Berlusconi e Dell’Utri, il cerchio si chiude: dalla pistola sul tavolo alla fine di un’epoca

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Questa volta è davvero finita. Per entrambi. Uno ex latitante, da stamane arrestato in Libano, l’altro futuro badante. Ripercorriamo la loro storia, che è anche la storia d’Italia degli ultimi 30 anni, da quella pistola sul tavolo, passando per la nascita delle televisioni private – il vero cuore pulsante del berlusconismo – fino all’ovvio sbocco in politica. Ecco l’analisi di Alessandro De Angelis per l’Huffingtonpost.

 

Uno ex latitante (stamane arrestato in Libano, ndr). L’altro ai servizi sociali. E la coincidenza temporale diventa simbolo della fine di un’epoca. Nell’ecatombe giudiziaria. Perché i destini dell’uno dell’altro sono incrociati sin dall’inizio. Sin da quando Marcello Dell’Utri fu preso da Silvio Berlusconi come suo assistente, all’età di 23 anni. E fu spedito a fare l’allenatore di una squadra di calcio, il Torrescalla-Edilnord di cui un giovanissimo Berlusconi era presidente, avendo capito già da subito che in Italia il calcio sarebbe diventato un business. Parte da lì un rapporto che porterà i due amici della Statale di Milano, Silvio e Marcello, a costruire un impero. Prima la Edilnord, poi Publitalia, poi Forza Italia. Mentre l’altro vertice dell’Impero, Mediaset, fa capo a Fedele Confalonieri.

Negli ultimi mesi attorno a Berlusconi il cerchio magico ha costruito un cordone sanitario per filtrare le presenze, limitare gli accessi ad Arcore, gestire i contatti. Al di là dei figli ci sono solo quattro persone il cui accesso non è mai stato “gestito”. Libero ingresso e possibilità di avere la telefonata passata in ogni circostanza. I nomi sono quelli di Gianni Letta, Fedele Confalonieri, Cesare Previti e, appunto Marcello Dell’Utri, al netto dei dissapori degli ultimi tempi legati al veto del Capo sulla sua candidatura. Perché l’intreccio è strutturale. Dell’Utri ha rappresentato il cuore pulsante dell’Impero. Ha un ruolo cruciale in tutti le operazioni “storiche” di Berlusconi. Per i giudici della Corte d’Appello di Palermo è il “mediatore contrattuale” di un patto tra Cosa Nostra e Berlusconi.

E dal ’74 al ’92 “non si è mai sottratto al ruolo di intermediario” e “ha mantenuto sempre vivi i rapporti con i mafiosi di riferimento”. Secondo i giudici il “patto” che legherà Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra viene siglato in un incontro nel ’74: “E’ da questo incontro – si legge nelle motivazioni – che l’imprenditore milanese, abbandonando qualsiasi proposito (da cui non è parso, invero, mai sfiorato) di farsi proteggere dai rimedi istituzionali, è rientrato sotto l’ombrello della protezione mafiosa assumendo Vittorio Mangano ad Arcore e non sottraendosi mai all’obbligo di versare ingenti somme di denaro alla mafia, quale corrispettivo della protezione”. Mangano divenne così lo stalliere di Arcore “non tanto per la nota passione per i cavalli” ma “per garantire un presidio mafioso nella villa dell’imprenditore milanese”.

E Dell’Utri è il regista, nel ’94, dell’operazione Forza Italia. Al momento della discesa in campo Berlusconi si affida all’ad di Publitalia per selezionare candidati, costruire i club, gestire la campagna elettorale come una campagna marketing della sua azienda. Solo due settimane fa, in occasione del ventennale della “storica” vittoria del 27 marzo 1994 Dell’Utri ha ricordato in più interviste quell’indimenticabile ’94: “Noi abbiamo rappresentato la vera antipolitica. Fu il presidente a decidere di non candidare nessun politico, di rompere col passato: fu una scelta vincente. Forza Italia lanciò un messaggio di speranza, si presentò come una politica nuova, diversa”. Uomo azienda, macchina da guerra perfetta, custode taciturno di segreti, Dell’Utri non ama la politica. Ma il suo destino e quello di Berlusconi si incrociano anche in questo. In una memorabile intervista dice: “Io sono politico per legittima difesa. A me delle politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Mi candidai nel 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo mi arrivò il mandato di arresto Mi difendo anche fuori, ma non sono mica cretino. Quelli mi arrestano”.

Il Parlamento diventa la trincea da cui resistere. Il teorema è “chi attacca me attacca Berlusconi”. Lo dice nel corso di una conferenza stampa del 1999, violenta contro i giudici palermitani. In quell’occasione viene raggiunto da una telefonata in diretta da Bonn. All’altro capo c’è Berlusconi. Che annuncia una comune crociata contro i giudici. Così come c’è Berlusconi l’11 novembre 2007 a Montecatini, nel corso della kermesse dei circoli del “buongoverno” a urlare contro i giudici che “lo accusano”. Mano sulla spalla di Marcello, affiancati sul palco, nelle parole del Cavaliere c’è la condivisione di una destino comune: “Questi giudici dovrebbero essere recuperati alla società, non un uomo come Dell’Utri”.

L’11 aprile di questo 2014 che consente di parlare del berlusconismo come di un Ventennio – a proposito Dell’Utri bibliofilo convinto si è sempre vantato di avere una passione per i diari di Mussolini – l’impero frana. Dell’Utri, raggiunto da un ordine di custodia, è stato latitante fino a stamattina. Berlusconi è ai servizi sociali. Basta un’intemerata contro i giudici e rischia i domiciliari. I tempi in cui entrambi definivano Mangano un eroe sono lontani. La Cassazione la prossima settimana si pronuncerà sulla condanna a sette anni sui rapporti tra Dell’Utri e la mafia. Per contro di Silvio Berlusconi. I destini, incrociati sin dall’inizio, sembrano incrociati anche nella fine.

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