CALISTO TANZI/ Ascesa agli inferi: da Collecchio a 14 miliardi di euro di debiti

È profondamente difficile riannodare le fila di quanto accaduto con la Parmalat. Il più grande scandalo di bancarotta fraudolenta, scoperto solo nel dicembre del 2003, nonostante alcune difficoltà economiche fossero evidenti già negli anni ’90. Ma cominciamo da molto tempo prima, precisamente dal 1961. Calisto Tanzi, imprenditore di Collecchio, cittadina di tredicimila abitanti in provincia di Parma, fonda la Parmalat…

di Carmine Gazzanni

CALISTO_TANZI…che nasce come semplice azienda agroalimentare, ma – come sappiamo – ben presto diventerà multinazionale, una realtà imprenditoriale diffusa in tutto il mondo con i suoi prodotti: dal latte allo yogurt, dai succhi di frutta ai prodotti da forno. Una multinazionale, tuttavia, caratterizzata da bilanci falsificati, carte taroccate, fondi neri, società off shore. E a capo di questa “finanza creativa”, come è stata chiamata, lui, Calisto Tanzi, e il suo vice, Fausto Tonna.

Quando Tanzi venne arrestato i debiti si aggiravano intorno alla colossale cifra dei 14 miliardi di euro. Ma in realtà già nei primi anni ’90 la Parmalat aveva un disavanzo che ammontava ad un centinaio di miliardi delle vecchie lire, per via soprattutto della proprietà di una televisione i cui bilanci erano costantemente in rosso: “Odeon TV”. Ed proprio a questo punto che Tanzi decide di quotare la sua azienda in borsa. Sapeva bene, però, che con un debito di questa portata gli sarebbe stato impossibile riuscire nell’intento: i controlli della Consob l’avrebbero impedito.

E tuttavia Calisto non si perde d’animo e si rivolge alle banche per un prestito. Prestito che Tanzi riceverà da una cordata di sei banche che sborseranno 120 miliardi di lire per tappare i buchi contratti dall’imprenditore di Collecchio.

E già a questo punto (e siamo ancora nell’89-’90) comprendiamo il ruolo determinante delle banche nella vicenda. A portare a termine l’affare, infatti, furono Carlo Zini, il numero uno di allora del Monte dei Paschi di Siena, oggi indagato per “concorso nella bancarotta patrimoniale di Parmalat Finanziaria”, e il banchiere milanese Jody Vender. Vediamo di capire il loro ruolo. Chi guidò, infatti, l’operazione, chi raccolse le adesioni? Proprio loro: la Centrofinanziaria del Monte dei paschi, dunque Zini, e la Sopaf di Jody Vender.

Tanzi, infatti, in quel periodo entrò in contatto con uno degli amministratori del Monte dei Paschi di Siena, Alberto Brandani, che accettò di aiutarlo, presentandogli Carlo Zini. Venne così programmato un salvataggio in più fasi. Nel maggio ’89 Centrofinanziaria, insieme alla Sopaf, architettò un prestito ponte per Parmalat da 120 miliardi di lire sottoscritto da Istituto San Paolo di Torino, Icle, Banco di Napoli, Cassa di Risparmio di Roma, Banca di New York, FCN. Due considerazioni a questo punto sono essenziali: innanzitutto – non è un mistero – i presidenti delle banche che parteciparono a questa “cordata” erano tutti di stretta fede democristiana oltre che essere legati al Vaticano. E questo non è secondario:  Tanzi ha sempre contato su un forte appoggio politico, basti pensare all’amicizia quasi fraterna che lo univa ad Amintore Fanfani e a Ciriaco De Mita. Ma su questi aspetti torneremo più avanti.

Dunque, l’intervento delle banche permise a Tanzi di coprire il debito contratto con Odeon Tv (che poi sarà ceduta a Florio Fiorini, ex direttore finanziario dell’ENI). A questo punto emerge un altro sodalizio che sarà determinante per l’entrata in borsa di Tanzi: l’alleanza con Giuseppe Gennari, azionista di maggioranza della FCN (Finanziaria Centro-Nord), istituto che –come abbiamo detto – partecipò alla cordata per salvare dai debiti la Parmalat. Ma chi è Gennari? Gennari è colui che è stato condannato nel 1994, per il reato di diffusione di notizie false, a 4 mesi di reclusione e a 20 milioni di multa. In pratica, due anni prima, aveva dichiarato di aver comprato la Banca nazionale dell’agricoltura, pur non essendo vero e pur sapendo di dichiarare il falso. “Aveva solo bisogno di risollevare la sua situazione con un’operazione clamorosa. Perciò aveva forzato i tempi. Non si è mai visto – dichiarò il pm Francesco Grecoche si compra qualcosa, figuriamoci una banca, mandando un fax e dicendosi disponibile a pagare 1.200 miliardi”. Ma Gennari è anche altro: ex dirigente ENI, fonda la FCN proprio investendo una parte della sua liquidazione dell’ENI. È, inoltre e non casualmente, legatissimo allo stesso Zini e al Monte dei Paschi che continuano a veicolare le mosse di Tanzi: la Finanziaria di Gennari, infatti, fa continuamente affari con il Monte dei Paschi, senza dimenticare che la FCN stessa viene fondata da Zini, il quale poi abbandona lasciando le direttiva proprio a Gennari che intanto diventa il maggiore azionista.

Ed è in virtù di questi rapporti che si giunge ad una complicata operazione che porta all’alleanza proprio tra la Finanziaria Centro-Nord di Gennari e la Parmalat. Nell’autunno ’90, infatti, Tanzi vende a Fcn il controllo di Parmalat Spa e col ricavato sottoscrive l’aumento di capitale della stessa Fcn, che diventa Parmalat Finanziaria. A quel punto la società può rimborsare i 120 miliardi del prestito ponte.

Eppure qualcosa non quadra. Con l’intervento della banche, Tanzi riuscì ad entrare in Borsa raccogliendo 283 miliardi di lire. Ma ne spese ben 155 per rilevare da Giuseppe Gennari la Finanziaria Centro Nord, la scatola che in pratica servì da veicolo per lo sbarco a Piazza Affari. Ma perché agire in questo modo, attraverso quella che si chiama “quotazione indiretta” (appoggiandosi in pratica alla FCN) invece di preferire la tradizionale offerta pubblica iniziale? Secondo molti questa misura fu utile allo stesso Gennari per alleggerire la sua forte esposizione economica nei confronti proprio dell’istituto senese. Insomma, un giro di accordi e di capitali in maniera tale che nessuno risultasse esposto. Sebbene lo fossero.

Ma in realtà non finisce nemmeno qui. Il piano di salvataggio si conclude nel ‘93 con un nuovo aumento di capitale che evita alla Parmalat, in pratica, di entrare nel mirino dei magistrati milanesi che a quei tempi indagavano sui rapporti tra affari e politica. Un aumento di capitale da 600 miliardi di lire. È allora che scende in campo un altro personaggio chiave, Gianmario Roveraro, patron della banca d’affari Akros, un finanziere  legatissimo all’Opus Dei. A questo punto, con gli interventi economici di banche, di istituti di credito, grazie ad accordi tra vecchi amici e nuovi soci la Parmalat riesce a fare il salto di qualità: sbarca in Sudamerica. In Brasile e Venezuela i marchi del cavalier Calisto sono conosciutissimi. Poi negli Stati Uniti, in Canada, in Messico. In Italia Tanzi diventa così forte da sfiorare il predominio assoluto di mercato.

Una crescita economica così poderosa che l’Antitrust fu costretta ad intervenire per imporgli la vendita di alcuni marchi. Anche qui la vicenda non è ancora del tutto chiara: le aziende cedute per ordine dell’Antitrust vengono comprate da investitori americani, i cui cognomi, però, hanno un che di “italiano”: Anthony Buffa, Lou Caiola e, infine, Steven White. I tre dal 2001 si sono girati le proprietà di marchi quali Giglio, Matese, Sole, Carnini, pur essendo semplici finanziatori non di prim’ordine nemmeno negli States. Non è allora fuori di ogni logica pensare che i tre siano stati solo dei prestanomi. E dietro sempre la longa manus di Tanzi.

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