Rapporto tra patrimonio e reddito, si è tornati nell’800. Crescono le disuguaglianze

ricchi e poveri aumentano le disuguaglianze

Lo sostiene Thomas Piketty, economista francese, che lancia una tassa sulle eredità pari al 50%.

 

 

Più gauche caviar di così non si può. Premiato economista parigino, quarantenne, ex consigliere della socialista Ségolène Royal, ex compagno di Aurelie Filipetti, attuale ministro della Cultura – che nel 2009 lo ha denunciato per aggressione domestica – scrive un libro sulle disuguaglianze tra rendita finanziaria e reddito da lavoro, con un titolo a dir poco ambizioso: Per una rivoluzione fiscale. Un’imposta sul reddito per il XXI secolo. Uscito nel 2011 sotto forma di pamphlet e tradotto in italiano da Editrice La Scuola, il saggio di Thomas Piketty è stato corposamente (mille pagine) ripubblicato a settembre 2013 da Seouil, attirando l’attenzione del Financial Times, che all’inizio di quest’anno gli ha dedicato un’ampia analisi (lamentandosi della mancata traduzione in inglese).

Sebbene il tema della conflitto tra rentier e working class non sia proprio nuovissimo nella storia dell’analisi economica, a preoccupare la cultura della City è l’equazione dimostrata attraverso una mole sterminata di dati e un approccio collaborativo (è tutto scaricabile sul sito Revolution fiscale): la ricchezza ereditata renderà sempre di più di quella prodotta con il duro lavoro. 

Assieme a Emmanuel Saez e Camille Landais, Piketty evidenzia che in Francia il rapporto tra patrimonio e reddito, dopo una contrazione nel Dopoguerra a quota due a uno, ha ripreso a salire raggiungendo un livello di sei a uno. In Italia è sette a uno: gli stessi valori registrati a fine Ottocento. Se la ricchezza è sempre superiore al reddito e dunque al risparmio, quando l’economia tira il tasso di crescita del secondo è superiore a quello di rendimento della prima, aumentando la mobilità sociale e la percezione di meritocrazia.

Al contrario, sostiene Piketty, «il fattore ereditario, relativamente limitato per le generazioni segnate dalle Guerre mondiali (le quali hanno dovuto accumulare molto per conto loro), sta riacquisendo per le generazioni nate negli anni 1970-1980 la stessa importanza che aveva nel XIX secolo». Il fenomeno è globale: il commentatore liberal Will Hutton ha scritto di recente sulGuardianche la bolla immobiliare ha gonfiato la ricchezza dei landlord inglesi fino a 800 miliardi di sterline, piazzando la Gran Bretagna al 28esimo posto su 34 nella classifica OCSE dei Paesi con maggiori disuguaglianze.

A contribuire alla scomparsa della classe media, nel caso della Francia, è il sistema fiscale, fondamentalmente regressivo. Per Piketty

«L’Ancien Régime crollò quando i rivoluzionari votarono l’abolizione dei privilegi fiscali per la nobiltà e il clero e diedero origine a un sistema fiscale universale e moderno. La Rivoluzione americana nacque dalla volontà degli abitanti delle colonie inglesi di creare e gestire direttamente un proprio sistema fiscale (“no taxation without representation”)», 

In Francia il minore peso fiscale sul patrimonio ha concentrato il 60% della ricchezza (dati 2010) nel 10% della popolazione. In Italia la percentuale è simile, così come la tassazione: ad esempio l’imposta di successione per gli eredi in linea retta e coniuge è nulla fino a un milione di euro, escluse le imposte ipotecarie e catastali del 2 e 1%, i cui minimi nell’ultima legge di Stabilità sono stati alzati da 168 a 200 euro. Il brutto è che nemmeno questa platea è immune dalla crisi: per la Commissione Ue il PIL aggregato comunitario salirà di un modesto 1,1%, per il Fmi 0,9% e per l’Ocse 1,3 per cento. Insomma, non solo piangono, ma i ricchi sono destinati a diventare “poveri ereditieri”: il tasso di disoccupazione a novembre 2013, stabile al 12,1 in Eurozona, è il doppio rispetto al 2007, anche se è rimasto invariato in Francia (10,8%) e Germania (5,2%) salendo invece in Italia (12,7%) Spagna (26,7%) e Portogallo (15,5%).

 La “rivoluzione” di Piketty verte sull’introduzione di un’imposta sul reddito, unica e progressiva, ripartita equamente tra lavoro e capitale. Sebbene siano molte le differenze tra il sistema tributario transalpino e quello italiano, la semplificazione propugnata dell’economista francese è utile nella misura in cui «non è probabilmente possibile affrontare il tema dell’evasione in Italia se non si riporta a livello del contribuente individuale oltre che il reddito anche il patrimonio», come scrivono Massimo Bordignon ed Enrico Minelli nella prefazione all’edizione italiana. 

In un recente paper, Piketty ha considerato un livello ideale di tassazione dell’eredità, per gli Usa e la Francia, tra il 50 e il 60 per cento. Su quest’ultimo aspetto, dopo che la politica ha perso gli ultimi sei mesi a discutere sulla sospensione della seconda rata dell’Imu, il responsabile economico della segreteria di Renzi, Filippo Taddei (ex collaboratore de Linkiesta) sembra avere le idee chiare: «Il gettito complessivo da Imu in percentuale del Pil è circa la metà  della Francia e della Gran Bretagna. Anche includendo l’Imu, il fisco  italiano non è certo più patrimonializzato che altrove.

Inoltre, l’Imu sulla prima casa è già una imposta piuttosto progressiva: più  della metà di questo gettito viene dal 30% delle famiglie più  ricche. Abolendo l’Imu sulla prima casa, come è stato fatto con una sospensione per il 2012, si renderebbe il nostro sistema fiscale  perfino più regressivo. Secondo me andrebbe reintrodotta sulla prima casa e i proventi usati per ridurre le imposte sul reddito da lavoro».

In Italia Imu fa rima con patrimoniale per una semplice ragione, evidenziata dall’ultimo rapporto Bankitalia sulla ricchezza delle famiglie italiane, diffuso a metà dicembre scorso: «Alla fine del 2012 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a circa 8.542 miliardi di euro, corrispondenti in media a 143mila euro pro capite e a 357mila euro per famiglia. Le attività reali rappresentavano il 61,1 per cento del totale delle attività, quelle finanziarie il restante 38,9 per cento». La ricchezza è pari a 7,9 volte il reddito lordo disponibile. Partendo da questo dato Pietro Modiano, presidente di Nomisma e uno dei circa 80 soci deLinkiesta, ha calcolato che un prelievo una tantum del 10% sul 10% degli italiani detentore complessivamente di una ricchezza liquida (non immobili) pari a 1.130 miliardi di euro genererebbe un gettito di 113 miliardi.

Tuttavia, rileva via Nazionale, nel 2012 «la flessione del valore delle attività reali (-3,5 per cento), dovuta al calo dei prezzi delle abitazioni (-5,2 per cento), è stata solo in parte compensata da un aumento delle attività finanziarie (4,5 per cento) e da una riduzione delle passività (-0,4 per cento).

In termini reali (utilizzando il deflatore dei consumi) la ricchezza netta si è ridotta del 2,9 per cento rispetto al 2011». Siamo tutti uguali di fronte alla deflazione.  

 

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