Il caso dell’auto dei servizi che ostacolò quella di Moro in via Fani e la firma della Rosa Rossa

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Stefania Limiti, autrice del libro-inchiesta “Doppio Livello – Come si organizza la destabilizzazione in Italia” (ed. Chiarelettere), ha raccontato a Cadoinpiedi un particolare inquietante sul rapimento di Aldo Moro a 35 anni dalla scomparsa dell’ex presidente della DC. E sul luogo del misfatto spunta anche l’inequivocabile firma della Rosa Rossa, che – come analizza Stefani Nicoletti sul suo profilo facebook – “si trovano in tutte le fasi del rapimento: non solo nel luogo del ritrovamento del corpo (via Caetani, davanti al conservatorio Santa Caterina della Rosa), ma anche nella strage di via Fani che diede inizio alla vicenda.”

 

Torniamo a via Mario Fani dove il 16 marzo del 1978 fu rapito Aldo Moro e assassinati gli uomini della sua scorta.

Si è sempre detto che quella mattina c’era un sacco di gente in quella via, malavitosi (Giustino De Vuomo?) e gente di apparato (di sicuro c’era Camillo Guglielmi, addestratore del gladiatore Ravasio), e poi non si sa ancora chi. L’ex generale del Sismi Ambrogio Viviani, raccontando la pratica del controspionaggio di sorvegliare le personalità politiche, si disse convinto che Moro fosse sorvegliato “anche nel momento in cui rapito, il che spiegherebbe la presenza, secondo alcuni testimoni, di persone estranee in via Fani: Moro era sorvegliato da agenti dei servizi segreti, una sorta di protezione occulta da parte di uno o due agenti in borghese, che non si fanno vedere”. (L’Indipendente, 30 novembre 1999).

Quella mattina la Fiat 130 su cui viaggiava Moro e l’Alfetta della sua scorta imboccarono la parte alta di via Fani, lasciando via Trionfale. Giunsero poi all’altezza dell’incrocio di via Stresa e lì si trovarono di fronte una Fiat 128 targata corpo diplomatico: si è sempre detto che quest’auto fu tamponata dall’autista di Moro, in realtà non vi fu alcun tamponamento intenzionale che avrebbe potuto alterare la dinamica dell’azione, dando tempo agli uomini della scorta di reagire (come spiega anche Mario Moretti nel suo libro intervista). La 128 si fermò regolarmente allo stop e contemporaneamente i brigatisti, appostati dietri le siepi del bar Olivetti, aprirono il fuoco.

Forse non tutti ricordano che quella mattina, proprio in quel fatale angolo di via Stresa, era parcheggiata un’auto che impedì all’autista della 130 su cui viaggiava il presidente della Dc di tentare una più agile manovra per eludere la Fiat 128 che gli si era posta di fronte (quella guidata dal commando della Br). Racconta Valerio Morucci: “la presenza casuale [il corsivo è nostro] di una Mini [in effetti una Austin morris] all’angolo di via Fani con via Stresa fu fatale per Aldo Moro” (Ansa, 11 dicembre 1984). Quando l’autista del presidente Dc si rese conto di trovarsi al centro di un agguato, tentò istintivamente di spingere l’acceleratore e trovare una via di fuga ma la manovra gli fu impossibile. L’Aston morris gli sbarrò la strada. La trappola era scattata: i mitra dei brigatisti già avevano cominciato a sparare, i cinque uomini della scorta vennero annientati e Moro finì nelle mani del commando.

Proprio nel posto in cui casualmente era parcheggiata quell’auto, ogni giorno, sin dalle primissime ore del mattino, sostava il furgone del fioraio Antonio Spiriticchio. Pur di toglierlo di torno, la sera prima dell’agguato gli astuti brigatisti avevano provveduto a bucare le quattro ruote del mezzo: la mattina successiva il venditore di fiori, intento a riparare il danno, non potè svolgere i suoi soliti commerci e non occupò l’abituale angolo di strada. Ciò detto, il posto da lui involontariamente lasciato libero non fu protetto dagli organizzatori dell’agguato, tanto che non era affatto vuoto ma occupato da quell’auto a cui fa riferimento anche Morucci e che è ben visibile dalle prime foto ufficiali (invio foto per link). Se è comprensibile il motivo per cui le Br non volevano trovarsi in mezzo il malcapitato fioraio e il suo furgone, tuttavia è del tutto logico pensare che quel posto fu “protetto”: cosa poteva capitare se fosse stato occupato da un mezzo più alto di quello del fioraio, da cui sarebbe stato più difficile se non impossibile sparare. E come sarebbe andata se un’altra auto si fosse fermata, magari con persone a bordo? Sarebbe andato tutto a monte: per questo è assolutamente certo che l’Austin morris è lì perché così era stato previsto, cioè che essa è stata parte dell’operazione. Ma non basta.

La novità, ricostruita grazie al prezioso contributo di un ricercatore di Bologna, è che l’auto, la cui targa è ben visibile (Roma T50354) era stata acquistata un mese prima dell’operazione Moro da una società immobiliare di nome Poggio delle Rose che aveva sede nella capitale, sapete dove? In Piazza della Libertà 10, esattamente nello stabile nel quale si trovava l’Immobiliare Gradoli di cui ci raccontarono uno scoop del giornalista del mensile Area Gianni Pellizzaro e il fondamentale libro di Sergio Flamigni Il covo di Stato (Kaos, 1999).

In breve: fu provato che quell’edificio veniva usato per le sedi coperte dei servizi segreti. L’immobiliare Gradoli spa, proprietaria di alcuni appartamenti del civico 96 nell’omonima strada romana dove è stato ritrovato durante i 55 giorni il covo-prigione delle Br, era gestita da fiduciari del Servizio civile. Nel ’79 l’allora funzionario del Viminale Vincenzo Parisi – poi capo del Servizio (’87) e capo della Polizia (’87) – divenne intestatario di un box nello stesso garage al n. 75 di via Gradoli dove Mario Moretti fino ad un anno prima aveva parcheggiato i mezzi delle Br. (Flamigni, pag. 147) La società Fidrev, azionista di maggioranza dell’immobiliare Gradoli, svolgeva assistenza tecnico-amministrativa per il Servizio civile attraverso la Gus e la Gattel, società di copertura del Sisde. Come spiegò il prefetto Angelo Stelo durante una audizione in Commissione Stragi: “Le uniche società di copertura che il SISDe può legittimamente affermare di aver avuto sono la GUS e la GATTEL, debitamente autorizzate dai Ministri dell’epoca ed effettivamente società di copertura”. (25 novembre 1998).

Scopo sociale dell’immobiliare Gradoli era “l’acquisto, la vendita e la permuta di fabbricati e beni immobili in genere, la costruzione in economia e con appalto di edifici civili e industriali, gestione e conduzione degli immobili”, quello della società Poggio delle Rose era molto legato al settore del turismo: “costruzione, compera, vendita, prendere e dare in gestione alberghi e villaggi turistici [il corsivo è il nostro], locali pubblici, quali ristoranti, bar, night, negozi di qualsiasi genere, stazioni di servizio, stabilimenti balneari e qualsiasi altra attività che abbia anche una minima attinenza con il turismo”.

Le attività furono infatti poi spostate verso l’area delle Marche e la società fu liquidata a Porto Recanati, località in provincia di Macerata, da un signore che oggi, interpellato su Poggio delle Rose, dice bruscamente che è passato troppo tempo e di non volerne sapere niente.

Nel linguaggio di Morucci non sappiamo cosa significhi casualità. Infatti, come è stato accertato dalle perizie (processo Moro quater), da dietro l’Austin morris partirono almeno due raffiche molto lunghe di colpi di mitra dirette contro l’Alfetta, l’auto della scorta di Moro. La presenza di quell’auto, affidata da Morucci al caso, non può essere stata un accidente, visto che servì ad impedire la manovra forse decisiva della 130 di Moro e a coprire la presenza di tiratori che spararono da sinistra agli agenti che lo accompagnavano: impossibile che si appostarono per caso dietro l’auto, impensabile che la via di fuga fu bloccata grazie ad una fortunata fatalità – a meno che la geometrica potenza dell’operazione Moro non fu niente altro che il frutto di perfette ma inattese coincidenze.

Pur non occultata – c’erano le foto – occorre a questo punto notare che la presenza dell’Austin non ha mai assunto nessuna rilevanza nelle ricostruzioni successive: come se fosse stata opportunamente sfilata dalla scena del crimine, sottratta alla ricostruzione ufficiale del caso, sbianchettata dal quadro. Se ricomponiamo l’immagine, troviamo un’altra conferma del doppio livello dell’operazione di Via Fani, pianificata da menti diverse, ciascuna portatrice di un suo interesse, tutte convergenti nell’obiettivo di far sparire Aldo Moro dalla scena italiana.

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