Caso Scarantino, molte ombre si annidano dietro questo arresto

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Quando giovedì scorso la Squadra Mobile di Torino è piombata a Cinecittà, a Roma, per arrestare il falso pentito Vincenzo Scarantino, a termine della trasmissione televisiva Servizio Pubblico, la notizia è rimbalzata immediatamente da un notiziario all’altro.

 

L’uomo passato alla storia come il più grande depistatore della strage di via D’Amelio, è tornato in manette. Accusato di reati sessuali, di cui, però, non si è mai avuta notizia fino ad oggi. Forse per questo non sono stati pochi coloro che hanno intravisto nell’arresto il tentativo di far tacere uno dei protagonisti di quel biennio stragista, uno di coloro che potrebbero custodire la verità, tanto più che Scarantino aveva appena rivelato, in studio, nuovi elementi in merito al suo depistaggio, a suo dire pilotato da chi, lo Stato, avrebbe dovuto rappresentarlo e proteggerlo.

Ora, la vicenda si fa ancora più misteriosa. Non bastavano i dubbi sulla tempistica con cui l’operazione di polizia è stata compiuta, né sulle modalità con cui è stata condotta. Ci sono infatti domande che non possono far altro che emergere dopo la scoperta di chi, effettivamente, abbia fatto scattare le manette attorno ai polsi del falso pentito. 

E’ importante infatti sapere a guidare la Squadra Mobile di Torino è nient’altri che Luigi Silipo. Un nome noto alla cronache: fu infatti colui che, nel 2011, in qualità di vice dirigente della Squadra Mobile di Reggio Calabria, condusse, assieme a Renato Cortese e su ordine della Procura guidata da Giuseppe Pignatone, le indagini nei confronti del viceprocuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna. 

Un vero e proprio caso che, a tutt’oggi, mantiene numerosi punti oscuri. Necessario compiere in primis qualche precisazione. Cisterna, ai tempi dell’indagine, era il braccio destro dell’allora Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso. Un posto che, fino a poco tempo prima, era stato occupato da nient’altri che Renato Cortese. A incastrare Cisterna, le dichiarazioni di un pentito di ‘ndrangheta, Nino Lo Giudice.

Questi, nei tempi della propria collaborazione, si autoaccusò degli attentati compiuti a Reggio nel 2010 e dell’intimidazione effettuata ai danni di Pignatone, ma, soprattutto, esplicò di un intervento di Cisterna in favore di suo fratello, Maurizio Lo Giudice, in cambio di soldi. “Per quanto riguarda la scarcerazione di Maurizio che si trovava in un carcere per collaboratori di giustizia a Paliano”, raccontò Nino Lo Giudice, “perché era andato definitivo, mi sembra che Luciano ne parlò con Alberto Cisterna. Che poi, dopo che ha avuto buon esito, Luciano mi disse che gli aveva fatto un regalo, e mi fece intendere soldi, molti soldi”. Non solo: il pentito sostenne anche di aver collaborato con Cisterna nell’ambito dell’arresto, avvenuto nel 2008, del boss Pasquale Condello e, in un memoriale raccontò di come il suddetto magistrato, assieme al sostituto procuratore di Reggio Francesco Mollace e l’ex sostituto Francesco Neri, fossero stati legati, “per anni, per motivi illecite e convenienze” a “Luciano Lo Giudice e Antonino Sparnò”. 

Accuse pesantissime, che costarono a Cisterna l’inserimento nel registro degli indagati. Non fosse che, tempo dopo, Lo Giudice scomparve e affidò al figlio un memoriale in cui ritrattava tutte le sue precedenti dichiarazioni. In esso, spiegava di essere stato indotto a mentire. Da chi? Una domanda a cui lui stesso rispose: nel 2011, ricordava infatti il falso pentito, a Reggio Calabria esistevano “due tronconi di magistrati, che si lottavano tra di loro, facendo scempio degli amici di una delle due parti”.

Da un lato della barricata, quelli che lo avrebbero spinto a confessare: “Salvatore Di Landro (procuratore generale reggino), Giuseppe Pignatone (ex numero 1 della procura reggina), Michele Prestipino (procuratore aggiunto), Beatrice Ronchi (pm che condusse le indagini su Cisterna) e il dirigente della mobile Renato Cortese, che si è prestato ai voleri della citata “cricca” degli inquisitori”, si leggeva nella nota del ‘ndranghetista. All’interno della fazione opposta, invece, trovava spazio, poco sorprendentemente, Alberto Cisterna. 

Lo Giudice spiegava ancora i metodi con cui Di Landro, Cortes, Prestipino, Pignatone e Ronchi lo convinsero a parlare: “Mi minacciarono che se non avessi raccontato quello che a “loro piaceva” mi avrebbero spedito indietro e al 41 bis”, rivelò. “Mi intimidirono le loro parole, dandomi l’ultimatum per il giorno seguente.” 

Vicende torbide, che in un certo senso ricordano molto da vicino quanto ha denunciato, a Servizio Pubblico, lo stesso Scarantino. E si torna al punto di partenza: che ruolo giocò l’attuale numero uno della Squadra Mobile di Torino nell’ambito del caso Cisterna? Secondo quanto dichiarò il sostituto procuratore nazionale antimafia Roberto Pennisi, uno di primo piano. 

Dopo aver distrutto la carriera del vice di Grasso, l’indagine per corruzione nata dalle prime dichiarazioni di Lo Giudice venne archiviata. Non per questo si poté mettere la parola fine alla querelle. Cisterna, infatti, denunciò Silipo, ai tempi vice dirigente della Squadra Mobile di Reggio Calabria, perché, a suo dire, omise all’interno dell’informativa consegnata a Ronchi nel 2011,un’intercettazione che avrebbe potuto scagionarlo, fondamentale nel dimostrare la sua innocenza.  E la omise perché “costretto a farlo”, stando a quanto rivelato da Pennisi in una dichiarazione autografa che venne consegnata al legale di Cisterna. 

In essa si ripercorreva un incontro avvenuto il  18 maggio del 2012, all’aeroporto di Fiumicino, tra lo stesso Pennisi e Silipo. “Non ebbi alcun piacere nel vedere il dottor Silipo”, dichiarò per iscritto il sostituto procuratore della Dna. “Ciò perché sapevo che aveva svolto le indagini relative al noto procedimento cui è stato sottoposto il mio collega, Alberto Cisterna, al quale mi legano rapporti di profonda amicizia nati da un decennio di comune, dura e perigliosa azione di contrasto al crimine in Calabria, sempre condotta con dignità, fierezza e spirito di sacrificio”.

“Il collega”, dichiarò ancora Pennisi, “mi ha sempre tenuto aggiornato sullo sviluppo di quelle indagini e sulle modalità del loro svolgimento. E non nascondo come le stesse siano state improntate dalla polizia giudiziaria che le svolgeva non alla degna tenacia investigativa, bensì, secondo il mio giudizio di magistrato ed uomo libero, ad un sistema di ricostruzione dei fatti e dei dati investigativi che mi limito a definire non corrispondente al modello da me ritenuto giusto”. 

Nonostante questo, l’uomo decise di offrire un passaggio in macchina a Silipo, “per umana comprensione” di fronte al suo stato di salute: d’altronde “si presentava afflitto”. Una volta a bordo, in breve, la conversazione cadde sulle indagini su Cisterna. “Gli dicevo”, si legge ancora nella ricostruzione offerta da Pennisi, “che avevo sempre insegnato ai miei collaboratori della polizia giudiziaria, e anche a lui, ad essere tenaci ed inflessibili nelle investigazioni, ma anche sempre onesti e corretti, come imposto dalla legge a tutti i pubblici ufficiali e, soprattutto, agli operatori della giustizia.

Aggiunsi che non mi sembrava nel caso del dottore Cisterna egli si fosse attenuto a quell’insegnamento, per quanto io avevo appreso e constatato. Gli dissi che col dottore Cisterna egli aveva fatto il contrario di quanto avevo insegnato. A tal punto, ricordo che il dottore Silipo con le lacrime agli occhi mi disse che “era stato costretto a farlo”. Sebbene tali dichiarazioni siano state immediatamente smentite dall’attuale capo della Squadra Mobile di Torino, che negò di aver ricevuto qualsivoglia pressione, le parole di Pennisi non possono che far riflettere.

Si tratteranno di null’altro che curiose triangolazioni, ma, oltre a ciò, emerge un altro collegamento interessante -ed inquietante- tra il caso Cisterna e le indagini sulla trattativa Stato-mafia. Bisogna infatti ricordare come il già citato Giuseppe Pignatone, prima di approdare a Reggio Calabria, si trovasse a Palermo a svolgere le funzioni di procuratore aggiunto, mentre Cisterna rivestiva il ruolo di viceprocuratore nazionale antimafia. In mezzo, i “tentativi di resa” di Bernardo Provenzano. 

Ed è proprio questo il nome che emerge in uno degli incontri, a Reggio, tra Cisterna e Pignatone. Nel 2011, infatti, quest’ultimo si recò negli uffici della Dna per interrogare il primo riguardo i suoi presunti legami con la cosca Lo Giudice. In breve, però, l’interrogatorio prese una brutta piega e si trasformò, di fatto, in uno scontro. Pignatone, nello specifico, chiese a Cisterna di fare chiarezza su una lettera che il magistrato aveva inviato ad un giornale online in cui, oltre a manifestare la sua estraneità alle accuse, aveva parlato del coinvolgimento dei servizi segreti nella cattura dei latitanti in Sicilia. Una domanda che nulla aveva a che vedere con il caso per il quale Cisterna si trovava indagato.

 

Lo scambio di battute tra i due fu brusco e, ora più che mai, porta alla luce ombre incombenti: il segreto di Stato, le indagini per la cattura di Pronvenzano, i servizi segreti. Si legge nel verbale dell’interrogatorio: 

Cisterna: l’attività, non soltanto la cattura di Condello, ma come credo sappia la cattura, le attività inerenti la cattura di Provenzano, e le attività consequenziali, diciamo accessorie, che hanno riguardato la cattura di Pasquale Condello e la possibilità eventualmente, ma solo ipotetica, di catturare Giuseppe Morabito inteso il tiradritto. Quindi che erano i tre episodi in discussione in quel frangente e che hanno comportato una serie di contatti istituzionali a cui ho partecipato in qualità di titolare dell’ufficio di Procura nazionale, sostituto ovviamente.
Pignatone: ammesso che io non so a cosa allude questo riferimento a Provenzano.
Cisterna: vedremo!”

Di fatto, ricomponendo i diversi tasselli di un mosaico, ci si ritrova a scoprire costantemente disegni se non oscuri, quantomeno controversi.

Geometrie che si ripetono perennemente e solite figure; soprattutto, stessi nomi, che si susseguono ininterrottamente, legandosi tra loro e aggrovigliando maggiormente la matassa che, una volta sbrogliata, potrebbe finalmente portare alla verità su una delle pagine più oscure della storia italiana.

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