Confindustria critica la maladirigenza, ma è la prima ad essere con le mani nel sacco

confindustria critica ma è la prima ad avere le mani nel sacco

Da Mps alle municipalizzate: manca coerenza e autocritica. Gli imprenditori sono classe dirigente.

 

La notizia è un petardo a scoppio ritardato, vecchio del 19 dicembre. Il classico tormentone natalizio di quando sei scarico e devi trovare un titolo buono per le tue pagine. Così è stato ripescato a Santo Stefano e dato con grande evidenza su tutti i giornali: in Italia ci sono la bellezza di 7.712 organismi controllati dalla pubblica amministrazione, per un costo complessivo di 23 miliardi di euro l’anno. Numeri da capogiro. Un lusso, un mega spreco che il paese non si può più permettere. Firmato: Confindustria.

Il primo fatto, siamo alla vigilia dell’assemblea Mps di sabato scorso, è l’incredibile appello della Confindustria di Siena al soccorso della Cassa depositi e prestiti. Mentre a Roma il Centro studi degli industriali denunciava giustamente l’enorme spreco dello statalismo municipale, una sua territoriale importante chiedeva l’intervento salvifico di “pantalone” per mettere in sicurezza la terza banca italiana. Paradossale.

Il secondo fatto è il rinvio dell’aumento di capitale della banca senese sull’orlo del disastro, in sfregio alla linea del management peraltro nominato dalla stessa fondazione azionista. Ne abbiamo già parlato qui ma colpisce che la regista del rinvio sia stata proprio Antonella Mansi, da poco presidente della fondazione senese nonché esponente di punta di Confindustria, ieri da presidente regionale della Toscana, oggi da vice presidente nazionale con delega all’organizzazione.

Naturalmente si può avere qualsiasi opinione sul rinvio dell’aumento di capitale. Ma un punto dovrebbe essere fermo per chi dice di fare del libero mercato la propria stella polare: quel che è successo sabato va in continuità con la lunga serie di commistioni tra finanza, politica e localismo deteriore che hanno distrutto in pochi anni una istituzione come il Monte e lancia un pessimo segnale all’esterno, destinato a riverberarsi su tutto il sistema bancario italiano. Di regole auree del capitalismo moderno e di contendibilità di mercato, non c’è nemmeno l’ombra.

La verità è che in Italia troppa gente fa impresa a parole, coltivando la rendita al posto della dura intrapresa. La stessa rappresentanza organizzata degli industriali sta perdendo nel suo insieme credibilità e coerenza per fare le bucce a chicchessia e indicare una rotta per il rilancio del paese. Lo si vede partendo dai casi in questione, municipalizzate e Mps.

Privato versus Pubblico, ossia la facile equazione “efficienza contro parassitismo” in voga per anni che fa da sottotesto alla denuncia natalizia, non è più da tempo un orgoglioso titolo distintivo di cui ci si possa fregiare in viale dell’Astronomia. I big pubblici, dove la politica conta eccome, sono tra i principali associati alla Confindustria: Enel, Eni, Poste, Ferrovie, Finmeccanica, Anas, Terna e via elencando sono soci ingombranti e decisivi negli equilibri interni e a fine anno pesano sul bilancio associativo con le loro generose quote (50 mila euro sopra i mille addetti).

Dal versare i soldi ad influenzare le scelte strategiche il passo è breve tanto che Squinzi nel duello per la presidenza contro Alberto Bombassei, capofila del quarto capitalismo del nord Italia, ha vinto grazie a quei voti. Andatevi a rileggere le cronache di quei giorni elettorali: l’attivismo del capo azienda Eni Paolo Scaroni (e non solo il suo) fu decisivo nel far pendere il piatto della bilancia.

Sui territori è lo stesso, non è solo il livello centrale ad essersi infarinato. Le tanto vituperate municipalizzate e le stesse aziende pubbliche sono soci pesanti su e giù per l’Italia. Nella sola giunta direttiva di Unindustria di Roma e Lazio, ha fatto il conto l’altro giorno Stefano Sansonetti su La Notizia, «sono presenti manager come Mauro Moretti di Ferrovie dello Stato, Giancarlo Cremonesi di Acea, Pietro Ciucci di Anas, Rodolfo De Laurentis della Rai, Loretana Cortis di Poste italiane, Pierluigi Borghini di Eur spa, Vincenzo Soprano di Trenitalia, Francesco Giorgianni di Enel, Angelo Fanelli di Eni, Stefano Conti di Terna, Roberto Maglione di Finmeccanica e chi più ne ha più ne metta». Allo stesso tempo sono iscritte a Confindustria le grandi multiutility pubbliche territoriali come Iren (Piemonte-liguria-Emilia Romagna), A2A (Lombardia), e nel Nordest Ascopiave (Treviso), Aim (Vicenza) e Agegasaps (Padova). Nei dibattiti confindustriali piace criticare lo statalismo ma grazie allo Stato-imprenditore ci campano alla grande.

Non solo. Imprenditori e dirigenti confindustriali sono pienamente dentro le stanze dei bottoni di banche, aeroporti, municipalizzate, Camere di commercio, enti fieristici e fondazioni bancarie. Giusto qualche esempio qua e là. In Sicilia viene da Confindustria l’assessore regionale alle Attività Produttive; il presidente della società che gestisce l’aeroporto di Catania; il direttore degli interporti regionali e della finanziaria regionale Irfis.

A Parma gli industriali locali controllano il giornale cittadino e siedono nella fondazione bancaria del territorio e in Cariparma, nel cda dell’università e alla presidenza del Collegio europeo. In Piemonte il presidente della Confindustria regionale è vicepresidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo. Niente di male, intendiamoci. Ma sono classe dirigente che amministra anche la cosa pubblica a tutti gli effetti. Rappresentanza degli interessi è fare politica in senso lato. Difficile a questa stregua tirarsene fuori e fare i puristi.

Non basta. La spending review attesa da anni come un Godot è un altro ritornello tipico della retorica confindustriale di questi giorni. Giorgio Squinzi la evoca spesso (anche sulla legge di Stabilità) accusando il governo di dormire e di non avere il coraggio delle riforme. Anche qui, per essere coerenti: che ne è della spending review interna? Il Sole 24 Ore, per decenni fiore all’occhiello della galassia, bocca di fuoco del verbo confindustriale, è un ministero bulgaro, ingessato e iper sindacalizzato. 

Dopo tanti rinvii qualche settimana fa è stata approvata dalla giunta di Confindustria la cosiddetta riforma Pesenti. Dovrebbe servire a tagliare del 25-30% i costi enormi dell’elefantiaco carrozzone associativo (costa 500 milioni di euro l’anno), dimezzare il numero delle territoriali e ridurre quello delle associazioni di categoria, delle federazioni settoriali, dei circa 200 direttori generali a libro paga e dei membri del parlamentino interno. La riforma, però, andrà a regime solo dal 2015, se andrà. Scelta tipicamente politica: approvarla ma rinviarla alle calende greche. Battuta di una fonte interna, nemmeno troppo battuta: «la nostra spending review va più lenta di quella del governo Letta…». 

Per questo non è banale sollevare il tema di chi è spesso in prima linea a criticare in casa d’altri, il governo che non fa le riforme, la casta politica o i sindacati antimoderni, senza mai guardarsi in casa. È un tema generale che tocca molte corporazioni italiane (giornalisti compresi), mai un velo di autocritica. Con l’anno nuovo questo atteggiamento dovrà cambiare o non ne verremo mai a capo. Mettersi in gioco, assumersi responsabilità per uscire dal pantano, vuol dire alzare la testa dal proprio orticello corporativo.

Confindustria ad esempio che ruolo vuol giocare in un 2014 che sarà decisivo per il lavoro, l’occupazione, la ristrutturazione delle imprese e delle relazioni industriali: stare davvero dalla parte del mercato e dell’innovazione o starci solo a parole per poi razzolare male come nel caso Mps o delle controllate pubbliche? Fornire buoni servizi ai tantissimi associati che fanno alla grande il proprio mestiere oppure spendere tempo, risorse ed energie per restare una grande lobby corporativa pappa e ciccia con la politica, nazionale o locale che sia, salvo poi criticarla? Coerenza e responsabilità. Ascoltare di più e predicare di meno.

La classe dirigente non sta solo in Parlamento o nei partiti, troppo facile sparare sulla croce rossa. Vale per Confindustria come per tutti noi in questa Italia che si appresta ad entrare nel nuovo anno. Speriamo migliore

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