“Bloccato mentre indagavo su Provenzano e Messina Denaro”: ora il Carabiniere rischia la radiazione

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“Difendere Masi è molto complicato”. Saverio Masi è il maresciallo dei Carabinieri che ha denunciato di essere stato fermato mentre indagava su Provenzano e Messina Denaro. Ora Giorgio Carta, il suo avvocato, fa il punto della situazione in un’intervista ad Affaritaliani.it.

Avvocato Carta, come ha conosciuto la storia di Saverio Masi?

Sono un ex ufficiale dei Carabinieri e, da avvocato, ho fatto la scelta di difendere solo le forze dell’ordine, quelle oneste. Lui, un giorno di un paio di anni fa, mi ha telefonato e mi ha raccontato il suo caso, che all’epoca non conoscevo. Mi ha detto di sentirsi tradito un po’ da tutti, soprattutto dallo Stato, e che voleva essere assistito da un avvocato lontano da Palermo. Diceva di non fidarsi più di nessuno. Ci siamo incontrati e mi ha raccontato una storia allucinante. Cose che uno può pensare che succedano solo nei film, dove coloro che dovrebbero perseguire i cattivi in realtà fanno tutt’altro. Quando gli ho parlato per la prima volta gli ho subito detto che la sua era una storia incredibile, da denunciare immediatamente.

Ma il maresciallo Masi non le aveva mai denunciate?

L’ho subito chiesto quando l’ho incontrato la prima volta a Roma. Lui mi ha spiegato che il problema per lui era stato proprio questo. Mi ha detto di aver raccontato queste cose gravi ma anche che aveva la netta sensazione che non importassero a nessuno.

Nel frattempo Masi era diventato imputato in un processo nato da una multa di 106 euro…

Sì, lui associava direttamente quel processo ai fatti che aveva scoperto. A chi non ha fatto il poliziotto o il carabiniere può sembrare strano che si svolgano indagini utilizzando vetture private, ma è una cosa del tutto normale, se non addirittura la regola nei reparti investigativi. Ci sarebbero centinaia di poliziotti e carabinieri che potrebbero testimoniarlo. Quindi, il Maresciallo Masi è rimasto sorpreso che, dato il gran numero di sanzioni normalmente irrogate durante lo svolgimento di siffatte attività, qualcuno abbia avuto la curiosità di andare a cercare, tra le numerose carte, la sua in particolare e a verificare la regolarità o meno della sottoscrizione. Non sta a me trarre conclusioni o fomentare sospetti, ma si può dire che la storia appare singolare, anche perché si parla di una multa da 106 euro irrogata a un investigatore che ha impegnato la sua vita per indagare contro la mafia. Saverio Masi ha perso tutto, anche un matrimonio, per svolgere le sue indagini.

A fronte di numerose attività notturne e fuori sede, lui mi riferisce di non aver chiesto un centesimo allo Stato, anche se era suo diritto. Sorprende che, però, poi vada a rischiare così tanto per far annullare una multa di 106 euro. Ora non è più in discussione il falso ideologico, perché la Corte di Appello di Palermo ha accertato che, effettivamente, Saverio Masi era in servizio, allorché commise l’infrazione stradale. Resta ancora da chiarire in Cassazione la questione della paternità della firma.

Ha incontrato degli ostacoli nel difendere Masi?

Guardi, abbiamo avuto molte difficoltà. Per esempio abbiamo fatto molta fatica ad accedere agli atti amministrativi; volevamo capire quanti poliziotti o carabinieri avessero, negli stessi anni in cui lui operava a Palermo, chiesto l’annullamento di sanzioni. Stranamente non ci è stato consentito e il Tar di Palermo ha respinto il nostro ricorso. Ora stiamo agendo in appello. È difficile muoversi in questo scenario dove tutto ciò che normalmente è semplice diventa tortuoso. Non riusciamo ad avere gli atti, non siamo riusciti a introdurre testimoni, anche se per effetto di una scelta processuale inizialmente fatta dall’interessato… difendere Saverio Masi è oggettivamente complicato.

Tra l’altro io sono stato addirittura denunciato per concorso in calunnia solamente per aver redatto la denuncia del maresciallo Salvatore Fiducia, collega di Masi, e per diffamazione, solo per averne parlato alla stampa. Una cosa assurda visto che ho semplicemente fatto il mio lavoro da avvocato. Confido che le procure di Palermo e di Roma vogliano archiviare le rispettive indagini, però questo è un segnale di quanto sia difficile occuparsi di questa vicenda.

Lei come ha interpretato questa cosa? Forse un avvertimento a non occuparsi della vicenda?

Se mi hanno denunciato per spaventarmi, posso dire che hanno spaventato forse l’uomo, ma non l’avvocato. Non abbandono certo questa storia e vado avanti. Ma dire che la cosa mi lascia indifferente non sarebbe sincero.

Oltre a Masi ci sono anche altri carabinieri che potrebbero testimoniare vicende simili?

Dopo aver conosciuto Masi, sono andato a Palermo e ho parlato con diversi carabinieri che hanno vissuto vicende simili. Non gli stessi fatti denunciati da Masi, ma la stessa modalità di condotta con carabinieri che dicono di aver subito azioni di intralcio e di rallentamento alle indagini.

Elementi venuti fuori tra l’altro negli scorsi giorni in Calabria in un’indagine sulla ‘ndrangheta, con superiori che mettevano un freno alle indagini…

Sì, però lì si parla di un altro corpo e di un altro contesto criminale e geografico. Io mi riferisco alla stessa città, alla stessa arma e allo stesso periodo.

Quanto è dura per un carabiniere decidere di denunciare cose gravi come ha fatto Masi?

È molto dura. Io per esempio difendo anche il carabiniere Renato Olino che, con le proprie rivelazioni, ha fatto riaprire la vicenda legata alla strage di Alcamo. Ma ci vuole molto coraggio per venire allo scoperto: c’è chi lo trova prima, chi lo trova dopo e chi mai. Chi fa una denuncia come quella di Masi o è matto o ha messo in conto che la sua vita verrà sconquassata da strane situazioni e coincidenze.

Dopo la condanna in appello avete presentato ricorso in Cassazione. Quali saranno i tempi?

Non c’è una tempistica prestabilita, diciamo che la definizione del giudizio arriverà in un anno e mezzo o due anni.

Se fosse condannato in maniera definitiva quali sarebbero le conseguenze per Masi?

Dal punto di vista penale sarebbero puramente virtuali in quanto, con la riduzione della pena apportata della corte d’appello, si parla di 6 mesi di reclusione condizionalmente sospesi. Dal punto di vista amministrativo, le cose cambiano molto perché per il reato di falso la legge prevede la pena accessoria della destituzione dall’Arma dei Carabinieri. Sarebbe una destituzione vincolata, automatica.

Nel frattempo è stata aperta un’indagine sui protagonisti della denuncia di Masi…

L’ho appreso dalla stampa perché dalla Procura non sono tenuti a informarci e non lo hanno fatto.

La vicenda Masi è sconosciuta ai più. Secondo lei perché?

Diciamo che la stampa non ne ha praticamente mai parlato. Argomenti di questa rilevanza faticano a trovare spazio sui media italiani e la cosa fa riflettere se pensa che, invece, ne ha riferito il Los Angeles Times. 20 anni fa quando non c’era internet una storia come questa sarebbe rimasta probabilmente sconosciuta.

Oggi, per fortuna, con internet la notizia riesce a girare.

Internet è come il vento e non si può fermare.

La cosa bella di questa vicenda è che ci ha messo in contatto con cittadini straordinariamente partecipi e solidali che hanno fame di verità e di giustizia.

La loro vicinanza ed il loro sostegno sono per noi molto importanti.

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