Assad, le armi di distruzioni di massa in un porto controllato dalla ‘ndrangheta. Ecco perchè

armi chimiche assad nel porto della ndrangheta

La decisione di far transitare le armi chimiche di Assad presso un porto del nostro paese è stata presa dalle istituzioni italiane. La decisione di quale porto, nonostante quanto se n’è detto, no. Anzi. Dietro tutto non ci sarebbe altro che il servizio d’intelligence Usa, che verso le banchine di Gioia Tauro ha non pochi interessi. Ecco l’esplosiva inchiesta di Gea Ceccarelli pubblicata da Articolotre.com

 

La risposta al “perché?” che tanto ha fatto penare gli italiani è tutta lì, in una serie di documenti riservati svelati da Wikileaks: il porto di Gioia Tauro non è stato scelto a caso, ma perché sorvegliato speciale degli Stati Uniti dal non troppo lontano 2003. Oggetto di due importantissime -e delicatissime- operazioni di intelligence, è parso la soluzione più idonea per ospitare le letali armi da guerra provenienti dalla Siria. La risposta, però, porta con sé altri quesiti: che genere di operazioni e da cosa nasce il forte interesse verso il porto calabrese?

Presto detto: il porto di Gioia Tauro, è il terzo “di transshipment dell’Europa, con circa 3 milioni di container che ci passano ogni anno”, come si legge in un cablo del 2009, vergato dall’ambasciata Usa in Italia e destinato a Washington. In esso si sottolineava come, nell’anno fiscale 2008, si fossero “registrate 19.031 polizze di carico marittimo  verso gli Stati Uniti dal porto di Napoli, ispezionate dagli ufficiali Csi e 40.466 dal porto di Gioia Tauro”.

E in questa frase stanno le tanto agognate risposte: il Csi, infatti, altro non è che il nome della prima operazione voluta dagli 007 d’oltreoceano; un acronimo che sta per “Container Security Initiative”.
Si tratta, questa, di una missione che venne lanciata dagli States a seguito del terribile attentato dell’11 settembre. L’intento dei servizi segreti americani era quello di controllare tutti i container navali che prendevano il largo verso l’America, al fine di appurare che non contenessero armi di distruzione di massa destinate ai terroristi di Al Qaeda. Di fatto, il timore di un nuovo attentato spinse gli 007 statunitensi a ideare l’operazione Csi, la quale -tutt’ora in corso- prevede una strettissima sorveglianza su tutti i container dei paesi che aderiscono all’iniziativa. Italia compresa.

Questi controlli sono affidati a personale specializzato, che si avvale di informazioni riservate, tecnologie di ultima generazione e strumentazioni avanzate per porre a compimento la propria missione. Attualmente, i porti finiti nella rete Csi sono 58, un numero che consente di tenere costantemente sotto controllo l’85% dei container diretti verso gli Usa. Nel nostro paese, a farne le spese, sono state le banchine di La Spezia, Genova, Livorno, Napoli e, ovviamente Gioia Tauro.

Ma quello di Gioia Tauro è un porto che preoccupa, gli Usa. Il motivo è, sfortunatamente, evidente. E’ gestito dalla mafia. Fin dal 2003, gli americani se ne accorsero e, dunque, da 11 anni a questa parte, stringono la morsa per poterlo controllare al meglio. Tanto più che nello stesso anno, per preparare il terreno alla successiva “conquista di banchine”, gli 007 d’oltreoceano spedirono propri uomini nello Stivale, al fine di farsi fornire da istituzioni, associazioni e magistrati una panoramica della situazione mafiosa italiana, e calabrese nello specifico.

Uno scenario riassunto in quel cablo svelato da Wikileaks, nel quale si evidenzia chiaramente come il console, già ai tempi, ritenesse che, considerati “gli stretti controlli di sicurezza al porto di Gioia Tauro”, “il traffico di droga e quello illegale di armi  possano essere compiuti solo e soltanto con l’assistenza e la complicità di personale corrotto”

“La logica ci porterebbe a concludere che la ‘ndrangheta non potrebbe spostare droga e armi senza il consenso delle dogane e della guardia di finanza”, si legge ancora nel documento, che riporta inoltre testimonianze di uomini dei servizi impegnati nel campo. Il capo del team Csi a Gioia Tauro, per esempio, fu tra i primi a confermare la presenza della criminalità organizzata. Tanto più che spesso e volentieri gli agenti della dogana si rivelavano oltemodo “riluttanti a prendersi la responsabilità di bloccare una spedizione di merce per consentire un’ispezione del Csi e preferivano piuttosto che fosse la guardia di finanza, che è una forza armata, a essere associata al blocco”.

La sensazione che gli uomini del Cis percepivano era quella di essere perennemente controllati dalla ‘ndrangheta, spiati e, talvolta, anticipati nelle loro mosse. Solo quelli italiani, però. Gli americani impegnati nella stessa operazione, e aventi la stessa mansione, rimasero sempre inspiegabilmente esenti da minacce e intimidazioni. 

Diversa, come s’è detto, la sorte dei nostri connazionali. Il cablo portato alla luce ricorda infatti come, nel 2009, “due doganieri italiani che lavoravano al programma Csi nel porto di Gioia Tauro” vennero “trasferiti a causa delleminacce: a uno avevano sparato e l’altro è stato minacciato e ha ricevuto due proiettili a casa.” “Altro problema”, sottolineavano gli uomini dell’ambasciata, “è il fatto che doganieri e agenti della guardia di finanza non sono ben pagati.” E questo comportava che diventassero più facilmente preda dei corruttori, disponibili a chiudere gli occhi di fronte agli affari della ‘ndrangheta per poche centinaia di euro.

L’altro problema con cui si scontrava -e si scontra tutt’ora- il personale del Csi era l’attenzione che rischiavano di attirare per colpa della stessa criminalità organizzata. In particolare, gli uomini del programma vivono quasi tutti presso l’ospedale di Vibo Valentia. A causa della facilità con cui si può reperire, grazie alla ‘ndrangheta, una laurea da medico, vi sono pochi dottori qualificati in tutta la regione, come denunciò anche, ai tempi, il procuratore Gratteri. Di fatto, la mortalità è più alta e episodi di malasanità sono frequenti. Un’attenzione dei media verso essi, porta conseguentemente ad un interesse per gli ospedali, dove gli uomini del Csi vivono tentando di non dar nell’occhio.

Di fatto, secondo gli Usa, il porto di Gioia Tauro era un luogo da tenere costantemente sotto controllo, perché, essendo già un “punto d’ingresso di droga e armi”, rischia di divenire “porta d’ingresso per materiali ben più pericolosi”. Per tale motivo, nel 2010, da Washington si propose di affiancare, almeno nella località calabrese, all’operazione Csi anche quella “Megaport“. Essa prevede un’ulteriore garanzia per gli Usa, attraverso la scannerizzazione di ogni container in partenza alla ricerca di, come scrissero nel 2010 i diplomatici Usa, “materiale radioattivo, nucleare e di altri materiali particolarmente pericolosi utilizzabili per le armi di distruzione di massa”. “Megaport è particolarmente necessario in Italia a causa del forte controllo che ha la criminalità organizzata sulle operazioni di certi porti italiani e della risultante mancanza di certezze dell’affidabilità delle ispezioni dei cargo”, concludevano nel cablo. 

A fronte di ciò, la domanda sorge spontanea. Considerata la massiccia e riscontrata presenza di criminalità organizzata nel porto di Gioia Tauro, anche ammessa l’equivalente sorveglianza da parte dell’intelligence Usa, era veramente necessario giocare con il fuoco e far giungere qui le letali armi del regime siriano?  A rigor di logica, e per istinto di sopravvivenza, la risposta apparirebbe piuttosto semplice. Non per gli 007, che ritengono di poter tenere tutto sotto controllo, mentre l’Italia trattiene il respiro.

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