Al contadino 18 centesimi al chilo, chi specula guadagna 13 volte tanto: la denuncia di uno “schiavo”

Speculatori agricoli e moderni schiavi

Speculatori agricoli e moderni schiavi

Come chiamare, altrimenti, un agricoltore che si spacca la schiena e poi è costretto dagli speculatori dell’ortofrutta a vendere le sue pesche a 18 centesimi al chilo? Oltre al danno la beffa: se fa un giro al mercato trova le sue stesse pesche in vendita ad un prezzo 13 volte superiore. La denuncia ci arriva da Villafranca di Verona, da quel nord che dopo aver votato per anni Lega ora si è rivolto al M5S per risolvere queste problematiche concrete che influiscono sulla vita di tutti i giorni. E la situazione che F.G. ci racconta è fin troppo drammatica.

TRA SCHIAVI E SPECULAZIONI

Lavoro nei campi

Lavoro nei campi

Lavorare e raccogliere un quintale di pesche può richiedere al contadino che le coltiva anche una giornata intera di lavoro fatta di sette o otto ore.

Quanto guadagna in questo lasso di tempo? La metà di un operaio che riesce a racimolare quei 40 euro al giorno per stare dietro a una catena di montaggio. Tutto questo deriva da un tariffario inflessibile che va verso il produttore di pesche. La vendita alle aziende cooperative non può superare i 18 centesimi al Kg. Facendo un rapido calcolo di zeri possiamo facilmente ottenere che un quintale di pesche coltivate all’azienda costa 18 euro. Una tonnellata (1000 kg) ne costa 180 euro. Queste seconde poi sono autorizzate a rivenderle fino a un prezzo di 67 centesimi al Kg che significano a loro volta 67 euro al quintale.

Ci sono anche pesche che arrivano ai mercati dell’ingrosso della frutta. E’ lì che il prezzo può aumentare, a seconda dei periodi, anche a 1,50 euro al Kg per guadagnarci al quintale 150 euro. Il consumatore finale però, quando non sono frutti di stagione, può arrivare a pagare le pesche anche a 3 o 4 euro al kg. Come mai il prezzo sale così tanto e gli agricoltori guadagnano così poco? Dipende dal fatto che è soltanto nel passaggio tra l’ingrosso e la vendita al dettaglio che il prezzo può anche raddoppiare. E così il commerciante che ha pagato 150 euro al quintale per le pesche ne può guadagnare anche fino a 250 quando le vende al consumatore finale che sono le famiglie.

Il rapporto 250 a 18 è di 13,88. Tutto questo significa che sulla stessa quantità di pesche il venditore finale ci guadagna 13 volte più dell’agricoltore. Che spesso però rimane anche a secco per due anni come vedremo nella storia che ci è stata raccontata. 

2 ANNI DI RITARDO

Campagna veronese

Campagna veronese

Questa storia è accaduta a un coltivatore della provincia di Verona. Nel periodo tra luglio e agosto del 2011 ha venduto a una cooperativa, la ditta Coop. Top Frutta Scarl di San Giovanni (VR), circa 140 quintali di pesche.

Passa tutto il 2011 e del pagamento della frutta non arriva nessuna prova. Nel 2012 la stessa storia. Nessun euro è giunto nelle tasche del coltivatore diretto. Suo figlio, F.G. le iniziali, era disperato. Non poteva fare nulla però perché tra la ditta e il coltivatore c’era la figura del posteggiante a cui va il 10% del pagamento che tocca all’agricoltore.

Il 20 marzo 2013, a quasi due anni dalla consegna della frutta arriva in una banca del Veneto l’assegno del posteggiante. Si trattava di una somma di 2500 euro.

Ora il coltivatore vuole giustizia. Nello stesso momento in cui ha ricevuto l’assegno bancario si è rivolto alla Guardia di Finanza. Per sapere in che data la ditta, dopo aver rivenduto le pesche, è stata pagata dal suo acquirente. 

ALTO RISCHIO, POCA RESA

Albero carico di pesche

Albero carico di pesche

Un quintale di pesche a 18 euro. Diciotto euro è davvero il guadagno che entra nelle tasche del contadino? Certo che no, perché ogni azienda agricola ha il suo indotto: composto dai dipendenti che vanno regolarmente pagati ogni mese. Come va pagato anche il concime, i trattamenti per le pesche e l’acqua di irrigazione. Che tolgono al  contadino stesso più del 50% dei guadagni giornalieri.

Oltre a questo c’è la cosa più importante che non è stata ancora pagata. Si tratta della manodopera del contadino che pota personalmente i rami di pesco e li alleva. Per un guadagno finale di 9 euro a quintale. E se in quintali che si riescono a raccogliere sono 10 diventano 90 euro al giorno. Tutto questo però quando le pesche sono di stagione perché quando non crescono e vengono danneggiate da eventi atmosferici si rischia di guadagnare soltanto per vivere. Il padre di F.G. però nonostante i pagamenti ricevuti in ritardo ha sempre saldato i conti con il suo indotto regolarmente.

E i 2500 euro non ricevuti? Secondo il racconto di suo figlio “li ha sborsati di tasca propria rischiando di non avere soldi per comprarsi da mangiare”.

Tutto questo – ha sottolineato – non è degno di una Repubblica e di uno Stato civile. Questa è una realtà nell’anormalità e non è tollerabile. Dobbiamo chiederci cosa questo sistema guasto produce. Se ad essere derubati legalmente o a povertà”. 

COSTRETTO A TENERE IL PREZZO BASSO

Agricoltura in Veneto

Agricoltura in Veneto

Cosa potrebbe succedere al contadino se, in caso di crisi, decidesse arbitrariamente di alzare il prezzo delle proprie pesche? I commercianti che acquistano frutta in paese non la prendono a più di venti centesimi al Kg.

Chiunque quindi, non soltanto il nostro interlocutore, sarebbe costretto a buttare nel proprio terreno la frutta coltivata perché rimarrebbe praticamente invenduta.

E le tutele? Nel Veneto e nello specifico del mercato delle pesche non esistono. Quasi che i contadini siano lavoratori a cottimo pagati soltanto per la raccolta della frutta. Non esiste un comitato antitrust e nemmeno una vigilanza di tutela per le trattative dei prezzi di mercato in modo tale da poter controbattere ad armi pari. I coltivatori vorrebbero infatti che oltre ai prezzi massimi vengano imposti anche dei prezzi minimi come in Spagna e di mandare comitati di controllo nei mercati ortofrutticoli soprattutto durante le trattative sui prezzi di vendita.

PAGAMENTI CON ANNI DI RITARDO

Strada di campagna in Emilia Romagna

Strada di campagna in Emilia Romagna

Il pagamento di frutta con due anni di ritardo è certamente un caso limite. C’è però una media di ritardi che si attesta, in Veneto ma anche in Emilia Romagna dove il mercato della pesca è fiorente, sono di 90 giorni. La maggior parte dei commercianti si giustifica dicendo di aver ricevuto merce guasta oppure non bella.

Della speculazione del mercato che arriva a decuplicare il guadagno dei contadini abbiamo già parlato. I pagamenti in ritardo contribuiscono però a creare l’umiliazione del coltivatore e lo sradicamento sul territorio del pesco.

Il marchio Pesca di Verona Igp non tutela lealmente i diritti del coltivatore ma forse soltanto un marchio commerciale a favore del commerciante.

E’ difficile sapere se la pesca di Verona possa avere un suo futuro. Certo è che i contadini rischiano ogni giorno di dover chiudere baracca e burattini. Con buona pace dei prodotti di alta qualità.

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