Bergoglio style, ora rischiano lo Ior e lo Stato stesso

la riforma di bergolgio mette a rischio ior e stato stesso

La riforma della banca e dello Stato vaticano mette in gioco la stessa struttura della Chiesa.

 

Il quadro legislativo e istituzionale in materia di antiriciclaggio è quasi a posto, ora devono però arrivare le decisioni difficili. A cominciare dalla prima e più importante: Cosa dovrà diventare lo Ior, cioè la banca vaticana che non è – ufficialmente – una banca? La sfida del rinnovamento lanciata da papa Francesco entra nel vivo e non mancano le incognite. Un istituto finanziario che agisce sui mercati internazionali e uno Stato dotato di una diplomazia ramificata in tutto il mondo, cosa c’entrano con  il messaggio del Vangelo? Il nodo alla fine è questo, eppure, fuori dalla retorica, la Chiesa ha sempre utilizzato strumenti terreni per espandere  la propria presenza nel mondo o per resistere ai tentativi di chi voleva restringerne la capacità d’azione.

L’Istituto per le opere di religione, nato nel 1942 per dare gambe allo Stato vaticano sorto (o sorto nuovamente) grazie ai Patti Lateranensi  del ’29 stipulati fra il cardinal Pietro Gasparri e Benito Mussolini, ha avuto una vita lunga e travagliata. I laici e gli ecclesiastici alle cui cure è stato affidato in successione dai diversi pontefici hanno fatto ricorso a mezzi leciti e meno leciti per garantire l’attività della Chiesa universale, la qual cosa, alla lunga, ha avuto conseguenze pesanti per la credibilità del sistema vaticano. Nel frattempo i patti lateranensi venivano aggiornati nel 1984 con il Concordato, firmato stavolta da Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli; e forse non casualmente in occasione di quel secondo tornante dei rapporti fra Italia e Santa Sede, le finanze ecclesiastiche si avvalsero di un nuovo formidabile strumento di introiti attraverso l’istituzione dell’otto per mille. In questo caso a beneficiarne era più direttamente la Chiesa italiana e in particolare il lungo ‘regno’dal cardinale Camillo Ruini  – posto sotto l’ala protettrice del wojtylismo – che ha potuto contare, durante gli anni del suo governo, su un tesoretto lievitato progressivamente negli anni. Tuttavia il rapporto particolarmente stretto della Chiesa italiana con la sede apostolica, contò anche sotto questo profilo, cioè quello economico; da qui anche l’influenza eccezionale che ebbe la Cei sulla vita politica e sociale del Paese e un certo sovradimensionamento del suo peso effettivo nel contesto ecclesiale mondiale. 

D’altro canto anche il gruzzolo iniziale dello Ior, 1 miliardo e 750 milioni di lire dell’epoca, si costruì a partire dalle compensazioni che il governo fascista diede alla Chiesa per sanare la ‘ferita’ inferta al papato dai piemontesi con la breccia di Porta Pia; oltre al denaro, per altro, furono notevoli le cessioni immobiliari, in particolare nella Capitale ma non solo. Quello sottoscritto durante il Ventennio fu un patto fra trono e altare che se pure avvantaggiò la Chiesa sotto molti aspetti, ebbe anche un prezzo politico salato: quando infatti nella seconda metà degli anni ‘30 Pio XI entrò in urto con il duce sulla politica colonialista dell’Italia in Africa, la sua voce fu ulteriormente condizionata dai nuovi equilibri istituzionali e il suo isolamento più facilmente messo in opera dal regime.

Così se lo Stato vaticano ri-nato nel ’29 – e riconosciuto dalla Repubblica nella Costituzione del 1947 – contribuì enormemente a cambiare la vita della Chiesa determinando l’eccezione della Santa Sede quale figura non classificabile di ‘nazione’ con relazioni diplomatiche vastissime e rappresentanza in tutti gli organismi internazionali, lo stesso può dirsi per lo Ior e la sua capacità di intraprendere azioni finanziarie. L’invulnerabilità del segreto ‘bancario’ vaticano, sfociato non di rado nell’opacità e nell’indagine giudiziaria, ha cominciato a vacillare in questi ultimi anni, vale a dire con l’avvento della globalizzazione e l’allarme riciclaggio di denaro sporco legato al terrorismo e alle mafie internazionali a livello mondiale. 

Ma il problema che si è posto il Papa è più radicale: il Vaticano deve avere una banca? Alcuni dei suoi collaboratori più stretti ripetono fin dall’inizio che “l’abolizione dello Ior è una sciocchezza, i soldi servono per finanziare tutte le opere caritative nel sud del mondo, ma questo deve avvenire con il massimo di trasparenza e rigore interno”. Sarà una banca etica allora, o una banca a tutti gli effetti e non un “istituto?”. “Credo che la discussione su questo punto, cioè cosa diventerà lo Ior, sia molto più aperta di quel che si crede e non è sicuro che manterrà la ‘forma’ di una banca” ci dice una fonte vaticana esperta della situazione. Potrà dunque diventare lo Ior un’istituzione finanziaria destinata ‘solo’ ad amministra i fondi e i depositi? Si vedrà. Il fatto è che il rompicapo non è semplicissimo da risolvere anche perché quale che sia la scelta dovrà in qualche modo non entrare in conflitto con le severe critiche rivolte dal Papa al sistema finanziario globale quale elemento che contribuisce in modo determinante alle sperequazioni sociali. 

Ancora c’è il nodo ‘Stato’ da affrontare. Da come si muove e opera papa Francesco sembra lasciare intendere che non ci tiene per niente ad essere considerato ‘capo di Stato’. La sua visita al Quirinale dal presidente Napolitano, è stata caratterizzata da un ‘low profile’ evidente emerso in modo limpido al momento del discorso ufficiale dal quale per la prima volta erano escluse rivendicazioni e richieste specifiche a quella che i suoi predecessori definivano “la diletta nazione italiana”. Tuttavia Bergoglio non disdegna affatto la politica ma la tratta, per così dire, attraverso la sua autorevolezza, il colloquio diretto con qualche capo di Stato o di governo, l’intervento discreto dei suoi collaboratori; è una modalità informale fondata anche sul carisma della persona che potrebbe, se non risolta istituzionalmente, lasciare più di un problema al suo successore. In ogni caso Ior e Stato vaticano sono strettamente collegati, anche se per ora sembra da escludere una loro vagheggiata abolizione; una loro riforma strutturale, pur enunciata fra gli intenti del pontificato, non ha inoltre ancora connotati precisi .

Per ora si punta ad alcuni passi concreti tutti da realizzare: l’Apsa, cioè il dicastero che funge da ministero del Tesoro o Banca centrale, dovrà dismettere ogni attività finanziaria in proprio, cioè non dovrà più funzionare come una banca parallela rispetto allo Ior, come pure è emerso dalle indagini sul caso di monsignor Nunzio Scarano accusato di riciclaggio. Lo Ior dovrà gestire tutte le transazioni di denaro, ma questa divisione dei compiti, “per ora è un’intenzione, non è ancora stata messa in atto”. Prossimamente comunque arriverà un documento che preciserà quali sono le istituzioni finanziarie d’Oltretevere e quali le loro funzioni. Si attende invece nelle prossime settimane l’ispezione dell’Aif (Autorità d’informazione finanziaria) allo Ior; questo è un altro passaggio fondamentale dal punto di vista della trasparenza finanziaria su cui dovrà poggiare il ‘nuovo’ Vaticano.

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