“Impatto dirompente”. Ecco l’effetto di Papa Francesco sulla Chiesa italiana

papa francesco ha un effetto dirompente sulla chesca

Intervista con l’arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, vicepresidente della Cei: dobbiamo seguire l’invito del Papa alla «conversione pastorale».

 

«L’annuncio del Vangelo con semplicità e profondità, la medicina della misericordia e la lettura dei segni dei tempi sono il cuore della conversione pastorale richiesta dal Concilio Vaticano II: non basta che siano i papi a viverla, tutta la Chiesa deve impegnarsi con decisione». Lo afferma l’arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, vicepresidente della Cei, che in questa intervista con «Vatican Insider» parla dell’impatto del nuovo pontificato sulla Chiesa italiana.

Quale impatto, secondo la sua esperienza di vescovo, sta avendo il pontificato di Francesco, la sua parola e la sua testimonianza? 

«L’impatto di Francesco è senza dubbio dirompente e certamente anche nella mia diocesi se ne avvertono gli effetti. Mi capita spesso di parlare – con tantissime persone, fra le più diverse per estrazione, orientamenti culturali, situazioni di vita – delle parole o dei gesti del papa. E mi chiedo: perché un impatto così grande e inaspettato dal ministero di un papa? Credo che la risposta sia molto semplice: la bellezza e la credibilità della vita secondo il Vangelo. Francesco, in fondo, ci sta ricordando che il governo della Chiesa, i rapporti con le istituzioni, il problema del reperimento delle risorse e perfino il problema del peccato dentro la Chiesa non possono distrarci dall’annuncio semplice e diretto del Vangelo. Questa dirompente indisponibilità del papa a lasciarsi ingabbiare da strutture, cerimoniali e problemi ha messo sotto gli occhi di tutti due cose molto semplici: il Vangelo è bello, affascina, tutti vi possono trovare una interlocuzione autentica nella ricerca di felicità, salvezza, speranza. Il Vangelo richiede a tutti un processo di conversione permanente: anche al papa e ai vescovi (questo il papa l’ha fatto capire sin dalla sua prima omelia ai cardinali che lo avevano eletto). Del resto, l’annuncio del Vangelo con semplicità e profondità, la pratica della medicina della misericordia e la lettura dei segni dei tempi sono il cuore della conversione pastorale richiesta dal Concilio Vaticano II: non basta che siano i papi a viverla, tutta la Chiesa deve impegnarsi con decisione. Da parte mia sto preparando una lettera pastorale proprio per riflettere su questo tema e per cercare di individuare percorsi concreti di rinnovamento».

Nel discorso alla CEI dello scorso maggio, il papa ha proposto un modello di pastore: la Chiesa italiana deve fare un cammino in questo senso?

«Certo che la Chiesa italiana e non solo deve fare un percorso in questo senso; vorrei però che non si desse una lettura superficiale. Non si tratta di allinearsi ad un nuovo stile percepito come diverso o addirittura contrario al precedente; si tratta di vivere – ieri come oggi – il tempo della Chiesa come tempo di grazia. Oggi, come in passato, è fondamentale fuggire dalla mondanità, perché il Signore, come ha esortato più volte papa Francesco, ci “vuole pastori con l’odore delle pecore” e “non pettinatori di pecore”. Questa è una delle immagini più importanti e più belle evocate dal Santo Padre. Tutti siamo chiamati a vivere in mezzo al gregge e non a stare rinchiusi dentro qualche palazzo vescovile. Siamo chiamati a sentire le sofferenze e le gioie, gli umori e gli odori del nostro popolo. In poche parole, siamo stati esortati ad essere meno autoreferenziali».

Il Papa sembra voler ampliare l’aspetto collegiale attraverso il coinvolgimento delle conferenze episcopali regionali nella revisione dello Statuto CEI. Lei è favorevole all’elezione del presidente e del segretario dell’episcopato, come accade negli altri Paesi del mondo?

«Quando si parla di collegialità si fa riferimento ad un argomento estremamente importante su cui, però, si fa spesso confusione, cercando magari qualche argomentazione di tipo “politico” che metta in contrapposizione un pontefice con un altro. Invece, papa Francesco si sta muovendo, senza tentennamenti, lungo la linea già tracciata dai suoi predecessori, e sta continuando la ricezione di tutti i frutti prodotti dal Concilio Vaticano II. Cinquant’anni dalla conclusione di quell’assise non sono poi molti. Basti pensare ai tempi di maturazione e ricezione del Concilio tridentino. La collegialità è dunque un tema centrale, che si muove in tutte le direzioni – internazionale e nazionale – perché implica la fiducia nel discernimento comunitario a tutti i livelli. Inoltre, la collegialità episcopale nel governo universale della Chiesa richiama, immediatamente, un altro elemento importantissimo: la sinodalità della Chiesa locale. Entro questa cornice ben più ampia, si comprende come la questione sulla nomina o elezione del presidente e del segretario CEI sia importante, sì, ma ben lontana dall’esaurirne la portata. Così come è certamente importante il maggior coinvolgimento delle conferenze regionali. Esso produrrà un discernimento pastorale più legato alle situazioni concrete. Ma dirò di più: la valorizzazione delle conferenze episcopali regionali non modificherà solo il funzionamento della Conferenza nazionale; è destinato a modificare in profondità soprattutto le conferenze regionali stesse, il cui ruolo sarà meno ricettivo e più propositivo. Le conferenze regionali dovranno quindi potenziarsi come luogo di discernimento pastorale e questo rafforzerà la dimensione collegiale del ministero episcopale proprio a partire dal terreno di lavoro di ciascun vescovo».

Francesco ha detto che non bisogna concentrarsi e insistere soltanto sui cosiddetti «principi non negoziabili». Come è stata recepita secondo lei questa indicazione?

«Francesco non solo ha detto questo, ma ha richiamato a una precisa lettura della realtà, con l’efficace immagine dell’“ospedale da campo”. Già durante la GMG, rivolgendosi ai vescovi latinoamericani, aveva parlato di un’umanità di feriti. Il papa, senza nulla togliere ai principi non negoziabili, sta aiutando tutti a vedere, senza rimozioni, la realtà anche nei suoi molteplici aspetti contraddittori. L’invito forte che viene dal papa consiste nell’allargare lo sguardo amorevole della Chiesa e non di chiuderlo. Allargarlo a tutta la complessità dell’esistenza umana: dalle delicatissime questioni della difesa della vita alle drammatiche esperienze, faccio solo un esempio, dei rifugiati e dei migranti. Questo allargamento della prospettiva non ha un significato profondo solo per i vescovi ma interroga tutti, anche sul piano economico, sociale e direi perfino comunicativo.

D’altronde, lo storico viaggio di Francesco a Lampedusa non solo ha cambiato notevolmente il modo di guardare a queste vicende terribili e dolorose, ma ha anche contribuito a modificare il modo di raccontarle. La presenza del papa a Lampedusa ha mostrato, senza rimozioni, a tutta Europa che siamo un’umanità ferita da una ideologia che ci fa idolatrare false sicurezze (“sicurezze fragili come bolle”) sul cui altare abbiamo sacrificato il più elementare senso di umanità. Queste ferite sono procurate da una cultura precisa: quella dell’interesse limitato a un orizzonte individuale ed effimero, del piacere egoistico e momentaneo, del profitto perseguito a tutti i costi e privo di investimenti sul futuro; la logica della crescita fondata sul consumismo sterile anziché su uno sviluppo ragionato, solidale e sostenibile, che curi i talenti di ciascuno e il bene di tutti. L’altra faccia di questa visione ristretta della realtà è la cultura dello scarto (migranti, poveri, vecchi, bambini). Insomma, il vescovo di Roma traccia una strada che è quella della “rivoluzione della tenerezza”: l’annuncio del Vangelo, prima di tutto, e poi, come diceva Giovanni XXIII, la medicina della misericordia. Una medicina di cui tutti abbiamo bisogno».

Quale deve essere il rapporto tra Chiesa e politica? Perché in Italia, nonostante una storia importante, è venuta meno una presenza significativa di cattolici in politica?

«Lo ripeto: la situazione è tale che il messaggio del Vangelo, che la Chiesa ha la missione di trasmettere, risuona in tutta la sua forza profetica. La Chiesa dichiara al mondo che la compassione, la solidarietà, la distribuzione equa delle risorse della terra, il bene comune universale, la rinuncia alla guerra per la risoluzione delle controversie internazionali, il rispetto della terra le cui risorse sono limitate e vanno custodite, la libertà religiosa non sono né valori confinabili alla sfera privata, né utopie astratte e buoniste. Si tratta dell’unica strada percorribile per risolvere i problemi posti dalla globalizzazione, che non può essere soltanto finanziaria ed economica. Proprio per questo, trovo assolutamente necessario che quei laici cattolici che sentono la vocazione politica come “missione” civile a difesa dell’uomo e del bene comune si propongano come attori dell’agire politico. Attori protagonisti, però, e non semplici portatori d’acqua in cambio di qualche misera prebenda.

Attori protagonisti che abbiano la forza di proporre idee nuove e abbiano il coraggio anche di essere minoranza. Attori protagonisti che sappiano dialogare intelligentemente con quella parte del mondo laico che vede nella cultura cattolica un fattore importante e non certo un ostacolo alla promozione dell’umanità. D’altra parte, la portata profetica del Vangelo è resa presente a tutti – opportune et importune! – e trova i non credenti ma anche i cattolici nella necessità di ripensare radicalmente la loro missione politica. Papa Francesco, nei suoi appelli all’impegno civile e politico, non a caso non si rivolge solo ai cattolici, ma a tutti gli uomini di buona volontà».

A nove mesi dall’inizio del pontificato di Francesco a che punto è, secondo lei, il processo di sintonizzazione dell’episcopato italiano rispetto alle priorità indicate dal nuovo Papa?

«Tutto sommato, possiamo serenamente affermare che la Chiesa di Dio italiana è ancora Chiesa di popolo, e questo lo si deve in gran parte all’azione pastorale dei nostri vescovi e preti. Il card. Angelo Bagnasco, nella sua prolusione ad Assisi al recente convegno indetto dai vescovi umbri e dal Progetto Culturale della CEI, ha affermato che “la società è meglio della cultura che la supporta; mentre essa vorrebbe l’uomo ‘assoluto’, slegato da tutto, la nostra gente vive invece una cultura ‘silenziosa’ che crede nella persona come relazione e nella libertà come responsabilità”. Alla luce del nuovo pontificato, sarà importante soprattutto per noi pastori saper cogliere quella spinta alla “conversione pastorale” che papa Francesco sta imprimendo con forza e coraggio, ispirandosi pienamente al Concilio Vaticano II. Si tratta del tema della collegialità coniugato con quello della perifericità, che consiste nel privilegiare nell’azione pastorale della Chiesa le persone e le aree ritenute marginali sia dal punto di vista materiale che esistenziale».

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