C’è un Italia che Renzi non può più ignorare, quella dei giovani e dei precari

italia dei giovani e precari e la faccia del paese che renzi non puo non considerare

Due, tre, molte Italie. Su prospettive, fiducia nel futuro e soluzioni per creare occupazione nello Stivale prevale un quadro complessivamente negativo, segnato da profonde fratture rispetto all’età, alla condizione contrattuale e all’area di residenza. Ne danno conto, nitidamente, le elaborazioni della divisione Public Affairs di GPF sulla base dei dati rilevati dal Monitor 3SC, programma di ricerca che da 30 anni interpreta le trasformazioni sociali e di consumo della società italiana. Si tratta di un ulteriore allarme su una situazione di grave disagio, ma anche di spunti utili, come scrive il Sole24Ore, per i prossimi tentativi di trasformazione del mondo del lavoro in Italia. A partire dal Jobs Act, annunciato per la prossima settimana dal neo presidente del Consiglio Matteo Renzi.

 

Più giovani, ma molto più preoccupati

È un’Italia spaccata in due, quella con cui ha avrà che fare il progetto Jobs Act, la riforma del lavoro che il neo premier Matteo Renzi ha detto di volere presentare mercoledì prossimo. Il Paese è diviso fra ansie e aspettative di più giovani e meno giovani, fra Nord e Sud e tra garantiti e precari. Il dramma di una società lacerata appare subito chiaro in questa prima “fotografia” scattata dall’indagine Gpf sulla condizione lavorativa degli italiani.

La maggioranza dei lavoratori over 45 ritiene si ritiene in una fase positiva in relazione alla situazione lavorativa e occupazionale. Si collocano infatti tra il 55,7% e il 57,4% coloro che al di sopra dei 45 anni, divisi in tre fasce, giudicano la propria vita “stabile e tranquilla” o “abbastanza stabile ma con qualche preoccupazione per il futuro”.

La situazione cambia radicalmente per le fasce di età al di sotto dei 45 anni. Per i compresi tra i 35 e i 44 anni la percentuale di “tranquillità” scende al 45,9%, non supera il 40 per i 25-34enni e addirittura si ferma al 31,3 per i più giovani, i compresi nella fascia 18-24 anni. Quindi, oltre due giovani lavoratori su tre ritengono la propria vita “poco stabile e piena di preoccupazione” o “assolutamente precaria, senza alcuna certezza” per il futuro.

Se la priorità non può che essere il lavoro, i dati sulla disoccupazione e sulla nuova emigrazione verso l’estero dei neo laureati rappresentano una vera emergenza: servono opportunità di ingresso nel mondo del lavoro e una iniezione di fiducia che permetta di affrontare il futuro con maggiori prospettive.

Scontro fra generazioni al Centro e al Sud

La scomposizione delle precedenti variabili per le quattro macro aree geografiche ci mostra una realtà ancora più frastagliata. Il Nord Ovest è l’unica delle quattro aree dove sia i più giovani che i meno giovani percepiscono in maggioranza una certa stabilità. Al Nord Est, invece, entrambe le fasce di età non riescono a raggiungere il 50 per cento. Su Veneto, Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia incide probabilmente la rapida crisi di un modello economico che aveva avuto una grande crescita ed espansione negli anni Novanta.

Tuttavia in entrambi i casi, al Nord si possono notare differenze minime (o comunque non sbilanciate) tra under e over 45. È nel Centro, nel Sud e nelle Isole che la situazione mostra nette differenze generazionali. In entrambe le macro regioni il divario tra più giovani e meno giovani diventa abissale. I primi – gli under 45 – in entrambi i casi, non raggiungono il 40 per cento. I secondi – gli over 45 – in entrambi i casi superano sensibilmente il 60%, percependo una vita perfino più tranquilla e stabile (anche se la percentuale resta non altissima) dei loro coetanei del Nord.

La minaccia della precarietà, numeri alla mano

Se invece delle fasce di età analizziamo invece la condizione contrattuale, risulta evidente che la percezione di stabilità e tranquillità è legata con forza alla tipologia di contratto. Quasi due terzi dei detentori di un posto fisso a “tempo indeterminato”, infatti, definiscono la propria vita – in relazione alla situazione lavorativa e occupazione – stabile e tranquilla, o con qualche preoccupazione. Ben altro scenario invece per tutti gli altri: i “tempo determinato”, le “partite Iva”, e tutte le forme contrattuali a termine senza garanzie non vanno oltre la soglia del 50 per cento. Gli autonomi a partita Iva, che sono “più abituati” all’instabilità lavorativa, sono quelli che hanno una percezione leggermente più elevata, ma rimane indicativo il dato che la maggioranza vede la propria condizione come assolutamente precaria e senza certezze per il futuro. Tra quanti hanno forme contrattuali a tempo parziale la percezione di instabilità raggiunge il 62,9%.

L’ansia del contratto che spacca il Paese

Nel nostro Paese è senza confini, per i “non garantiti”, la percezione di una vita condannata all’instabilità e alla preoccupazione per il proprio futuro. La frattura è profonda in tutte le quattro macro regioni italiane. Il dato più eclatante viene dal Nord Est, dove il differenziale tra i “tempo indeterminato” e tutti gli altri supera il 34 per cento. Qui due “garantiti” su tre definiscono la propria condizione relativamente tranquilla, mentre due “non garantiti” su tre si sentono senza certezze per il futuro. Il divario minore viene registrato al Sud e nelle Isole e ammonta al 17,5 per cento. Tempo determinato, autonomi, e altre forme contrattuali si dicono relativamente tranquilli per un complessivo 42,5 per cento: al meridione la situazione non è certo più rosea, ma sembra prevalga il disincanto dell’emergenza perenne.

Nordest più disponibile al cambiamento

Quale può essere la soluzione per assicurare maggiore stabilità e diminuire le preoccupazione dei lavoratori italiani? Estendere le garanzie dei lavoratori a tempo indeterminato a tutti oppure aumentare l’occupazione dando alle imprese maggiori libertà di assumere e licenziare? Potremmo aspettarci che a quest’ultima domanda rispondano in maniera negativa le aree del Paese che sentono maggiormente la crisi e l’instabilità, invece è nel Nord Est che i lavoratori chiedono più libertà di assumere e licenziare: il dato dei favorevoli supera abbondantemente il 60% . Anche nel Nord Ovest la maggioranza è favorevole. Più si scende nello Stivale più scende la percentuale dei favorevoli. Anche in questo caso il Paese è spaccato in due, tra Nord e Sud.

Al Centro (e al Sud) i garantiti fanno muro

La richiesta di libertà imprenditoriale assume aspetti di grande interesse se vista rispetto al tipo di contratto e all’area territoriale.

In generale i maggiormente garantiti, vale a dire i lavoratori con un contratto a tempo indeterminato, sono i meno propensi a dare alle imprese maggiore libertà di licenziare, ma il dato è particolarmente significativo al Centro, con il 64,4% contrario, e al Sud, con il 57,1%.

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