Decreto salva Roma, non c’è solo la capitale. I comuni annaspano nei debiti

non cè solo roma i comuni annaspano nei debiti

Proprio quando uno di loro diventa presidente del Consiglio, Roma e Napoli sfiorano il default.

 

Destino beffardo. Mentre per la prima volta un sindaco diventa presidente del Consiglio, i Comuni annaspano nei debiti e sono costretti a chiedere un salvagente finanziario all’odiata Roma. Da Francesco Rutelli passando per Antonio Bassolino, Massimo Cacciari, Marco Formentini, Enzo Bianco: il territorio con ambizioni di leadership a livello nazionale, per riformare un Paese devastato dagli intrighi di Tangentopoli, è la storia italiana degli ultimi vent’anni. Non a caso è il 1993 l’anno del referendum sul maggioritario e dell’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di provincia. Lo stile prescelto da Renzi, come dimostra la prima uscita pubblica nella scuola trevigiana, è quello del “sindaco d’Italia” fuori dal Palazzo, così come il meccanismo elettorale favorito dal segretario Pd prima dell’accordo sull’Italicum con Silvio Berlusconi.

Se vent’anni dopo la (presunta) fine della Prima Repubblica le riforme spettano a due esponenti del territorio come Matteo Renzi e Graziano Delrio, a livello finanziario la declinazione leghista del federalismo fiscale ha causato dissesti mai sanati, trasformandosi in sprechi e doppioni e una malintesa autonomia. (Per approfondimenti, leggi qui)

Roma, Napoli, Catania, Torino, Siena. Municipi in dissesto appesi alle addizionali. Salvati, piaccia o meno, dall’antipatica Imu made in Mario Monti.

Bilanci previsionali impregnati di ottimismo alla voce “entrate”, partecipate trasformate in poltronifici per trombati e amici, consulenze milionarie senza criterio. Per quanto in molti casi sia giustificata, la rabbia dei primi cittadini sui paletti del Patto di Stabilità stride con i numeri dell’ultima relazione della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria degli enti locali, secondo cui i debiti accumulati dalle 5mila controllate ammontano complessivamente a 34 miliardi di euro. Tanto più che le sanzioni per gli enti locali «che hanno avviato nell’anno 2012 procedure di privatizzazione di società partecipate» senza raggiungere gli obiettivi del Patto di Stabilità sono mitigate. Ciò nonostante, il piagnisteo dei sindaci continua.

L’ultimo caso a Sesto San Giovanni, Comune nell’hinterland milanese dove, come scrive Il Giorno, i magistrati contabili hanno contestato la mancata presentazione del bilancio 2012 della società che gestisce le farmacie comunali. Il buco 2011, stimato in 130mila euro, in realtà sarebbe di 1,1 milioni. Abisso, cancro, diffusa cultura dell’illegalità, impunità. Sono solo alcuni termini utilizzati dalla Corte dei Conti nell’inaugurazione dell’anno giudiziario di qualche settimana fa in riferimento alle partecipate locali.

In Sicilia le controllate sono costate ai cittadini un miliardo di euro dal 2009 al 2012. Ancora, le partecipate di un Comune di 50mila abitanti come Rovigo (Veneto nanotech, Interporto, Censer, Polesine Acque) hanno accumulato ben 70 milioni di perdite nel 2012. A Palermo l’Amia, che gestisce i rifiuti, ha 2.600 dipendenti di cui un terzo assunti per “scambio padre-figlio” e 180 milioni di perdite. A Napoli il rosso delle 22 partecipate è salito a 1,3 miliardi e, per la Corte dei Conti, il comune è praticamente fallito.

Come se non bastasse, ha sottolineato il procuratore generale Salvatore Nottola, «Il diniego della giurisdizione contabile, a fronte degli illeciti che causano ingenti pregiudizi al patrimonio degli enti partecipati, rende problematico e incerto il ripristino delle risorse danneggiate. Viene a mancare l’iniziativa pubblica, a cura di un pubblico ministero neutrale e indipendente. Ciò malgrado tali società operino quasi sempre con patrimonio pubblico e il loro dissesto trascini con sé quello degli enti locali di riferimento». E i territori? Cornuti e mazziati.

«È proprio per evitare il dissesto di alcune grandi città, con l’impatto che questo avrebbe sulla politica nazionale, che ci siamo di recente inventati un’altra procedura, il “pre-dissesto”. Diamo i soldi ai comuni prima, senza invocare il dissesto, in cambio di un piano di rientro dal debito e dai disavanzi. Se questo sia giusto o sbagliato dipende da quanto si pensa che la procedura del dissesto funzioni. Ma una cosa è chiara: se in cambio dei soldi non ci sono politiche di risanamento serio si rischia di aprire una voragine senza fondo»,

scrive su Lavoce.info un grande conoscitore della finanza locale come Massimo Bordignon.

Curiosamente è lo stesso Mario Monti che come ultimo atto della sua amministrazione ha licenziato il penultimo Salva-Roma ad aver affossato i conti dei Comuni, obbligando i municipi alla svalutazione del 25% dei “residui attivi”, cioè i crediti iscritti a bilancio ma non ancora entrati in cassa. Pari a 800 milioni per Roma, addirittura a quota 3 miliardi per Napoli.

Fossero aziende le si potrebbe incriminare per bancarotta fraudolenta: così come le banche tengono in bonis esposizioni societarie fino a quando le imprese pagano le rate del mutuo nonostante i beni strumentali non abbiano più alcun valore, così le amministrazioni locale iscrivono a bilancio entrate che non entrano mai. Preparandosi al consueto assalto alla diligenza di dicembre, quando l’Europa impone di licenziare la Legge di Stabilità con il budget per l’anno successivo.

Il bilancio di Roma è un caso da manuale. C’è la gestione commissariale, affidata a Massimo Varazzani, la gestione corrente e la pletora delle partecipate, che non vengono consolidate. Solo i debiti della prima sono 12,3 miliardi di euro, a servizio della quale sono andati trasferimenti statali, dal 2009 a oggi, per 1,5 miliardi di euro.

Per capire le dimensioni della voragine delle municipalizzate basta un dato: al settore viabilità e trasporti sono andati 1,4 dei 2,3 miliardi di stanziamenti complessivi per Roma nel 2012. Per approfondire basta leggere qui e qui.

Oltre alla leva dell’addizionale di un euro sui diritti d’imbarco dei passeggeri per finanziare gli investimenti, il decreto licenziato da Monti prevede l’esclusione dai vincoli del patto di stabilità delle «risorse trasferite dal bilancio dello Stato e le spese, nei limiti delle predette risorse, relative alle funzioni amministrative conferite a Roma capitale». Escludendole quindi dal computo del deficit.

Ciò nonostante, il Salva-Roma bocciato questa settimana prevedeva il trasferimento alla “bad bank” di Varazzani 115 milioni di debiti relativi a poste riferite a prima del 2008, più una partita di giro da 485 milioni per il 2009. Per evitare il default le risorse destinate alla gestione commissariale saranno dirottate su quella corrente. Peccato che per trovare i denari per ripagare gli interessi sulla prima i servizi ai romani dovranno essere tagliati. 

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