AUTUNNO CALDO/ Viaggio tra le aziende in crisi: 150 vertenze aperte e 180 mila lavoratori coinvolti

Non solo Alcoa e Carbosulcis. L’autunno che si avvicina rischia di essere nero per tanti e tanti operai. Multinazionali che fuggono dal nostro Paese. Ben 150 i tavoli critici aperti al ministero dello Sviluppo Economico per un totale di 180 mila coinvolti. Tasso di disoccupazione mai così alto e stesso dicasi anche per il numero dei cassintegrati. Ecco il viaggio, azienda per azienda, di Infiltrato.it in giro per l’Italia della crisi.

 

di Carmine Gazzanni

1476066-alcoa_woDal 2009 ad oggi oltre 30 mila aziende hanno chiuso i cancelli lasciando a casa intere famiglie”. Questo è quanto emerge dal rapporto della Cgil Industria: la crisi non va in vacanza. Numeri spaventosi che, tuttavia, potrebbero crescere vertiginosamente. Sarà un autunno decisamente caldo, infatti, quello che ci attende. Quanto stiamo vivendo in questi giorni – con gli scioperi degli operai dell’Alcoa, la protesta a 400 metri sottoterra dei minatori della Carbosulcis, fino ai tafferugli di ieri – potrebbero essere semplici avvisaglie. Sono i numeri, d’altronde, a svelare una crisi che, probabilmente, proprio in questo periodo sta mostrando i suoi effetti più devastanti. Basti dire questo: secondo gli ultimi dati resi noti direttamente dal ministero dello Sviluppo Economico, sarebbero ben 150 i tavoli aperti con aziende in crisi o che minacciano di chiudere gli stabilimenti. 150 vertenze, dunque, per un totale di 180 mila lavoratori e, secondo i sindacati, 30 mila possibili esuberi.

Altro fattore interessante per comprendere la portata della crisi è anche quello relativo ai cassintegrati. È la Uil a parlarne. Nel mese di luglio le ore autorizzate di cassa integrazione sono state circa 116 milioni con un coinvolgimento di 681 mila lavoratori, in aumento del 21,3% rispetto a giugno. Tra le gestioni le maggiori richieste sono state quelle di cassa integrazione straordinaria (44,6 milioni) in aumento del 19,6% su giugno, seguita dalla cassa in deroga, che con 36,6 milioni di ore registra un aumento del 34,8% rispetto al mese precedente, e dalla ordinaria (34,5 milioni di ore, in aumento dell’11,6%). Per avere un’idea ancora più chiara del fenomeno basti ricordare che tra gennaio e luglio l’aumento è stato addirittura del 110,5%.

Semplici numeri? Rispondiamo con un’interessante viaggio tra le principali aziende in crisi.

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COSA STA SUCCEDENDO ALL’ALCOA? – Cominciamo dall’Alcoa. Della questione già ci siamo occupati: la multinazionale americana sbarca nel nostro Paese nel 1967. Nel ’96 acquisisce la Alumix, società a partecipazione statale, e installa due stabilimenti, uno in Veneto e uno in Sardegna a Portovesme. Per quindici anni gode di impressionanti aiuti pubblici (per un totale di 295 miliardi di euro) finchè non arriva la condanna UE. A questo punto l’Alcoa decide di abbandonare il territorio italiano e di emigrare in Arabia Saudita. Risultato: i 900 lavoratori dei due stabilimenti (considerando anche l’indotto) rischiano di perdere il posto. Poco, fino ad ora, è stato fatto dal ministro Passera, il quale ha cambiato per ben tre volte opinione. Il 31 agosto si era dimostrato cautamente ottimista, il 4 settembre invece aveva detto che era “quasi impossibile trovare compratori”, ieri invece dietrofront: “non è un caso impossibile”.

SARDEGNA. NON SOLO ALCOA, MA ANCHE CARBOSULCIS ED EUROALLUMINA – Sono ben sette le vertenze aziendali aperte sull’isola per un totale di 4.500 lavoratori. Non solo l’Alcoa, dunque. Ma anche la Carbosulcis, salita agli onori della cronaca dopo la decisione dei minatori di protestare scendendo a 300 metri sottoterra: i 630 operai che vi lavorano (480 minatori più 150 impegnati nella manutenzione) potranno stare tranquilli fino al 31 dicembre (Passera ha chiesto una proroga di “sei mesi, massimo un anno”). Cosa succederà dal primo gennaio 2013 non è dato sapere. Un’azienda che invece ha già definitivamente chiuso è l’Euroallumina: 400 dipendenti ora in cassa integrazione.

IL NORD PEGGIO DEL SUD. LA REGIONE PIÙ CALDA È LA LOMBARDIA – Contrariamente a quanto si possa pensare è nelle regioni del Nord che troviamo gran parte degli stabilimenti a rischio chiusura. Spicca su tutti la Lombardia con addirittura 31 vertenze aperte. Seguono poi Veneto e Lazio, entrambe con 22. Solo per la regione lombarda parliamo di circa 20 mila lavoratori coinvolti. Tra le aziende in difficoltà – solo per citarne alcune – ritroviamo grossi marchi come la Indesit (388 dipendenti tutti in Cigs fino a marzo 2013), l’Ocean in provincia di Brescia (440 dipendenti che con grande probabilità finiranno tutti in cassa integrazione), la Iveco (2500 dipendenti con contratto di solidarietà con riduzione oraria del 46%), la Tamoil a Cremona (l’azienda ha fatto sapere di voler mantenere solo un deposito carburanti con 48 dipendenti. A rischio migliaia di posti) e la Riello a Lecco (340 dipendenti in totale: 140 sono in cassa da 1 anno e 200 lavorano 4 giorni la settimana). Un dato che lascia intendere la portata della crisi: secondo il rapporto della Cgil Lombardia, con tutto aprile 2012 “le ore di cassa integrazione sono state 76.165.681”.

LE MULTINAZIONALI, INTANTO, SCAPPANO – Non solo a Portovesme la multinazionale ha deciso, dopo aver prosciugato i serbatoi pubblici per tre miliardi, di andarsene. Tutti ricorderanno anche quanto accaduto solo pochi mesi fa con la Omsa che minacciava di chiudere gli stabilimenti in Lombardia ed Emilia per trasferirsi in Europa Orientale dove la manodopera ha un costo molto più basso. Stesso ragionamento è stato fatto anche da Marchionne a Termini Imerese. E intanto 1.468 lavoratori ancora attendono che si decida del loro futuro dopo le (false) promesse di Dr Motor. Ma non sono questi gli unici casi in cui grosse aziende internazionali decidono di fuggire all’estero. Abbiamo già parlato, nel paragrafo precedente, della Tamoil e della Indesit (quest’ultima ha chiuso lo stabilimento di None per trasferire lo stabilimento in Polonia). Si potrebbe aggiungere a queste la Nokia, che ha aperto la procedura di licenziamento per 445 dipendenti su 1.104 lavoratori: chiuse definitivamente le sedi di Palermo e Catania (32 esuberi), ridotto il numero del personale a Milano (367 esuberi), Roma (40) e Napoli (6).

Non va meglio nel tessile con la Eco Leather che ha deciso di delocalizzare il reparto taglio trasferendolo da Monopoli (Puglia) in Romania: a rischio 90 lavoratori. Stesso discorso anche nel farmaceutico: il piccolo centro ricerche della Sanofi-Aventis ha chiuso perché la casa madre francese ha deciso di tenere solo quattro centri al mondo. Rischiano anche gli 83 addetti in eccesso nello stabilimento Pfizer di Ascoli Piceno: per il momento è stata scongiurata, grazie all’intervento del ministero, l’apertura delle procedure di mobilità. Ma i sindacati rimangono in attesa di certezze.

ANCHE I GRANDI E STORICI MARCHI RISCHIANO – Dalla Indesit alla Merloni. Dalla Natuzzi alla Italcementi. Dalle acciaierie Lucchini alla Parmalat, passando per la storica Richard Ginori. Tutti in crisi, tutti pronti a tagli importanti sul personale.

Per 1.900 lavoratori delle acciaierie Lucchini si è fatto ricorso ai contratti di solidarietà per 12 mesi: i dipendenti lavorano in media 28 ore settimanali (le ora non lavorative vengono integrate dall’Inps). Per l’altoforno di Piombino, invece, c’è stata la fermata per tutto il mese di agosto. L’Italcementi ha confermato la chiusura degli stabilimenti di Porto Empedocle e Vibo Marina. Stesso discorso anche per la Natuzzi di Santeramo (Matera) che ha comunicato ai sindacati di voler richiedere la cassa integrazione per 1.300 dipendenti sui 2.700 dipendenti totali, riducendo – anche qui – l’orario lavorativo.

Dopo 277 anni chiude i cancelli anche la Richard Ginori, storico stabilimento toscano di porcellane. Il 31 luglio infatti è stata interrotta la produzione ed è scattata la cassa integrazione per i 337 lavoratori. Ora si spera nella vendita dello stabilimento. Al momento sono tre le aziende interessate: la piemontese Sanbonet, l’americana Lenox e una cordata di imprenditori del Nordest. Nel settore alimentari non va certamente meglio, con la Parmalat che, lo scorso mese, ha presentato un nuovo piano industriale che prevede la chiusura di tre siti produttivi – Genova (63 dipendenti), Como (9 dipendenti) e Pavia (circa 20 persone) – e l’esubero di 30 lavoratori a Collecchio.

TUTTI I SETTORI IN CRISI. ANCHE I SERVIZI PUBBLICI – Elettrodomestici. Telefonia. Automobili. Farmaceutica. Edilizia. Tessile. Siderurgico. Chimico. Non c’è un settore che sia stato risparmiato dalla crisi. Anche i servizi pubblici potrebbero andare incontro a importanti tagli. Basti pensare a quanto sta accadendo con Poste Italiane: un piano di riorganizzazione che interesserà Toscana, Piemonte, Emilia Romagna, Basilicata e Marche per un totale di 1.763 posti tagliati. Situazione delicata anche per Finmeccanica, la partecipata del ministero dell’Economia, che ha annunciato la cessione di Ansaldo Breda, la vendita di Ansaldo Sts e una quota che il gruppo detiene in Ansaldo Energia. Stesso discorso anche per Fincantieri: circa 1.300 esuberi sui 10 mila dipendenti totali.

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