Reti di imprese, l’Italia lancia la sfida al mercato europeo

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Continua a salire il numero di aziende italiane che creano delle partnership per sfidare i mercati internazionali, rafforzarsi e diventare sempre più competitive.

 

Operano in diversi settori dell’economia e quasi il 15% si occupa di green economy. Nonostante ciò, il contratto di rete, quello strumento voluto dal legislatore nel tentativo di sottrarre le società italiane dagli svantaggi del ‘nanismo’, non sembra aver convinto a pieno gli imprenditori. Solo il 0,21% delle aziende operanti nel nostro Paese ha aderito. E la crescita registrata nel periodo post recessione non ha cambiato la situazione. Nel 2013 erano entrate in rete una media di 891 realtà ogni trimestre, e quest’anno 793. Ma tirando le somme, a ottobre i contratti registrati in Camera di Commercio erano ancora pochi: in totale 1.770. Le imprese coinvolte soltanto 9.129.

La classe manageriale non sembra convinti fino in fondo dei reali benefici di questo nuovo strumento. E gli stessi analisti dell’Osservatorio di Intesa Sanpaolo-Mediocredito Italiano, spiegano che è ancora prematura dare dei giudizio definitivi e parlare di vantaggi. Senza dubbio le imprese entrate in rete nel 2011 hanno registrato una diminuzione del fatturato, tra il 2012 e 2013, più contenuto rispetto a quello delle imprese non presenti nella rete (-3,6% contro il -4,9%). L’Ebitda delle prime ha invece guadagnato 2 decimi di punto percentuale salendo al 7,9%. Mentre le seconde hanno perso 2 decimi, passando da 7,8% a 7,6%.

Giovanni Foresti, esperto economista del Servizio Studi di Intesa, ha recentemente affermato che l’analisi di un buon numero di casi confermava comunque il potenziale dello strumento: “I contratti di rete sembrano funzionare  –  commenta Foresti – soprattutto quando le imprese sono fra loro eterogenee e complementari e si focalizzano su obiettivi mirati sul fronte dell’innovazione, del marchio comune e della internazionalizzazione“.

Tra i maggiori sostenitori di questo nuovo strumento finanziario spiccano gli imprenditori lombardi. Il fenomeno delle reti non è ancora distriubuito in maniera omogenea lungo lo Stivale. Ma la Lombardia, come consuetudine, emerge come la regione dove ha attecchito meglio, guidando la classifica italiana con 2.019 imprese in rete. Al secondo posto si posiziona l’Emilia Romagna con 1.128 aziende coinvolte. E al terzo posto ecco invece la Toscana con 982 realtà coinvolte. Questi tre territori inglobano oltre la metà delle imprese finite in rete (il 45%). L’unione delle azienda è molto in voga soprattutto nelle grandi province, con in testa quella di Milano, Roma e Brescia. Nel resto del paese questo contratto è utilizzato invece davvero molto meno.

Tra le realtà che hanno fatto di questo metodo una strategia progettuale, spiccano quelle che operano nel settore della sostenibilità ambientale. Sono 1274 le società attive nel comparto delle energie rinnovabili, del risparmio energetico, del riutilizzo di materiali, della produzione di beni per servizi ambientali, della riqualificazione energetica. Non a caso le reti “green” sono diffuse soprattutto nella filiera delle costruzioni e nell’industria in senso stretto, (utility, metallurgia e automotive).

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