AMMINISTRATIVE 2011/ Napoli, Milano, Torino, Bologna: cosa accadrà?

L’importanza di questa tornata elettorale deriva anche dal fatto che si voterà in alcune città strategiche per misurare il barometro politico nazionale. I risultati di centri quali Torino, Milano, Napoli e Bologna potrebbero dire molto, e non soltanto perché sono città che storicamente rivestono un peso politico di prim’ordine, ma anche per le vicende che in questi anni le hanno caratterizzate.

di Carmine Gazzanni

elezioni_amministrative_2011_napoli_milano_bologna_torinoNapoli esce da un’amministrazione molto scricchiolante e con un problema, come quello dei rifiuti, rimasto insoluto, sebbene i proclami del Governo centrale; Milano, città storicamente berlusconiana, vive momenti di incertezza, soprattutto dopo i manifesti di Roberto Lassini – “Via le Br dalle Procure” – che tuttavia resta candidato nelle liste del Pdl; anche a Bologna, città questa – al contrario di Milano – dal passato “rosso”, il risultato non sarebbe poi così scontato, dopo che il comune è stato commissionato nel febbraio 2010 a seguito dello scandalo di cui fu protagonista il primo cittadino Flavio Delbono; e infine Torino: una città nella quale il peso crescente della Lega potrebbe essere determinante, nonostante la coalizione del centrosinistra schieri un nome importante (ma molto discusso) come Piero Fassino.

 

NAPOLI. LO SCATAFASCIO DEL CENTROSINISTRA E LE OMBRE SU LETTIERI

Sono ben sette i candidati che si sfideranno nella città partenopea per la carica di sindaco. Un puzzle certamente intricato, per via anche di divisioni interne che non permettono di fare previsioni. Napoli è probabilmente la città per molti aspetti più contesa: da una parte, infatti, i Berluscones criticano la mala gestio dell’amministrazione Iervolino; dall’altra, però, tutti oramai si sono resi conto che l’emergenza “monnezza” certamente non è stata superata, né si può pensare che il Governo Centrale non abbia alcuna colpa, ma soltanto meriti (essendo Napoli commissariata). La gara certamente sarà a tre: Gianni Lettieri, candidato sindaco per la coalizione di centrodestra; Mario Morcone, appoggiato dal Pd e da Sel; e Luigi De Magistris che ha ricevuto la “benedizione” di Antonio Di Pietro.

Come vedremo in seguito, Lettieri è un personaggio che può contare su amicizie forti: da Gianni Letta al Cardinale Sepe, senza dimenticare gli uomini di partito campani Cosentino e Cesaro. Per queste amicizie, ma anche per altro, sono molti che nutrono dubbi su Lettieri e suoi probabili rapporti malavitosi. Basti ricordare un particolare. Nel 2006 il senatore Emiddio Novi, berlusconiano convinto, chiedeva in commissione Antimafia: “mi aspetto che qui ci si spieghi chi è questo Lettieri. Come mai da modesto imprenditore che alloggiava in un modesto appartamento di 120 metri quadri a Salita Arenella numero 9, in pochissimi anni si trasforma in un imprenditore di questo livelloChi stava dietro questo signor Lettieri? Quali erano i rapporti di questo signore con la politica? Qual era il sistema di potere?”.

Ma, se da una  parte si addensano tali ombre, a sinistra le cose certamente non vanno meglio, anche se per motivi profondamente diversi. A Napoli, infatti, come del resto in altre città italiane, Pd e Italia dei Valori correranno da soli. Da una parte Mario Morcone, dall’altra Luigi De Magistris, il quale di certo non ha digerito la scelta degli alleati: “Era chiaro – aveva detto appena dopo la decisione del Partito Democratico su Morcone – che il Pd avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di non appoggiarmi. Io vado avanti”. Ma voci forti fanno pensare che i mal di pancia siano anche interni alla stessa coalizione di centrosinistra: Morcone, in effetti, è un nome che non ci si aspettava. Dopo le contestate primarie in cui Andrea Cozzolino aveva battuto i rivali Ranieri, Mancuso e Oddati, infatti, si era giunti ad una coesione intorno al nome del magistrato Raffaele Cantone. Ma il Pd continuava a titubare. Per questo De Magistris aveva avanzato il suo nome. Soltanto dopo il Partito Democratico ha deciso di scendere in campo con un altro candidato, appunto Morcone. Decisione che non piace a molti, per diversi motivi: innanzitutto “per il candidato sindaco del centrosinistra – lamentano molti – ora si passa dal magistrato al prefetto. Poi si passerà al questore, al Capo di stato maggiore, alle guardie forestali, ai vigili urbani e così via. Per Napoli c’e bisogno di un politico”. Senza dimenticare che Morcone, visti i suoi incarichi istituzionali, ha vissuto poco Napoli e, come hanno sottolineato in tanti, “si è passato più tempo a far conoscere chi fosse Morcone e non a illustrare il programma elettorale in questi giorni”.

Dunque le fratture restano e potrebbero essere determinanti. Ed è proprio per questo che gli altri candidati, da Mastella che corre da solo, al terzopolista Pasquino, fino a Roberto Fico del Movimento Cinque Stelle potrebbero sconvolgere la carte in tavola. In effetti, ad oggi, i sondaggi parlano di un Lettieri al 39,6%, Morcone al 22,5 e De Magistris al 20,5. Nel caso si vada al ballottaggio sarà curioso vedere come si comporteranno gli altri partiti e se Morcone e De Magistris decideranno di unire le forze, scongiurando l’ipotesi che Lettieri abbia gioco facile nella manche decisiva.


MILANO. LETIZIA MORATTI E GIULIANO PISAPIA AD ARMI PARI

Contrariamente a quanto si poteva credere, anche a Milano sembrerebbe che la partita è assolutamente aperta. Secondo gli ultimi dati, forniti da SGW, Letizia Moratti si attesterebbe intorno al 43%, mentre Giuliano Pisapia, candidato appoggiato dai partiti di centrosinistra, al 42%. Proprio per questo anche nel capoluogo lombardo sarà interessante vedere i movimenti degli altri partiti. A iniziare da Manfredi Palmeri, candidato del Terzo Polo, sulla cui autonomia dalla coalizione di centrodestra c’è stata grande discussione. Senza dimenticare Mattia Calise, studente di scienze politiche, solo vent’anni, rappresentante del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo: per molti la sua giovane età rappresenterebbe un limite importante alla sua candidatura, ma i dati dicono il contrario, con un 5% che intimorisce tanto la Moratti quanto Pisapia, perché potrebbe portare via voti importanti.

Il sindaco uscente, nonostante sia sempre stata coccolata dai big del Pdl, non gode di un ottimo momento. Certamente questi per Letizia Moratti non sono stati anni facili. Sanzioni, scandali, accordicchi più o meno trasparenti hanno costellato il suo cammino da sindaco di Milano. Dalle condanne della Corte dei Conti per consulenze esterne eccessivamente numerose (la legge parla di un tetto massimo del 5% del totale) oppure concesse senza richiedere alcun requisito (addirittura a non laureati); alla questione Expo 2015: una cattiva gestione che, a detta di molti, avrebbe favorito gli agganci malavitosi a Milano. Non a caso pochi giorni fa Giulio Cavalli, sul suo blog, ha indirizzato dieci domande alla Moratti, tra cui, appunto, diverse sulla sua posizione (negazionista) sulle infiltrazioni mafiose: “Augurandosi che dopo le centinaia di arresti degli ultimi mesi di uomini di ‘ndrangheta anche lei si sia ricreduta, come ci si sente da Sindaco uscente di una città in cui la mafia esiste?”. Fino all’ultimo scandalo: dopo la politica edile portata avanti dalla Moratti, centrata su uno spaventoso aumento delle cubature, ecco svelati gli interessi personali. Dal Piano del Governo del Territorio varato dalla giunta Moratti si evince un enorme vantaggio economico (circa un milione di euro) per Gabriele Moratti, figlio di Letizia, grazie ad un immobile acquistato da Gabriele  con vincolo di destinazione industriale, ma trasformato immediatamente in villa di lusso. Senza dimenticare, ancora, che Letizia Moratti certamente non può essere annoverata tra i sindaci più presenti in Consiglio Comunale: 6 presenze nel 2008 e 3 nel 2009; è stata inoltre richiamata dal presidente del Consiglio Comunale, Manfredi Palmieri (candidato con il Terzo Polo), per non aver risposto alle 100 interrogazioni portate dal consigliere di opposizione Pierfrancesco Majorino ai sensi del regolamento.

Insomma, contrariamente a quanto si possa pensare, Letizia Moratti potrebbe non godere di ottima fiducia da parte dei milanesi. E senz’altro quanto accaduto con Roberto Lassini e i manifesti “Via le Br dalle procure” e la conseguente rottura con la Moratti stessa, non ha agevolato questa tormentata campagna elettorale.

Pare, allora, che ne stia approfittando Giuliano Pisapia che, dopo aver battuto inaspettatamente Boeri, candidato del Pd, si prepara ad affrontare la tornata elettorale con buone speranze di gareggiare ad armi pari con Letizia Moratti. Sono molti, in effetti, a nutrire grandi aspettative nel candidato del centrosinistra, soprattutto perché non proviene dalla gerarchia partitica, quanto dalla società civile: nel corso della sua vita ha fatto l’operaio in una fabbrica chimica, l’educatore nel carcere minorile Beccaria, l’impiegato di banca. Laureato in legge, ha seguito importanti processi, nazionali e internazionali: parte civile nel processo SME, difende Ovidio Bompressi nel processo Calabresi, è parte civile nel cosiddetto “toghe sporche” (imputati Previti, i giudici Squillante e Metta), difende la famiglia di Carlo Giuliani dopo i fatti del G8 di Genova, difende, come parte civile, la figlia di Davide Cesare, detto Dax, il ragazzo ucciso nel 2003 da un neonazista poi condannato a 16 anni e 4 mesi di reclusione e, a livello internazionale, difende il leader curdo Abdullah Öcalan. Ma nonostante questa propensione alla società civile, è stato anche uomo politico di prim’ordine: nel 1996, infatti, è stato presidente della commissione giustizia (dopo la caduta del Governo Prodi, però, si dimette e nel ’99 va come volontario in un campo profughi al confine con l’Albania); nel 2001 è stato rieletto alla Camera.

Insomma, una persona in cui molti credono. La partita è aperta: certamente una vittoria del centrosinistra sarebbe un duro colpo per Berlusconi che perderebbe una delle sue più importanti roccaforti. Se si dovesse andare al ballottaggio, però, è quasi scontato che il candidato terzopolista Palmeri dia il proprio appoggio alla Moratti. E sembra difficile che il Movimento 5 Stelle rinunci alla sua indipendenza affiancandosi a Pisapia. Le carte sono ancora scoperte, risulta difficile immaginare come possano evolvere le cose. Certamente la Moratti e Berlusconi non possono dormire sonni tranquilli. Almeno questa volta.


BOLOGNA. NONOSTANTE IL “CINZIAGATE” IL CENTROSINISTRA RIMANE AVVANTAGGIATO

Anche nel capoluogo romagnolo la situazione non è affatto scontata. Il comune di Bologna, infatti, è commissionato dal febbraio 2010 a seguito dello scandalo di cui fu protagonista il primo cittadino Flavio Delbono, scandalo noto come “Cinziagate” (dal nome dell’ex compagna e segretaria di Flavio Delbono) e che portò l’ex sindaco ad essere indagato per reati come peculato, truffa aggravata ed abuso d’ufficio relativamente al periodo nel quale ricopriva la carica di vicepresidente della Regione Emilia-Romagna. Proprio per questo non sembrerebbe così scontata la vittoria del centrosinistra e del suo candidato Virginio Merola. Non è un caso, infatti, che Bologna, probabilmente in misura anche maggiore rispetto alle altre città, pullula di politici di prim’ordine che si scambiano accuse e lanciano critiche proprio perché perdere una città come Bologna sarebbe il colpo di grazia per il Partito Democratico. Ultimo scontro quello tra Roberto Maroni e un romagnolo doc come Pierluigi Bersani. “Maroni ha detto che farà l’accordo sul patto per la sicurezza a Bologna solo se vincono Lega e Pdl – avrebbe detto il segretario del Pd – Si dia una regolata e vada a dirle da un’altra parte queste sciocchezze, magari tra i suoi paesini lassù, ma non in Emilia Romagna”.

E non è un caso che questa disputa abbia visto come protagonista Maroni. In effetti sembrerebbe quasi che siano più i leghisti e non i pidiellini ad essere presenti sul territorio bolognese. Certamente questo anche in conseguenza dell’inaspettata crescita del partito in Emilia-Romagna. Infatti, dopo Maroni è stata la volta di Renzo Bossi che è tornato a Bologna, cogliendo l’occasione anche per partecipare alle selezioni di Miss Padania in una discoteca della città. E infine ieri è toccato a Umberto Bossi partecipare ad un comizio in appoggio del candidato di Pdl e Lega Manes Bernardini. Tutti sono pronti a giocarsi il tutto per tutto, dunque, anche rischiando, senza nessuna paura del flop.

Anche qui, dunque, la questione rimane profondamente intricata. Certamente, però, rispetto ad altre città, i sondaggi parlano di un netto vantaggio per il candidato di centrosinistra che addirittura potrebbe anche superare il 50% e chiudere la partita scongiurando anche l’ipotesi ballottaggio e, dunque, evitando che la coalizione di centrodestra possa acquisire più voti con l’appoggio del candidato centrista Aldovrandi.

Senza dimenticare, infine, il peso che in Emilia-Romagna ha conquistato il Movimento 5 Stelle (unica regione ad avere due consiglieri grillini): il candidato Bugani si attesterebbe intorno al 5%, ma c’è ragione di pensare che, anche se manca poco più di una settimana alla tornata elettorale, tale percentuale possa salire ulteriormente. Ci sono, tuttavia, anche coloro che pensano invece che questa volta Grillo abbia commesso un errore condannando il Movimento ad un flop: tra i candidati nella lista troviamo, infatti, Filippo Boriani, già due mandati alle spalle come consigliere comunale. Ma Boriani è anche tra i fondatori dell’Ulivo di Bologna e del Partito dei Verdi. Cosa c’è di strano, ci si chiederà. Tra le regole che il Movimento 5 Stelle impone per la stesura delle liste, leggiamo: “Ogni candidato non dovrà avere assolto in precedenza più di un mandato elettorale, a livello centrale o locale, a prescindere dalla circoscrizione nella quale presenta la propria candidatura”; eppure alle elezioni amministrative di Bologna presenta una persona che ha già svolto due mandati. Venialità, certamente. Ma pare che ciò abbia infastidito molti grillini.


TORINO. FASSINO È FORTE, MA I DUE PREGIUDICATI FANNO STORCERE IL MUSO A MOLTI

Sono 12 i candidati e 37 le liste che si sfideranno per la poltrona di uno dei sindaci più amati d’Italia, Sergio Chiamparino. La competizione, però, sembra ristretta ai tre principali: il parlamentare Pd e candidato del centrosinistra, Piero Fassino, l’attuale assessore alla Cultura della giunta Cota, Michele Coppola e il candidato del Terzo Polo, Alberto Musy.

Nonostante certamente tutte le forze politiche abbiano puntato molto su Torino, la coalizione di centrosinistra non dovrebbe avere problemi a riconfermarsi. E senz’altro questo anche per il segno che ha lasciato Chiamparino. È difficile pensare che Fassino riesca nell’impresa di riconfermare il 66% che l’ex sindaco raggiunse al primo turno nel 2006. Proprio per questo è chiaro che l’obiettivo del candidato di centrodestra Michele Coppola sia quello di centrare il ballottaggio, sperando poi di portare dalla sua parte i voti dei cosiddetti moderati. Ma il ballottaggio è tutt’altro che scontato: alcuni sondaggi parlano di un centrosinistra che si attesterebbe intorno al 49%, altri addirittura intorno al 57%.

Tuttavia sono molti i partiti che potrebbero soffiare voti a Fassino. A iniziare dalla Federazione della Sinistra che presenta un candidato tutto suo, Juri Bossuto. Anche il Movimento 5 Stelle presenta un candidato molto più che credibile, l’ingegnere Vittorio Bertola. Senza dimenticare l’incognita Alberto Musy – Terzo Polo – che potrebbe, come già detto, entrare in soccorso di Coppola in caso di ballottaggio, anche se sono molti a ritenere che sia più plausibile che sottragga voti al candidato di centrodestra al primo turno, favorendo così la corsa di Piero Fassino.

C’è da dire, tuttavia, che se i pericoli non vengono da fuori e dalle altre liste, i malumori sono interni al centrosinistra. Certamente Fassino ha ricevuto l’appoggio incondizionato di Chiamparino, dell’ex presidente della Regione Mercedes Bresso e dei due ex ministri piemontesi Livia Turco e Cesare Damiano. I malumori, però, sono presenti e nascono dal fatto che in lista troviamo due pregiudicati, Giusi La Ganga e Giancarlo Quagliotti. Il primo, ex parlamentare craxiano, è stato coinvolto in Tangentopoli e gli è costato un patteggiamento a un anno e otto mesi per finanziamenti illeciti, e su di lui pesa anche l’accusa di massoneria, per quanto il socialista abbia sempre pubblicamente preso le distanze dalla P2. Il secondo, ex dirigente Pci, è stato coinvolto in scandali di tangenti sia nell’83 sia nel ’93, quando è stato condannato per le mazzette che la Fiat pagava al Pds. Proprio per questo sono molti a leggere in questo appoggio incondizionato a Fassino una punta di incoerenza, soprattutto nell’Italia dei Valori, dai cui banchi nessun grido si è levato. Probabilmente i dirigenti regionali e nazionali hanno pensato bene di non alzare un polverone in un momento delicato e importante come questo.

 

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