Fiat sbarca in America ma si dimentica degli operai italiani

fiat va in america ma si dimentica degli italiani

Scade a giugno la cassa integrazione per le 1100 tute blu dello stabilimento di Termini Imerese e dell’indotto. C’è un tesoro da 450 milioni per salvare quei posti di lavoro che nessuno riesce a sfruttare.

 

Ogni pagina del calendario che si strappa è un giorno di speranza in meno per gli oltre mille e cento lavoratori dello stabilimento Fiat di Termini Imerese e delle aziende collegate all’indotto. Dal 2011 sono in cassa integrazione. L’ultima deroga è arrivata a novembre dello scorso anno, con il rinnovo del sostegno al reddito che ha spostato le lancette della speranza sino alla fine del prossimo mese di giugno.

Anzi ad aprile, perché la legge prevede che le eventuali lettere di licenziamento di massa partano 65 giorni prima della scadenza degli ammortizzatori. La promessa di Marchionne –  il suo  voler azzerare i cassaintegrati della Fiat e riportare la piena occupazione negli stabilimenti – non consola: anzi, suona come una beffa. Figli di un Dio minore, gli operai di Termini Imerese sanno di non far parte di quelli che saranno richiamati al lavoro. 

Per salvare quello stabilimento e quei posti di lavoro c’è un tesoro di oltre 450 milioni di euro che nessuno vuole toccare. Sono le risorse che lo Stato e la Regione Siciliana hanno messo a disposizione, ormai da quatto anni, per rilanciare l’area industriale di Termini Imerese. Entro la fine del mese al Ministero dell’Economia si celebrerà l’ennesima puntata del rito laico-burocratico chiamato tavolo tecnico.

Dal 2010 ad oggi sono più di cinquanta le convocazioni: tante speranze, tanti progetti rimasti sulla carta e un pugno di mosche in mano, sino ad oggi, per lavoratori e amministratori locali che vedono avanzare il deserto industriale. Il dossier Fiat – Termini Imerese è finito nella mani di cinque differenti ministri dello sviluppo economico, da Scajola a Zanonato, passando per l’interim di Berlusconi, da Romani a Passera. Nessuno di loro ha sciolto quel nodo.

Eppure, il sito siciliano era una volta il cuore pulsante del settore automobilistico italiano, con lo stabilimento  che sfornava utilitarie su utilitarie – dalla leggendaria 500 degli anni settanta alla Panda – fino allo stop comunicato dal Lingotto nel 2009 e imposto nel 2011. Da allora le catene di montaggio sono ferme. Nel 2011 i cancelli della fabbrica sono stati chiusi perchè quei capannoni non fanno più parte del progetto di sviluppo del gruppo automobilistico ormai italo-americano. Si accendono e si spengono solo per le manutenzioni, nella speranza, sinora vana, che subentri una nuova idea imprenditoriale.

Così, mentre le aziende dell’indotto di Termini Imerese cadono una dopo l’altra, lasciando sul campo già più di 500 disoccupati, per gli operai siciliani, protetti sino a giugno dalla cassa integrazione, è scattata la corsa contro il tempo. Se entro metà aprile non cambia qualcosa, arriveranno le lettere di licenziamento. Nulla lascia presagire che il vento muti direzione. L’addio della Fiat a Termini Imerese, con i suoi 1500 cassintegrati, costa già al territorio quasi un miliardo di euro l’anno. Ed è incalcolabile l’impatto sociale ed economico prossimo venturo, in una regione che solo nel 2012 ha perso oltre 60 mila posti di lavoro, se dovessero scomparire anche gli ammortizzatori sociali.

C’è chi non perde la speranza, come il sindaco termitano Salvatore Burrafato: “Marchionne e la Fiat decidano per il rilancio industriale del nostro territorio, s’è perso molto tempo sino ad oggi. Cambiare strategia e puntare sulla Sicilia sarebbe un segno di grandissima attenzione”. Sulla stessa lunghezza d’onda, ma con più veemenza contro il managment torinese, si schiera anche il presidente siciliano Rosario Crocetta, che sino a venerdì scorso ha partecipato all’assemblea degli operai di fronte ai cancelli della fabbrica.

Ma il futuro è una fiammella al lumicino. Di progetti per il rilancio di quell’area industriale se ne sono visti tanti e di tutti i colori: dalla molisana DR motors, che voleva la fabbrica per far entrare nel mercato europeo il colosso automotive cinese Chery, alla De Tomaso con le sue supercar di lusso, dalle fonti energetiche alternative di Radiomarelli alle protesi ortopediche sino ad arrivare alla botanica. Progetti su progetti che non hanno mai passato il vaglio di Invitalia, il braccio operativo del governo nazionale chiamato a selezionare le proposte per il rilancio industriale di quell’area. Tutto e niente su quell’immensa spianata di terreno, oggi più che mai abbandonata a se stessa.

Così, mentre il gruppo torinese ha fatto rotta verso gli States, sono in pochi a ricordare che la storia dello stabilimento Fiat in Sicilia è legata proprio al marchio Jeep ora sotto il controllo del gruppo Agnelli. Alla fine degli anni cinquanta, in un piccolo stabilimento in provincia di Palermo, a Carini, ogni giorno arrivano pezzi da assemblare per rifinire le fuoristrade Willis rese celebri dalla seconda guerra mondiale. Il sogno italiano di una macchina per tutti veniva vissuto in Sicilia nella variante a stelle e strisce. Quel piccolo sito era nato per merito di Mimì La Cavera, ingegnere coraggioso e con gli agganci giusti.

Poi, un giorno, a metà degli anni sessanta, il telefono che squilla nell’ufficio di La Cavera cambia la storia: è Vittorio Valletta, il numero uno della Fiat di allora. Il manager scelto dalla famiglia Agnelli pone una sola domanda all’ingegnere siciliano: “Ma tu sei italiano o americano?”.

L’impianto per le Jeep venne chiuso e in pochi anni venne creato il polo Fiat di Termini Imerese. Che oggi chiude, perché fare macchine in Sicilia non conviene più, senza che nessuno chieda a Marchionne se si senta più italiano o americano.

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