Guerra dell’oro, ecco la nuova frontiera per il controllo mondiale. Sfida al dollaro e agli Usa

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Occidente e Oriente hanno strategie diverse sul metallo giallo. Il primo lo vende, il secondo ne fa incetta. Per rilanciare una nuova valuta di ultima istanza e per arginare il potere del biglietto verde.

 

Nella notte di Ferragosto del 1971 l’allora presidente degli Usa Richard Nixon decise unilateralmente la fine della convertibilità del dollaro in oro secondo quando stabilito nel 1944 a Bretton Woods per dare un nuovo ordine mondiale dopo la Seconda grande guerra. Da più di quarant’anni quindi il mondo si è sganciato dall’oro e la moneta ha assunto un valore fiduciario (100 dollari non convertibili in oro valgono 100 dollari solo in base alla fiducia intrinseca che viene data dal possessore al governo Usa piuttosto che a un valore intrinseco decisamente più basso, equivalente al pezzo di carta e ai costi di stampa).

L’oro è stato messo da parte, quindi. Ma come si spiega allora quello che sta accadendo in Oriente dove i cosiddetti “Paesi Riemergenti”, ovvero Cina e Russia, non hanno affatto mollato la presa sul metallo giallo? Nei giorni scorsi la Cina ha superato l’India nella classifica dei primi importatori mondiali di oro.

Le evidenze indicano che – per il tramite del metallo giallo – si sta giocando una nuova guerra valutaria e geopolitica per determinare nuovi equilibri di potere nei prossimi anni.

“L’oro è l’unica moneta, tutto il resto è credito” diceva Jp Morgan. Aveva ragione? La pensano in modo diverso Occidente e Oriente che stanno sposando due strategie contrapposte sull’oro. Come dimostrano gli ultimi dati sulla domanda globale elaborati dal World Gold Council (Wgc). La domanda globale di oro nel terzo trimestre ha accusato una contrazione del 21% tendenziale a 868,5 tonnellate a causa, soprattutto, delle massicce vendite effettuate dagli investitori occidentali che hanno sovrastato la pur robusta domanda arrivata per il metallo “fisico” dall’Asia. Quindi l’Occidente vende e l’Oriente (soprattutto la Cina) compra. Ma come mai? «Il dollaro come valuta di riserva sta vivendo giorni difficili sia per problemi interni (debito in crescita costante, politiche monetarie da anni “stupefacenti”, differenze sociali in crescita che prima o poi dovranno essere affrontate seriamente) sia esterni (ruolo di poliziotto del mondo ormai messo in dubbio soprattutto dopoil mancato intervento in Siria rischiando di minare l’equilibrio Usa-Arabia Saudita e dei cosiddetti petrodollari, il caso datagage). Quindi possiamo capire perché alcuni vedono l’oro come l’antidollaro, che prima è stato indebolito ed infine destituito dal suo ruolo naturale attraverso le cosiddette “gold wars” (creazione della Fed 100 anni fa, passaggio al gold exchange standard ed infine interruzione dell’ultimo legame con Nixon che “sospende” la convertibilità del dollaro in oro nel 1971) ma che oggi i cosiddetti riemergenti capeggiati da Russia e Cina vogliono riportare sul legittimo “trono” con l’inevitabile caduta dell’impostore-dollaro», spiega Gabriele Roghi, strategist di Invest banca. «L’oro fisico è così detestato dai “dollaristi” perché non è manipolabile (anche se hanno provato a fare lingotti con dentro il tungsteno; goffa truffa che è stata subito scoperta e che ha fatto infuriare i cinesi a cui il pacco è stato recapitato) e soprattutto perché è l’unico mezzo che estingue definitivamente un debito. Infatti, se emetto un bond per ripagare un bond o emetto moneta per pagare interessi non estinguo ma ingigantisco il debito e faccio la felicità sia di chi ha il potere di regolare questo flusso virtualmente infinito di denaro».
Del resto, alcuni recenti trend sembrerebbero andare nella direzione di chi sostiene che i nuovi emergenti vogliono limitare l’attuale potere del dollaro come valuta di riserva di ultima istanza attraverso la forza delle proprie valute sostenute da crescenti riserve in oro per ritagliarsi uno spazio adeguato nella governance globale.


“La Cina sta lavorando da anni per scalzare il predominio del dollaro come valuta di riferimento nei commerci mondiali, cercando al contempo di rafforzare la posizione dello yuan. I recenti accordi commerciali intrapresi con alcuni Paesi sembrano andare proprio in questa direzione – spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig -. Sono già diversi i trade in cui la Cina paga le importazioni in yuan e non più in dollari. Sembra quindi che l’attacco al biglietto verde possa avvenire più sul fronte yuan che non sull’oro”. «La Bce ha chiuso accordi con la Cina per transazioni nelle rispettive valute; a cui si aggiungono accordi commerciali della Cina con Giappone ed Australia per scambi nelle rispettive valute; accordi bilaterali di scambio tra i Brics per utilizzare le rispettive valute nel commercio; accordo tra Russia e Cina per fornitura di petrolio e merci in rubli / yuan – continua Roghi -. Inoltre la Cina sta promuovendo attivamente la Shanghai Cooperation Organization (Sco), una organizzazione commerciale non legata al dollaro, in tutta l’Asia. Ci sono pochi dubbi: con queste azioni la Cina si sta preparando per la scomparsa del dollaro, almeno come valuta di riserva mondiale, per assicurare se stessa ed i suoi cittadini per mezzo dell’oro.

La Cina ha investito molto nella produzione mineraria nazionale ed è oggi il più grande produttore con circa 440 tonnellate l’anno e sta cercando di acquistare miniere d’oro altrove. Poco o niente dell’oro estratto in ambito nazionale è messo sul mercato, quindi è un’ipotesi ragionevole ritenere che il governo stia silenziosamente accumulando tutta la propria produzione senza che diventi disponibile al pubblico». E l’Occidente? «Vendendo le sue riserve d’oro, è diventato la più grande scommessa strategica nella storia finanziaria. Ci stiamo affidando totalmente alle valute fiduciarie a corso forzoso che le nostre banche centrali stanno emettendo in quantità crescenti. Nel lungo periodo stiamo consegnando su un piatto d’argento il potere economico a Russia e Cina. La Russia non sfida apertamente il dominio del dollaro, mentre i cinesi cercano di affermare la loro come moneta per gli scambi internazionali (per ora solo bilaterali) con India, Indonesia e Giappone tra gli altri». “La crescita dell’import di oro da parte della Cina negli ultimi anni sembra essere legata più a un maggiore domanda per consumi che arriva dai “nuovi ricchi”. La crescita sproporzionata del gigante asiatico negli ultimi 15-20 anni ha portato di fatto alla costituzione di un nuovo ceto borghese che rappresenta la frontiera dei nuovi ricchi. È inevitabile quindi che questo maggior benessere diffuso si traduca con una maggior domanda”, spiega Longo.

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