Ecco perché è arrivato il momento di rifondare il sistema Italia

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Un Paese inerte, ancorato al Novecento, dove le riforme sono osteggiate da chi gode dello status quo.

 

«… non lasciare cosa niuna intatta», avrebbe detto un fiorentino, parlando “sopra” i primi dieci libri della storia di Tito Livio. C’è da dire che pur scassando a volontà, la maggior parte dei nostri problemi non si potrebbero risolvere senza l’Europa. Si potrebbe dire addirittura senza il Mondo, non senza un pizzico di ragione. Obiezioni fondate, purché non si trasformino in alibi, auto-assoluzioni, o pensieri dal respiro mozzo. Ma non si può continuare come se nulla fosse.

Si è detto scassare, dunque. Questa parola non evoca solo delitti e violenza. Ha pure un significato virtuoso: lavorare in profondità il terreno su cui viviamo rilassati. Senza aratura c’è la rovina, anche per chi si sente piazzato con maggior agio. Non c’è giorno in cui il nostro mondo non presenti la crisi e il fallimento di cose che negli anni sono servite all’Italia del secolo scorso, nonché ad organizzarle. Nate per produrre benessere e ricchezza collettiva, sono cresciute –  non prive di vizio – nel rifiuto d’ogni mutamento o riforma, finendo per preservare le comodità e l’abitudine di pochi.

Così si è presenta a noi l’argomentazione cornuta, il dilemma: scassare queste cose o rianimarle?

Sinora quasi mai si è scelto di scassarle. Pur moribonde si è preferito rianimarle. È troppo temuta la voce grossa deglistakeholders. Chi sono? I portatori di interessi: sia pur all’italiana – non a caso praticano il catenaccio – sono gli animatori della stakeholder view, che già di per sé fece arrabbiare Milton Friedman (chissà cosa avrebbe detto se avesse conosciuto il suo applicativo nel Belpaese). Si presentano sempre armati di sguardo minaccioso per presidiare e condizionare decisioni e decisori. Il guaio è che ci riescono, facendo partorire scelte che non valgono più d’un accanimento terapeutico.

Ed é così che la cosa morente si rianima, insufflata di risorse pubbliche, anabolizzanti per blatte, o inventando regole stucchevoli di controllo sulla miriade di procedimenti già ampiamente regolati. Tutto allo scopo di rimandare i problemi, lasciarli in eredità; a farla breve, la tranquillità dell’inerzia. Le scelte radicali appaiono sempre impopolari, almeno per coloro che non sanno resistere al successo politico immediato, per quanto effimero.

Se solo le regole di una “moderna” e chiara contabilità delle risorse pubbliche, prevedessero nei bilanci un calcolo obbligatorio sul peso delle spese – o delle norme sui procedimenti – sulla testa delle future generazioni, la conclusione sarebbe in moltissimi casi senza appello: inutili.

Anche negli ultimi anni e mesi abbiamo dato prova dello psicodramma elettorale, messo in scena per ottenere la simpatia dei garantiti. Alcune volte attraverso decisioni, altre volte omettendo di assumerle.

E per capirsi valgano alcuni modelli.

Prefetture: sarebbero da cancellare se il legislatore nazionale lo prevedesse. Ma da noi che si fa? Si nominano prefetti per un numero superiore alle sedi.

Senato: parliamo di abolizione. Giusto. Nel frattempo la spesa di Palazzo Madama è aumentata del 6,22%, sia pur per le pensioni e non per la spesa corrente. Ma ai commentatori attento non è sfuggito il “balletto” legislativo sul contributo di solidarietà da prelevare sulle pensioni d’oro, che anche con l’ultima legge di stabilità non ha trovato parole chiare.E mentre ci si spende, spandendo, per rianimazioni impossibili, non si trovano i fondi per contenere la fiscalità usuraia. Il risultato è un grande rimorso.

Ancora qualche esempio.Comitati, commissioni e consigli che nei procedimenti amministrativi intervengono per pareri tecnico-consultivi, dei quali si potrebbe fare a meno. Il loro numero totale è incerto, simile alla questione omerica. L’impegno dovrebbe essere quello di cancellarli. Ad oggi non si ha notizia nemmeno dell’intento.

Infine,troppo lento è ancora oggi ogni processo di semplificazione amministrativa. Decine di passaggi burocratici per rispondere ad un’istanza, come se il tempo perso non rappresentasse un costo.

Sguazziamo nello “stato stazionario”, così come lo vide Adam Smith nella sua Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni.Cosa sarà mai questo stato stazionario? Semplice. È la capacità dell’élite, per definizione poco incline a scassare, di utilizzare per il proprio tornaconto (potere, prima di tutto) le complicazioni del sistema amministrativo. Privo di complicazioni il potere è soggetto a distribuzione; e pertanto “che non sia mai”.

E allora scassare tutto è l’unico impegno che grava sugli ottimisti. Lasciare le cose intatte è la pratica dei pessimisti malinconici, modificarle – invece – significa fare come Davide quando diventò re (è sempre il fiorentino a ricordarlo): ricolmò di beni gli affamati e rimandò i ricchi a mani vuote. Ma era già scritto nel Magnificat. A proposito, il fiorentino era Niccolò Machiavelli.

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