I Campi nomadi a Roma ci costano 86 mld: ma è colpa dello Stato

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Secondo un rapporto basato sulle situazioni di Milano, Roma e Napoli i campi nomadi, oltre ad impedire l’integrazione delle rispettive comunità, rappresenterebbero le soluzioni abitative più costose per le casse comunali. Le alternative – meno costose – sono diverse.

 

Se pensiamo ai campi nomadi, le prime immagini che ci vengono alla mente ci parlano di condizioni di vita drammatiche. Ma tendiamo a giustificare una situazione inaccettabile convincendoci che quella sarebbe l’unica possibilità per delle comunità che rifiuterebbero, in base a presunte ragioni culturali, altre sistemazioni. È uno dei più radicati stereotipi sui rom ed è una delle cause che ha portato l’Italia ad essere l’unico paese europeo ad avere istituzionalizzato il sistema dei campi nomadi. Forse, sapere che queste “soluzioni”, oltre a non aver prodotto gli effetti desiderati, sono anche molto costose, può aiutare a invertire la rotta e a cercare vie alternative.

È quanto si propone di fare il rapporto Segregare costa, curato dalle associazioni BereniceCompareLunaria OsservAzione: un’analisi della spesa che Roma, Napoli e Milano hanno sostenuto per i campi nomaditra il 2005 e 2011. In tutte e tre le città, il campo su base etnica è il fulcro intorno al quale ruotano gli interventi in favore dellec omunità romsinti camminanti. Le cifre variano dai 2,7 milionidi euro di Milano agli 86,2 milioni dichiarati a bilancio consuntivo da Roma, passando per i 24,4, stanziati, ma ancora non del tutto spesi da Napoli.

Il caso più eclatante è quello della capitale dove circa 7.000 rom vivono in 7 “villaggi attrezzati“, 14 “campi tollerati” e un’ottantina di insediamenti abusivi. La cifra comprende sia le risorse erogate dal Comune, sia quelle erogate dal ministero dell’Interno per lo stato di emergenza emanato nel 2008. Ciò spiegherebbe in parte la differenza con il dato fornito dal Dipartimento dei servizi sociali e della salute, il quale, per lo stesso periodo, parla “solo” di 69,8 milioni. Disaggregando quest’ultima somma emerge come vengono impiegati i soldi. Le principali voci di costo riguardano lagestione(19,9 milioni, anche per la vigilanza 24 ore al giorno); gli investimenti di carattere strutturale(12,6 milioni); gli interventi dell’Ama per la raccolta dei rifiuti (9,4 milioni); la bonifica delle aree(8,1 milioni). Solo 2,4 milioni possano essere ascritti a finalità sociali (attività di supporto alle famiglie) e 500.000 euro ad attività di inserimento. Il dato abnorme, se confrontato alle altre due città, si spiega solo in parte con il maggior numero di presenze. Va considerato, infatti, che l’amministrazione capitolina, proprio nel periodo preso in esame dalla ricerca, ha investito nell’allestimento di nuovi megacampi. I soldi vengono in gran parte spesi per l’allestimento e la manutenzione ordinaria e straordinaria, mentre poco o nulla rimane per i percorsi di integrazione sociale.

Un dato emblematico, arriva da Napoli, dove i rom sono circa 2.500. Le uniche due strutture autorizzate (il “Villaggio della solidarietà” di Secondigliano e l’ex scuola Deledda a Soccavo) ospitano rispettivamente 700 e 120 persone. Solo per i 92 moduli abitativi del villaggio di Secondigliano, il comune ha speso 1,7 milioni per la fornitura idricae 761 mila euro per la fornitura elettrica. Tra i 300 e i 500 euro mensili per famiglie che vivono in container con il bagno all’esterno. Probabilmente un programma di sostegno all’affitto sarebbe stato meno esoso.

Milano, sul totale dei 2.500 individui censiti, 2.300 vivono in campi, autorizzati o meno. La ricerca è riuscita a documentare una spesa, arrotondata per difetto, di 2,7 milioni di euro. Di questi, 1.660.000 per spese di gestione, all’interno delle quali si distinguono 480.000 euro serviti a installare nel 2007 un sistema di videosorveglianzanei campi comunali. 1.050.000 euro sono stati usati invece per “Dal Campo alla città“, unico progetto, nelle tre città in esame, che ha sperimentato formule abitative alternative.Un intervento di “alleggerimento” dell’insediamento di via Triboniano: delle 79 famiglie uscite dal campo, 48 hanno accettato il rientro assistito in Romania e 31 sono state inserite in appartamenti dove continuano ad abitare, pagando regolarmente affitto e spese.

Le sperimentazioni esistono e il rapporto ne da conto citando alcuni progetti realizzati a Pisa,Padova,Bologna. Soluzioni non generalizzabili perché è necessario un approccio differenziato così come è differenziato l’universo di rom, sinti e camminanti. Non buone pratiche, dunque, ma sicuramente pratiche migliori di una politica ghettizzante, ispirata ad una logica securitaria, che finisce per generare nuovi bisogni (si pensi al trasporto scolastico dedicato esclusivamente ai bambini rom) e aggravare situazioni di marginalità. Come denunciato dalla Strategia nazionale per l’inclusione di rom, sinti e camminanti curata dall’Unar (2012) il campo è diventato essa stesso “presupposto e causa” di esclusione sociale. “Le alternative possibili sono molte – conclude il rapporto – dal sostegno all’inserimento abitativo autonomo in abitazioni ordinarie, all’inserimento in case di edilizia popolare, all’housing sociale, alla promozione di interventi di autorecupero di strutture pubbliche inutilizzate”.

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