Tasse sui bot? Tanto rumore per nulla. Intanto le banche si sfregano le mani

del rio prosegue la polemica su tasse bot

Prosegue la polemica per le dichiarazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, DelRio, sulla possibilità di tassare i piccoli risparmiatori, che , come riporta Affariitaliani, potrebbe essere un’ottima opportunità per le banche italiane.

 

La polemica seguita alle parole pronunciate lo scorso fine settimana dal sottosegretario alla presidenza del consiglio (e “uomo-macchina” del governo Renzi), Graziano Delrio, e sostanzialmente non smentite dallo stesso Matteo Renzi, circa la necessità, anzi opportunità di procedere ad una “rimodulazione della tassazione delle rendite finanziarie” si sono, giustamente, concentrate sull’eccessiva approssimazione con cui ancora una volta un argomento “delicato” (come già sottolineato da Maria Cannata, dirigente generale del debito pubblico per il Tesoro, che ha ricordato come “un po’ di cautela non sarebbe male” visto che “il retail é sensibile su questi aspetti” tanto più che di recente è già stata “aumentata la tassa sul dossier titoli”), ma non sono entrate nel merito di cosa possa significare per un investitore il probabile innalzamento della tassazione sui titoli di stato, perché di questo si tratterebbe in concreto.

Come noto al momento i titoli di stato sono tassati con un’aliquota del 12,5% che si applica alla “rendita finanziaria” (ossia agli interessi dei titoli o alla differenza di prezzo di rimborso rispetto a quello di sottoscrizione), mentre sui conti correnti e i libretti di risparmio si paga tassa sulle comunicazioni alla clientela di 34,2 euro (se titolare è persona fisica, altrimenti l’imposta sale a 100 euro), con una “no tax area” per tutti coloro che mantengono una giacenza media annua non superiore ai 5 mila euro. Sui conti di deposito, invece (sui quali solitamente è possibile spuntare interessi più interessanti, ad esempio 100 mila euro vincolati per 12 mesi possono fruttare attualmente fino al 2,00%-2,50% effettivo), l’imposta di bollo è stata abolita ma si paga un’imposta pari allo 0,2% della giacenza media.

Su tutti gli altri titoli obbligazionari si applica un’aliquota del 20% sugli interessi ed è possibile che il governo alla fine decida di alzare proprio su tale soglia anche l’imposizione applicata ai titoli di stato (anche seDavide Serra, finanziere considerato vicino a Renzi, ha più volte sostenuto l’opportunità di alzare l’aliquota al 30%). Cosa accadrebbe in questo caso a un risparmiatore? Posto che la norma non potrebbe che entrare in vigore per le emissioni successive alla rimodulazione, quindi che non si pone problema alcuno per chi ha già investito in Bot, Ctz, Cct o Btp, che in questi giorni in asta hanno fatto segnare nuovi minimi record dei rendimenti più per l’abbondanza di liquidità sul mercato alla ricerca di buoni rendimenti (emblematico, per lo stesso motivo, il ritorno del decennale greco sotto la soglia del 7% che nel 2010 fece scattare il primo piano di “salvataggio” internazionale nei confronti di Atene), gli effetti pratici sarebbero modesti nell’immediato.

Questo perché la maggior parte dei titoli detenuti da investitori italiani (si stima attorno all’81% del totale) è nelle mani di “lordisti” (banche, fondi comuni, società di gestione del risparmio, assicurazioni e fondi pensione)che non subiscono alcun prelievo alla fonte, come invece accade a un “nettista”, ossia il risparmiatore che investe direttamente in titoli di stato e che si vede accreditare sul proprio conto corrente una volta rimborsato il titolo la rendita decurtata in questo momento del 12,5%, ma pagano le tasse in base a quanto i proventi finanziari incidono sul loro conto economico. Anche così, in ogni caso, l’incremento della tassazione finirà verosimilmente con incidere in misura trascurabile visto che agli investitori (lordisti o nettisti che siano) interessa il rendimento del proprio capitale ottenibile investendo nelle diverse asset class e che i tassi (lordi) non rimarranno gli stessi, come capitato, all’inverso, quando la tassazione sui depositi è calata, nel 2012, dal 27% al 20%.

vero rischio di una revisione fatta con eccessiva superficialità potrebbe consistere nel ridurre ulteriormente, sia pure di pochi centesimi di punto percentuale, rendimenti che sono già mantenuti dall’opera della banche centrali su livelli estremamente modesti. Il che si traduce in un aiuto per i debitori come lo stato italiano (e quindi un bene per i contribuenti italiani), ma finisce col ridurre la capacità del risparmio di generare ulteriori risorse per il futuro. 

Non pensate solo alla “signora anziana che ha 100.000 euro di Bot, che le rendono magari un tot di soldi”, a cui secondo Delrio se si tolgono “25, 30, 50 euro in più, non credo abbia un problema di salute”: pensate ai fondi pensione che investono i vostri contributi in titoli che non consentiranno da qui a trent’anni, se i rendimenti non risaliranno, di garantirvi una pensione adeguata agli standard di vita attuali. Per un investitore dunque dal punto di vista tattico le polemiche di questi giorni hanno un impatto prossimo a zero in termini di allocazione del portafoglio, ma da un punto di vista strategico dovrebbero favorire una riallocazione a favore di una maggiore percentuale di strumenti a rischio (azioni, titoli di stato di emittenti “periferici”, titoli obbligazionari corporate).

Il che forse è esattamente quello che in cuor loro sperano Delrio e Renzi, più che sui possibili “gettiti” che tale manovra sarebbe in grado di offrire per la riduzione parallela del cuneo fiscale con cui alimentare il motore della ripresa economica italiana: nonostante a livello teorico l’incremento dal 12,5% al 25% (livello allineato alla media europea) della tassazione sui titoli di stato possa produrre un incremento di gettito di 5,92 miliardi (sui 1676 miliardi di titoli di stato in circolazione al momento il rendimento medio, ossia la “rendita finanziaria” vale il 2,83% secondo i calcoli della Banca d’Italia), vari studiosi suggeriscono che nel concreto non si otterrebbero più di 500-600 milioni di extragettito, proprio per la prevedibile riallocazione del risparmio che verrebbe posta in essere dagli investitori istituzionali. A pensar male si fa peccato ma a volte ci si becca: stiamo per assistere a una stagione di nuove emissioni di strumenti di debito e di equity da parte delle banche e delle aziende italiane, il governo cercherà di “favorirne” il collocamento usando la leva finanziaria?

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