Italia, un paese “non pessimista”, ma perennemente in attesa. Ecco perché

italia un paese non pessimista ma in attesa

La percezione della crisi: il sentimento che prevale nel Paese non è roseo, ma di “non pessimismo”.

 

Il clima del paese sembra stia cambiando negli ultimi mesi. Certo, in un modo non del tutto univoco, che necessita di essere interpretato. Vediamo alcuni degli elementi che mi sembrano centrali.

Il primo tema è quello, naturalmente, della crisi economica. È un tema ineludibile, che convoglia l’attenzione, le preoccupazioni, le attese della totalità o quasi degli italiani. Le comunicazioni che vengono dalle istituzioni segnalano almeno due aspetti contraddittori: i deboli segnali di una ripresa che il ministro Saccomanni ha sottolineato proprio pochi giorni fa a Bruxelles accompagnati contemporaneamente da dati (gli ultimi quelli di Bankitalia) che evidenziano una crescita della povertà molto netta. 

Si tratta di dati riferiti al 2012, ma non sembra esserci ragione di ritenere che nel corso dell’ultimo anno ci sia stata un’inversione di tendenza. Anzi, l’impressione è che sia stato un anno di grandi disagi, evidenziati in maniera icastica dal calo dei consumi che si continua a registrare. 

E questo calo è determinato non solo da un ridursi delle risorse a disposizione, ma anche da un riorientamento degli obiettivi delle famiglie che, dopo aver tentato di resistere alla crisi cercando (disperatamente) di mantenere il proprio tenore di vita o quanto meno di non ridurlo eccessivamente, visto il perdurare delle difficoltà e le prospettive a breve che non consentono ottimismi, oggi mirano innanzitutto a ricostituire i loro risparmi. Con un processo che avvita riduzione dei consumi e procrastinazione degli acquisti in quella che si teme diventare una spirale deflattiva. Sembrerebbe quindi che tutto confligga con le dichiarazioni del ministro che vede profilarsi la ripresa.

In realtà forse non è proprio così. Potremmo definire il sentimento che pervade oggi il Paese come un sentimento di “non pessimismo”. Bisogna a mio parere cogliere alcuni segnali (deboli) che stanno sottotraccia. Ne evidenzio solo due. Il primo è il “sentiment” relativo alla propria condizione economica familiare e personale. La domanda è semplice: pensando ai prossimi sei mesi ritieni che la situazione economica personale/della tua famiglia migliorerà, peggiorerà oppure rimarrà stabile?

il pessimismo era diventato assai consistente tra la fine del 2011 e gli inizi del 2012, oggi scende nettamente, certo senza una crescita degli ottimisti. Appunto il non pessimismo. Un andamento simile emerge da un altro indicatore che rileviamo continuativamente, relativo alla percezione del “momento” della crisi (il peggio è già passato, siamo ora all’apice, il peggio deve ancora arrivare).

Certo, rimane ancora il 50% fortemente preoccupato. Ma il calo è evidente, per quanto non cresca chi pensa che ne siamo fuori. Di nuovo il non pessimismo.

Questi piccoli, deboli segnali, si coniugano con una richiesta di intervento che si rivolge pressantemente alla politica. La vittoria di Renzi alle primarie ha cambiato la scena. In diversi termini. Nelle attese rispetto al governo, che fino alla decadenza di Berlusconi e alla vittoria di Renzi era considerato un governo “obbligato”, senza alternative, ma che oggi diventa una governo cui si chiede uno scatto, grazie alla caduta degli “alibi” derivanti da una maggioranza spuria. 

Nelle attese rispetto alle riforme; se fino a pochi mesi fa si considerava con estremo scetticismo la possibilità che la classe politica esprimesse la capacità di cambiare alcunché, oggi si comincia a pensare che forse qualcosa si può riuscire a fare. Nelle attese rispetto al cambiamento degli attori: oggi i giovani politici sono fortemente presenti, un ricambio generazionale rivendicato anche da Enrico Letta nella sua conferenza stampa di fine anno.

Ma non è una vera e propria apertura di credito. È, appunto, un’attesa che si aspetta di vedere esaudita. Senza troppe illusioni. E soprattutto un’attesa che non ha intenzione di aspettare i tempi biblici delle istituzioni e della politica. È il tempo dei social network, della velocità ma anche del rapido disincanto. È la scommessa di Renzi e dei giovani leader. Il tempo per vincerla è sempre più ridotto.

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