Crisi e scuola, sempre più ragazzi abbandonano i banchi. Siamo i peggiori d’Europa

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L’Italia è il paese peggiore in Europa per abbandono scolastico, con il 17,6% di adolescenti che non arriva al diploma. E se il fenomeno è da anni in diminuzione, ci sono regioni e città in cui la congiuntura economica ha ricominciato ad alimentare la fuga dai banchi.

 

«Ho sedici anni e ho lasciato la scuola. Chi te lo fa fare di stare sui banchi per cinque anni e poi andare a lavorare come tutti in un call center o a fare il commesso al supermercato per 700 euro al mese? La gente parla e pensa solt­anto a cosa sia giusto e cosa no, ma non ha il coraggio di dire che fuori dalla finestra ormai non ci sono nemmeno le briciole per le galline… e siccome i soldi nella vita sono più importanti delle parole, appena puoi, falli». Il commento è di un ragazzo che ha “mollato”. Ma il pensiero è ricorrente: ogni anno abbandonano gli studi oltre 700mila ragazzi italiani. Che a 14, 15, 16 anni, prima di aver concluso le superiori, smettono di entrare in classe. Sperando di conquistare al più presto uno stipendio. Una casa, una vita “da grandi”.

Diabbandono scolastico, in Italia, si parla spesso. «Siamo i peggiori d’Europa», ripetiamo ogni volta che Bruxelles ci fa notare di essere ben lontani, col nostro 17,6 per cento di adolescenti senza diploma, dal traguardo del 10 imposto dalla Ue. «Ma è un fenomeno in diminuzione», ribattono – ogni volta – gli analisti, facendo notare i progressi raggiunti negli ultimi anni. Vero: lo confermano i numeri del ministero e dell’Istat. Ma non ovunque.

Dall’inizio della crisi economica ad oggi la “dispersione scolastica” ha continuato timidamente a diminuire in Veneto, in Lombardia, in Campania, in Calabria, in Puglia, anche in Sicilia. Ma non in Liguria, dove i ragazzi che rinunciano ai libri sono passati dall’essere il 12,6 per cento nel 2008 al 17,5 nel 2012. E non in Sardegna: dove dopo anni di progressi la percentuale di studenti mancati ha ricominciato ad aumentare, passando dal 22,9 al 25,8 per cento. Significa che uno studente su quattro, a Cagliari, Sassari, Nuoro o ad Olbia, non trova nei libri alcun tipo di interesse. E se ne va. Torna a casa. Cerca un posto come stagionale sulla costa. Oppure un impiego senza qualifiche altrove.

Cosa sta succedendo in Liguria e in Sardegna, ma anche a Como (dove la fuga – prematura – dai banchi è arrivata a richiamare uno studente su tre), o in Toscana, dove pure gli abbandoni sono in aumento? «Succede che sono luoghi dove più che in altri, evidentemente, è aumentata la povertà. E con quella il disagio sociale», commentaMarinella Paudella Cisl Scuola di Cagliari: «Il tessuto sociale è sempre più fragile. La scuola annaspa. E per un ragazzo che non è motivato smettere di studiare alla prima difficoltà è più facile. Anche se fuori, per lui, non c’è niente».

«Alle medie di voglia di studiare me ne hanno passata poca», ha spiegato un ventenne bresciano ai docenti dell’Università Cattolica impegnati in una ricerca sul problema: «Pensavo: “Vado a fare l’alberghiero, che in pochi anni si prendono tanti soldi”. Abbagliato da questo miraggio dei soldi. Poi mi sono reso conto che prima di arrivare a farli, tanti soldi, bisogna che ti spacchi la schiena».

«Io non ho studiato, ma anche se avessi finito la mia scuola non sarei riuscito a trovare il posto che cercavo», ha risposto un altro: «Ma quanto tempo devi spendere sui libri? La vita è una sola e ti ritrovi studiando a venticinque, trent’anni che non hai ancora un futuro definito. Mio papà a quell’età aveva già due figlie, capite? Cioè, si era già creato una famiglia. Invece studiando scala tutto più tardi».

E la fretta di raggiungere qualcosa, oggi, è più forte che mai. La disoccupazione giovanile ha superato il 25 per cento. Anche i laureati passano mesi a mandare curriculum sperando di trovare un posto. «Poi ci dicono: “Proponete più stage per gli iscritti agli istituti tecnici e professionali”. Ma noi dove li mandiamo, che sul territorio, qui, non c’è più un’azienda?», si chiede Pau. «Più che la “crisi” economica in sé, a influire sulle difficoltà degli adolescenti nel finire gli studi è la fragilità delle famiglie», commentaAndrea Mandelli, coordinatore di “Movimento ragazzi”, una cooperativa che lavora da 30 anni a Genova su questi problemi: «Per chi non ha un talento speciale scoraggiarsi è sempre più facile. Perché non si vede speranza: anche con un diploma, una laurea, un master, trovare lavoro è una missione. E quando quest’idea è condivisa dai genitori la spinta ad abbandonare  i libri aumenta».

Tutto questo si aggrava se si continuano a tagliare i fondi alla scuola: «Io ho insegnato sia in città che nei paesi più piccoli della provincia», racconta Cristian Ribichesu, insegnante di Sassari: «E ho potuto constatare gli effetti della riforma Gelmini e dei tagli voluti dalla nuova giunta regionale. Con quella precedente c’erano soldi per le ore pomeridiane, per ridurre il numero di studenti in classe, per proporre lezioni extracurricolari. E l’abbandono era passato dal 28 al 21 per cento. Poi è cambiata l’aria. Sono arrivate le classi da 28 alunni, i tagli, ci si è messa pure la crisi. E i ragazzi hanno ricominciato a scappare dai banchi».

Il numero di quelli che abbandonano, poi, è solo una spia: «Quella che noi chiamiamo “sofferenza scolastica” è in realtà un problema molto più ampio», spiegaCarlo Borgomeo, presidente di Fondazione con il Sud: «Significa magari continuare a frequentare, ma a fatica, con rendimenti scarsi, senza motivazione. Un problema che esiste soprattutto nei quartieri o nelle città più degradate. E che si sta aggravando, non tanto come causa diretta della crisi quanto come conseguenza delle difficoltà delle famiglie».

Difficoltà ormai anche materiali: «All’Istituto in cui ho insegnato fino ad agosto negli ultimi tre anni abbiamo avuto sempre più richieste di libri in comodato d’uso», racconta Marinella Pau: «Coi colleghi e la preside cercavamo di fare il possibile. A volte anche per trovare chi regalasse non solo i libri ma il materiale per il disegno, i quaderni, le squadrette». «Ma più che la mancanza di cose materiali», conclude Mandelli: «Quello che manca è la speranza. Poveri ragazzi, invischiati in questa Italia mortifera».

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