno Cesario viene eletto nelle file Pd nel 2008, ma nella regione della Campania. E nel 2009 ecco il primo atto di “voltagabbanismo”: lascia il Partito Democratico per confluire nell’API di Francesco Rutelli. E, non contento, se ne va ben presto anche da qui: lascia Rutelli e si unisce agli altri due eterni sconosciuti per vivere il loro personalissimo momento di gloria.

Ma anche un altro uomo di Antonio Di Pietro ha deciso di voltargli le spalle. Stiamo parlando di Antonio Razzi, del quale, insieme allo stesso Scilipoti, già a settembre si parlava come uno dei possibili “acquisti” di Berlusconi. Ma Razzi, allora, dichiarava che per rispetto dei suoi elettori non avrebbe mai potuto accettare la proposta di alcuni emissari del Pdl (la cancellazione di un mutuo di 150 mila euro e la rielezione assicurata). Dichiarava: “(Con quest’offerta) mi sarebbe cambiata la vita, ma la faccia no. Dopo mi dovevo vergognare di entrare in Parlamento come un uomo venduto e io non sono un Giuda e voglio rimanere e voglio rimanere Antonio Razzi, semplice operaio che è venuto dalla Svizzera”. Cosa è cambiato oggi, allora? Perché quel rispetto nei confronti degli elettori è venuto meno? E soprattutto: ora non si vergogna, caro Antonio Razzi?

Ma, come molti già sapranno, anche Futuro e Libertà ha visto deputati che, come sulla Via di Damasco, hanno avuto l’illuminazione, un ripensamento improvviso che li ha portati a credere nuovamente e fermamente in Silvio Berlusconi.

A cominciare da Maria Grazia Siliquini, una delle “colombe” – insieme a Silvano Moffa – che fino all’ultimo hanno cercato di riportare Fli sulla “retta via”. E alla fine gli ha voltato le spalle. Ma non è la prima volta che la Siliquini vola di partito in partito: eletta per la prima volta in Senato nel 1994 con il Ccd di Casini e riconfermata a Palazzo Madama nel 1996 nelle liste dello stesso partito, ha poi aderito ad Alleanza nazionale, al Pdl e a Futuro e libertà. Ed ora ritorna a casa Pdl, dietro – si capisce – ricompenso: è pronto un sottosegretariato bell’impacchettato sotto l’albero di Natale per la Siliquini. Speriamo, per lo meno, che da sottosegretario sia molto più presente all’attività parlamentare: l’ex finiana, infatti, su 7578 sedute parlamentari è stata presente soltanto 2267 volte (il 29,92%), collezionando, dunque, 5311 assenze (il 70%).

Ma non è l’unica donna la Siliquini ad aver voltato le spalle a Gianfranco Fini. Anche Catia Polidori, infatti, ha deciso di non rinnegare Silvio Berlusconi. Anzi, è stato proprio con la sua votazione che alla rissa fuori è corrisposta una rissa dentro il Palazzo. Una bella scena di sana e moderna democrazia. Ma chi è Catia Polidori? Il suo curriculum è di tutto rispetto. Classe 1967, nata a Città di Castello, laureata in Scienze Economiche e Bancarie presso l’Università di Siena con votazione 110/110 e lode. Importanti impegni e ruoli ricoperti nelle associazioni imprenditoriali. E in politica? Nulla, a parte questa legislatura. L’unica rilevanza della Polidori pare essere la sua stretta parentela con Francesco Polidori, fondatore di Cepu (sono cugini). I due sono molto uniti.

Scriveva ad agosto scorso il Corriere della Sera: “Abitano uno vicino all’ altro a Fraccano, paesino di soli 32 abitanti, poco sopra Città di Castello. Tutte le domeniche, messa fianco a fianco, alle undici”. Ma attenzione ad alcuni particolari: Francesco è da anni grande amico di Berlusconi. E il primo ha sempre offerto il suo apporto alla politica del Cavaliere, sin dal 1994. Come non ricordare, ad esempio, l’infelice battuta di Berlusconi proprio all’E-Campus di Novedrate lo scorso luglio: “dicono che sono circondato da veline, da belle senza cervello. Ecco, queste ragazze sono tutte belle, laureate con il massimo dei voti e non assomigliano certo a Rosy Bindi”. E non è finita qui: il mese dopo Francesco Polidori offrì a Berlusconi la rete del Cepu per raccogliere consensi. Insomma, continui aiuti e favori. Infatti anche il Cavaliere non si è dimenticato dell’amico Francesco.

La Riforma Gelmini, stando alle ultime rivelazioni del deputato del Pd Walter Tocci, se da una parte taglia, stringe, devasta l’istruzione pubblica, dall’altra c’è comunque qualcuno che ci guadagna. Indovinate chi? Proprio la Cepu e tutti gli altri atenei telematici che, potendo trasformarsi su loro proposta da telematiche in “normali” università non statali, potranno accedere ai fondi statali destinati – appunto – agli istituti non statali. Con grande gioia per Francesco Polidori. La domanda sorge spontanea: che non ci sia qualche legame tra la scelta di tre giorni fa di Catia Polidori e gli interessi del caro cuginetto?

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