BANKSTER/ Tutti i contributi (bipartisan) dei banchieri alla politica. E quella legge mai applicata.

Il Monte dei Paschi è la banca del Pd? Sebbene sia probabilmente una tesi troppo semplicistica, non si può negare ci sia una commistione tra la banca e il partito. Così come, però, non si può negare ci sia stata tra Pdl e Mediolanum e Credito Cooperativo Fiorentino, o tra la Lega Nord e Credieuronord. E poi tutta la serie di banchieri-politici che hanno distinto la politica italiana degli ultimi anni: da Verdini allo stesso Berlusconi fino agli uomini di Umberto Bossi. La vera patologia di quanto sta affiorando oggi è il legame banche-partiti e i grossi finanziamenti che gli istituti hanno confezionato ora per i partiti “amici”, ora per i partiti in cui essi stessi militavano. Sebbene ci sia una legge del 1953 che lo vieti. Ma nessuno lo sa.

 

di Carmine Gazzanni

La responsabilità è dell’azionista politico che ha gestito la fondazione che controlla il Monte dei Paschi”. A parlare è Benedetto Della Vedova, candidato in Lombardia con la lista Monti. Ovvio: è nei suoi interessi elettorali attaccare il partito che, oggi, è il nemico da sconfiggere per tutti. Ma anche mettendo da parte gli opportunismi delle tante dichiarazioni (alcune strumentali, appunto), è indubbio che il Partito Democratico abbia le sue responsabilità. Quello tra Pds-Ds-Pd con la Fondazione e con la banca,  è un legame storico, tanto che per anni i sindaci della città toscana sono arrivati dall’istituto di credito.

Il rapporto, però, è sicuramente stato biunivoco, un do ut des che si è dimostrato assolutamente proficuo. Chi comanda, infatti, nella Fondazione Monte dei Paschi? Sostanzialmente, i politici. Due sono gli organi all’interno della Fondazione: una specie di governo, chiamato Deputazione Amministrativa – che ha il compito di decidere cosa fare nella Banca Monte dei Paschi – e un parlamento – chiamato Deputazione Generale – che elegge il governo. Chi compone questo parlamentino? Sedici membri di cui otto eletti dal comune di Siena, cinque dalla provincia di Siena, uno dalla regione Toscana, uno dall’università e uno dall’arcidiocesi. In altre parole su 16 membri, 14 sono diretta espressione della politica. E quale politica regna incontrastata da anni nel comune senese, nella provincia senese e nella regione toscana? La risposta è ovvia.


MUSSARI, IL BENEFATTORE DEMOCRATICOÈ dunque evidente che la politica abbia le sue responsabilità morali. Perlomeno quella locale. Anche se, a conti fatti, a beneficiare di questa commistione è stato poi il partito a livello nazionale. Secondo i dati ufficiali della Camera, infatti, dal 27 febbraio 2002, data del suo primo assegno al partito, Giuseppe Mussari ha versato ben 683.500 euro al Pd (o alla sua versione precedente dei Ds). Non si può certo dire che l’ex numero uno di Mps non sia stato generoso con i democratici, insomma. Finanziamenti ovviamente tutti leciti e dichiarati. Ma che danno comunque il senso della stretta vicinanza tra il manager e il partito. Non solo. Non contento Mussari ha versato soldi al partito anche quando era già presidente dell’ABI. Una sorta di ringraziamento – forse – da 99 mila euro.


I 23 MANAGER DAL CUORE PD – Mussari, però, non è stato l’unico che si è sentito in dovere di versare qualche migliaio di euro al Pd. Secondo quanto ricostruito da Sergio Rizzo sul Corriere, “sono almeno una ventina i dirigenti e i manager del Monte che per anni, regolarmente, hanno finanziato la politica. Soprattutto il Pd e i Ds di Siena, che hanno incassato in una decina d’anni un milione e mezzo di euro grazie ai contributi liberali di costoro”. Nell’elenco ci sono, praticamente, tutti. Stima Libero siano addirittura 23 tra manager ed ex manager passati per Mps ad aver finanziato il partito: c’è Saverio Carpinelli, presidente di Mps capital service, ha donato alle federazioni di Siena del partito 176.063 euro; Alessandro Piazzi, deputato della Fondazione Mps, si è fermato a 162 mila euro; Riccardo Margheriti, presidente di Mps banca verde, ha sfiorato i 133 mila euro; Silvano Andriani, presidente di Mps Axa, di euro ne ha versati più di 123 mila; sopra i 100 mila euro di versamenti anche Marco Spinelli, consigliere di amministrazione di Mps leasing & factoring.

banche_politica_contributiE poi ancora Ernesto Rabizzi, presidente della stessa banca oggi al centro delle indagini, l’Antonveneta, con 125 mila euro versati tra il 2010 e il 2011; Fabio Borghi, già presidente di Mps gestione crediti, con 71 mila euro; Moreno Periccioli, attuale consigliere di Banca Antonveneta di nomina Mps (69.400 euro); Luca Bonechi, presidente dell’immobiliare della Fondazione, la Sansedoni spa; Paolo Fabbrini, consigliere della stessa Fondazione; i revisori Giovacchino Rossi e Marcello Venturini;  l’ex vicepresidente di Mps Aldighiero Fini.


PECUNIA NON OLET. SOLDI PER TUTTI – Nel cuore del Monte dei Paschi, però, non c’è spazio solo per il Partito Democratico. Pecunia non olet mai, d’altronde. Ed ecco allora che, spesso, i finanziamenti hanno intrapreso anche strade diverse. È il caso, ad esempio, dei 10 mila euro versati nel 2004 dal presidente della Fondazione Gabriello Mancini alla Margherita. C’è spazio, però, anche per l’altra sponda. Ecco allora i 25 mila euro con cui nel 2005 Lorenzo Gorgoni, membro allora del consiglio di Mps, finanziò la campagna elettorale di Raffaele Fitto, storico nome di Forza Italia allora e del Pdl oggi.


I BANCHIERI-POLITICI: LEGA NORD, VERDINI, BERLUSCONI – Quella tra banche e politica, però, è una commistione che travalica i confini senesi. Va oltre. È una vera e propria patologia che tocca tutti. Indistintamente. Non potrebbe essere altrimenti se si arriva alla paradossale situazione per cui banchieri ricoprono, al tempo stesso, anche incarichi politici. Basti pensare al clamoroso caso della banca leghista, la Credieuronord, finita in bancarotta: prima che facesse crac, era amministrata da un consiglio in cui gli onorevoli abbondavano. Dall’onorevole Stefano Stefani al presidente della commissione Bilancio Giancarlo Giorgetti, fino addirittura al sottosegretario all’Interno Maurizio Balocchi.

E poi lo stesso Silvio Berlusconi. Probabilmente sfugge ai più, ma anche il Cavaliere si ritrova ad essere un banchiere prestato alla politica o, se si vuole, un politico prestato alle banche, dato che oltre il 35 per cento di Medioalnum è in mano alla Fininvest, il cui azionista di maggioranza è appunto Silvio Berlusconi. Sarà un caso, ma nel 2005 la banca di Ennio Doris ha finanziato Forza Italia per dieci mila euro. Briciole, ovvio. Ma intanto l’aiutino c’è stato.

Che dire, infine, di Denis Verdini, il vero braccio destro di Berlusconi, colui che ha stilato, sotto direttive del Cav, le liste per le politiche, colui al centro di numerosi scandali, a cominciare da quello della P3 (l’associazione segreta che lavorava per risolvere i problemi giudiziari del Cav, pardon di “Cesare”). Il coordinatore nazionale del Pdl è stato per anni contemporaneamente deputato e presidente del Credito cooperativo fiorentino. Anche questo sarà un semplice caso, ma il CCF ha destinato al Pdl ben 74 mila euro in due anni.


LA LEGGE SULL’INCOMPATIBILITÀ: È DEL 1953! – Da quanto detto appare evidente: i politici fanno i banchieri, i banchieri fanno i politici; i partiti decidono chi sistemare nei cda della banche e questi ringraziano a suon di bigliettoni. La commistione tra banche e politica, dunque, è più che evidente.

Eppure, contrariamente a quanto si possa pensare, una legge sull’incompatibilità della carica parlamentare esiste. Il punto è che, come spesso accade, rimane lettera morta. Inapplicata. Se fosse seguita (e forse, prima ancora, conosciuta), si eviterebbe questa miscellanea perversa. “I membri del Parlamento – si legge nel testo – non possono ricoprire le cariche, né esercitare le funzioni in istituti bancari o in società per azioni che abbiano, come scopo prevalente, l’esercizio di attività finanziarie”. L’articolo è di una legge risalente addirittura al 1953. È stata concepita ben sessant’anni fa quando, forse, c’era più sale in zucca di quanto ce ne sia oggi. È impolverata, ma è ancora in vigore. Bisognerebbe dirlo ai vari Verdini, Berlusconi e i leghisti della Credieuronord, i quali invece si proteggono tutti dietro la deroga presente nel testo legislativo secondo cui tale incompatibilità non varrebbe per gli “gli istituti di credito a carattere cooperativo”.

Peccato, però, che non ci sia nulla di cooperativo nel finanziare lo stesso partito in cui poi si milita.

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