Italian style. Enrico Moretti, un economista italiano al servizio di Obama.

moretti un italiano al servizio di obama

Ecco la sua ricetta: economia della conoscenza, giovani, detassazione del lavoro, mobilità, un nuovo patto sociale. E magari la lingua inglese. Ce lo racconta su Wired di ottobre.

 

“Aveva molte curiosità, sembrava di parlare con un collega. Fu anche molto onesto, chiarì subito che alcune proposte erano sì interessanti, ma politicamente non erano fattibili”. Era l’estate del 2012 ed Enrico Moretti venne chiamato insieme a un piccolo gruppo di stimati economisti alla Casa Bianca. Barack Obama era nel pieno della campagna elettorale che lo avrebbe riconfermato presidente degli Stati Uniti e aveva voluto conoscere personalmente quelprofessore italiano di Berkeley la cui ultima opera, La nuova geografia del lavoro, era stata definita daForbes“il libro di economia più importante dell’anno”.

Nato a Milano nel 1968, laurea alla Bocconi e dottorato a Berkeley, sposato e con un figlio di cinque anni, Enrico Morettivive negli Stati Uniti dal 1994. Autore di numerosi saggi (suoi interventi sono regolarmente ospitati da Wall Street Journal, New York Times, Washington Post), consulente della World Bank, è docente di economia alla University of California-Berkeley. Vive a San Francisco e da alcuni mesi collabora conLa Stampa di Torino. ConWired ha parlato del suo lavoro e delle sue idee, con un occhio particolare alla situazione italiana.

Tesi del libro è che l’economia americana sia ripartita grazie allecittà hi-tech (San Francisco e la Silicon Valley, ma anche Austin, New York, Boston, Raleigh, Washington), al suocapitale umano, all’innovazione e che oggi ci siano tre diverse Americhe: quella tecnologica, la più ricca e innovativa, la vecchia America dell’industria manifatturiera (tipico esempio Detroit) in totale declino e un’America di mezzo, la più vasta, il cui futuro è a metà strada“tra la crescita e la scomparsa economica”. Che“deve scegliere se imboccare o meno la strada della knowledge economy,l’economia della conoscenza basata su altissimi livelli d’istruzione e un intenso uso delle nuove tecnologie”. Per ogni posto di lavoro hi-tech, per esempio alla Apple,“ne vengono infatti generati altri cinque in settori tradizionali”. Non è una questione di luoghi, ma di“ingegno, iniziativa, capitale umano, ecosistema produttivo”.

Un bell’esempio è la storia di Seattle e Albuquerque, la città del New Mexico che inizialmente Bill Gates scelse come sede della Microsoft. Fino a quando Albuquerque ospitò la Microsoft “le condizioni economiche delle due città non furono molto diverse”, quando la Microsoft si spostò a Seattle facendo di quella città il cuore della nuova industria hi-tech, il divario divenne enorme. Stesso discorso per la Silicon Valley. “Alla fine della seconda guerra mondiale non c’era niente, una terra quasi desertica. Fu grazie a William Shockley ( l’inventore del transistor), che si era trasferito lì per suoi motivi personali, che la Silicon Valley divenne negli anni Cinquanta e Sessanta il centro mondiale per lo sviluppo dei semiconduttori e nei decenni successivi il cuore dell’hi-tech”.

Capitale umano e ingegno. In Italia non sono mai mancati eppure il nostro paese“è sempre più ai margini dello sviluppo economico”. Per Moretti a differenza degli Usa non ci sono tre diverse Italie (“Resta il divario classico Nord-Mezzogiorno”). Se vogliamo fare un paragone (“Con tutte le ovvie differenze”) si può parlare di tre Europe, dove quella del Nord è l’areainnovativa mentre l’Italia è in quella di mezzo (“Ancora incerta tra crescita e declino”), con diverse sacche che fanno già parte di quella Terza Europa “con poche speranze”.

Quali possono essere le città hi-tech d’Italia, i luoghi da cui far ripartire la crescita e lo sviluppo? “Come abbiamo visto per gli Stati Uniti quello che conta non è il luogo fisico ma l’ingegno, l’intraprendenza, la capacità d’innovazione. In Italia – si pensi alla Olivetti, che peraltro aveva sede a Ivrea – negli ultimi venti anni abbiamo perso grandi opportunità e purtroppo anche oggi non si vede quel cambio di rotta che sarebbe necessario. Negli anni Sessanta, quando in Italia c’era il boom, il successo economico di una città o di una regione dipendevano dalla manifattura. Era così a Detroit, ma in misura minore valeva anche per Milano, Torino, Genova. Dove c’erano i settori industriali più dinamici c’era maggiore occupazione, salari più alti. Ora è tutto cambiato. L’economia degli Usa è passata dall’essere fondata sulla produzione di beni materiali a quella basata su innovazione e conoscenza, il fattore produttivo essenziale oggi sono le persone, le loro idee”.

Nella Nuova geografia del lavoro Moretti affronta il tema delladiseguaglianza sociale iniziando non dalle differenze di reddito ma da quelle dell’istruzione.“A partire dagli anni Settanta il destino economico delle città americane dipende sempre di più dal livello di istruzione dei loro abitanti. Quelle con un numero più alto di lavoratori usciti dai college attirano altri laureati, che hanno più facilità nel trovare lavoro e redditi più alti. È un trend sempre più diffuso, la distribuzione geografica del lavoro si configura in base al profilo professionale”.


Il caso italiano è molto diverso. Il numero di laureati disoccupati è simile a quello dei diplomati, con l’economia che ristagna“i giovani invece di essere valorizzati vengono frustrati”. Oltre ai problemi più noti, la
mancanza di mobilità sociale (“Rispetto agli Stati Uniti, ma anche a qualche paese del Nord Europa”) e le piaghe tipiche del nostro paese (corruzione, familismo, una politica inadeguata), ci sono altri limiti.“Alla base della nostra crisi c’è una cattiva politica economica, la mancanza di innovazione. Quella che in passato era una nostra forza, la piccola industria familiare, oggi è un freno, in una prospettiva di globalizzazione diventa una debolezza. Ci sono anche limiti oggettivi, ad esempio il fatto che non siamo un paese di lingua anglosassone, quindi non attiriamo capitale umano e ingegni non solo da nazioni come l’India, la Cina, il Pakistan ma anche dall’Irlanda o dal Sudafrica”.

Che fare allora? Sarà decisivopuntare sui giovani, perché“l’innovazione viene dai ventenni, e purtroppo in Italia anche chi ha le idee non riesce a realizzarle”. Siamo un paese divecchi:“Io lo noto anche visivamente quelle due o tre volte l’anno che torno in Italia; e un’economia basata sull’anzianità è costosissima in termini sia personali che economici”.

Non c’è dubbio che il nostro paese avrebbe“per tradizione e cultura tutte le basi per essere uno dei più fiorenti, grazie pure a quella cultura condivisa che è – anche in termini economici – un punto di forza che altri paesi, gli stessi Stati Uniti con il problema razziale, non hanno”. Le ricette sono semplici (Abbassare la pressione fiscale sul lavoro e non sulla casa, un sistema di liberalizzazioni profonde), ma per attuarle deve cambiare la politica.“È necessario avere un moderno centro-destra, non quello primordiale e di buffoni di oggi, e un centro-sinistra meno conservatore. Occorrono delle riforme serie e un patto globale tra lavoro e capitale, come è avvenuto in Inghilterra negli anni Ottanta o nella Germania di Schroeder. Perché il declino dell’Italia è lento e molti ancora non se ne sono accorti del tutto, ma il nostro è un paese che si sta rattrappendo”. Consigli ai giovani il professor Moretti, che dall’Italia è andato via ventenne, non ne vuole dare.“Lasciare l’Italia non significa andare via per sempre, si può ritornare. In diverse discipline l’università italiana non è affatto male, il gap con gli Stati Uniti o con l’Europa del Nord inizia con i dottorati, la ricerca. Ma come ho detto il luogo conta poco: grazie al cielo il mondo è grande. Quel che importa sono le idee”.

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