I marò sono innocenti: ecco l’e-mail che dimostra il “tentativo di abbordaggio da parte di pirati”

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Questa è clamorosa: nessuno lo ha mai detto ufficialmente, ma stando a un’e-mail – pubblicata da Oggi – i marò sono innocenti. Ecco l’incredibile documento che potrebbe mettere fine all’agonia di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Ecco l’inchiesta integrale realizzata da Chiara Giannini per Liberoquotidiano.

Nessuno lo ha mai detto ufficialmente, ma stando a un documento riportato sul settimanale Oggi, in uscita questa mattina, i marò sono innocenti. Si tratta della mail che il comandante della Enrica Lexie, Umberto Vitelli, inviò alle 13.46 UTC (ora di Greenwich), ovvero le 19.16 indiane, all’armatore, la Fratelli D’Amato, per riportare dell’incidente con un barchino di pirati, ma soprattutto della successiva comunicazione che l’armatore inviò alla centrale operativa delle Capitanerie di porto. Mail che dimostra che la Marina Militare fu subito a conoscenza del fatto che si fosse trattato di un tentativo di abbordaggio da parte di un barchino di pirati. E che anche l’India ne era venuta a conoscenza, quindi non poteva non sapere che quel barchino non era quello su cui si trovavano i due pescatori uccisi, ovvero il St Antony.

Ciò che balza subito all’occhio dalla comunicazione – inviata anche ad altri enti, tra cui il Maritime security centre Horn of Africa e l’United Kindom Marine Trade operations, che rileva e segnala eventi in mare, e alla nave Grecale della Marina Militare – è che Vitelli raccontò che il fatto era avvenuto «a 20 miglia nautiche fuori da Alleppey Town». Secondo quanto dichiarato invece in una intervista che proprio il settimanale Oggi fece il 21marzo 2012 a Freddy Bosco, armatore del St Antony, l’incidente tra la Lexie e la barca di pescatori sarebbe avvenuto al largo di Kollam, ovvero a 27miglia nautiche di distanza dalla posizione indicata da Vitelli.

Lo stesso Freddy Bosco il 3 marzo aveva detto al quotidiano indiano Deccan Chronicle che l’incidente era avvenuto al largo di Chertala,ovvero 24 miglia nautiche a Nord rispetto a quanto scritto da Vitelli. Due versioni diverse, insomma, a distanza di pochi giorni.Ma soprattutto diverse da quelle indicate dal comandante della Lexie nella sua mail, come se si trattasse di due incidenti diversi. Nel documento si legge che i radar della nave italiana rilevarono un barchino col transponder spento che si stava avvicinando a tutta velocità verso la Lexie. 

Fu subito allertato il team di sicurezza di bordo, composto da sei uomini del San Marco, di cui era a capo Massimiliano Latorre, mentre l’equipaggio fu ricoverato in quella che nella mail fu definita «la cittadella», in realtà una stanza ad isolamento da cui non si poteva comunicare con l’esterno. La petroliera, infatti, non è dotata di una vera e propria «cittadella», come scritto nel documento inedito che riporta la comunicazione tra l’armatore D’Amato e la centrale operativa delle Capitanerie di porto, che parla semmai di «Stering Gear». Da lì il personale non poteva quindi sapere cosa stesse accadendo fuori. Furono dati segnali di avvertimento con luci apposite, ma l’imbarcazione non arrestò la sua corsa. Così, intorno alle 16 locali, quando fu a cento metri dalla nave, il team di sicurezza poté scorgere sei uomini armati a bordo.

Secondo le procedure, furono sparati colpi di avvertimento (Vitelli non riportò se in acqua o in aria) e il barchino con i pirati a bordo si dette alla fuga. Poco dopo il personale uscì dalla stanza isolata. Secondo quanto riportato dalla mail, che l’armatore poi inviò agli organi competenti (compresa la Marina Militare), il natante avvistato dai marò a bordo della Lexie non era altro che un’imbarcazione di pirati, incontrata su una rotta totalmente diversa da quella segnalata da Freddy Bosco. Difficile comprendere, quindi, come l’India abbia potuto accusare i due fucilieri del San Marco, Latorre e Girone, di essere colpevoli dell’uccisione di due pescatori se subito dopo l’incidente il comandante della petroliera seppe fornire dettagli precisi e indicare sì la presenza di un natante, ma non certo di un peschereccio. 

Peraltro esiste un’analisi fatta da Luigi Di Stefano, perito giudiziario che si occupò anche del caso di Ustica, successivamente aiutato da Stefano Tronconi e Toni Capuozzo, nella quale si specifica che tanti altri dettagli non tornano. A partire dall’orario dell’incidente, che Freddy Bosco da subito disse alle tv locali essere avvenuto alle 21.30.

«L’India» spiega Di Stefano «in tre anni non è stata in grado di formulare un capo d’accusa, ma questo perché non hanno le prove».

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