I conti correnti degli italiani? I più spiati d’Europa: come il Fisco entra nelle nostre vite

Carte-conto

A fronte di un nobile obiettivo, quello di scovare i furbetti dell’evasione fiscale, si fa di tutta un erba un fascio, mettendo sotto stretto controllo i conti correnti di tutti gli italiani. Con un’invasione della privacy mai vista prima d’ora, come spiegato nei dettagli da Enrico De Mita e Salvatore Padula sul Sole 24 Ore, e un triste record: siamo i più spiati d’Europa. Ecco come il Fisco entra nelle nostre vite e quali sono i rischi.

 

Il Fisco italiano dispone di una quantità di dati sulla situazione finanziaria dei contribuenti di gran lunga superiore agli altri maggiori Paesi. Questo gap diventerà ancora più ampio quando, tra qualche mese, andrà a regime il Sid (Sistema di Interscambio Dati), vale a dire la nuova infrastruttura informatica attraverso la quale l’agenzia delle Entrate acquisirà nuove informazioni finanziarie su tutti i contribuenti.

Dalla Francia alla Germania, le amministrazioni fiscali degli altri maggiori Paesi possono attualmente contare sui dati anagrafici dei titolari di rapporti finanziari e, in genere, solo in relazione ad alcune tipologie di contratto (in molti casi, esclusivamente i conti correnti). All’estero, quindi, nessun dato – né sulle consistenze dei rapporti in essere né sul volume complessivo dei movimenti annuali – viene raccolto dalle autorità fiscali. Le amministrazioni, naturalmente, possono accedere a queste informazioni, ma solo seguendo procedure abbastanza rigide (come peraltro è previsto anche dalla normativa italiana sulle indagini finanziarie); procedure che si basano, in genere, sulla richiesta preventiva di un’autorizzazione a organi superiori o alla magistratura. In questo quadro, fanno eccezione gli Stati Uniti, dove da un lato non esiste una vera anagrafe dei conti bancari ma, dall’altro lato, i funzionari dell’Irs – l’equivalente della nostra agenzia delle Entrate – hanno maggiore libertà nel chiedere direttamente a banche e operatori finanziari i dati sui contribuenti.

In Italia la situazione è più articolata. Da tempo esiste l’Anagrafe dei rapporti finanziari, alla quale banche, poste e altri operatori trasmettono periodicamente tutte le informazioni su apertura, variazione e chiusura di qualsiasi rapporto (inclusi i dati sulle operazioni “fuori conto”). Con il decreto «Salva Italia» (n. 201 del 2011), la raccolta di dati è diventata – anzi, diventerà – ancor più massiccia. Banche e intermediari devono infatti trasmettere al Fisco (il primo invio, relativo all’anno 2011, è in corso in queste settimane e si chiuderà il 31 ottobre), non solo i dati identificativi del rapporto, ma anche i saldi a inizio e fine anno, oltre alle movimentazioni totali annuali, distinte tra dare e avere.

Che utilizzo farà il Fisco di questi dati? Al momento, sappiamo, come prevede la legge, che queste informazioni verranno utilizzate dall’amministrazione per “selezionare” i contribuenti a rischio-evasione. In che modo? Anche qui, le norme stabiliscono che dovranno essere create liste selettive dei contribuenti a maggior rischio di evasione. E che criteri e modalità saranno fissati da un futuro provvedimento del direttore dell’agenzia delle Entrate.

Il che suscita più di una perplessità. Proprio il direttore Attilio Befera, alcuni giorni fa, ha parlato di queste misure in termini di «misure straordinarie», dovute al fatto che «un’evasione pari al 21% del Pil, contro il 13-14 della media europea, è un’emergenza e in questa guerra qualcosa va fatto».

Befera ha auspicato che «si possa tornare presto a una normalità di gestione nel rapporto fra contribuenti e fisco», affermazione che lascia presagire un possibile ripensamento delle regole introdotte.

Le dichiarazioni di Befera vengono fatte in un quadro politico e istituzionale che non era quello da noi auspicato prima delle ultime elezioni. Siamo tornati a una situazione dove il Governo, preso da Imu e Iva, non assume nessuna iniziativa in tema di evasione e di funzionalità del sistema e dove il Parlamento procede per conto suo. Sicché tutto resta affidato, esattamente come per il redditometro, alla responsabilità dell’agenzia delle Entrate che viene a tranquillizzare i contribuenti con dichiarazioni di dubbio significato tecnico e politico.

In ogni caso, le frasi di Befera sembrerebbero voler dire che le misure vengono ritenute sufficienti per combattere l’evasione e che quindi si spera con esse di realizzare risultati concreti misurabili. Così saranno proprio i risultati predeterminati a orientare le procedure, che allo stato rimangano però incerte.

Con quale valutazione si può presumere che il monitoraggio dei dati finanziari sia la spia dell’evasione? È evidente come questo sia un aspetto cruciale per dare la necessaria trasparenza all’utilizzo di queste informazioni. E il provvedimento del l’agenzia che fisserà i criteri, dovrà anche soffermarsi sulle possibili interazioni tra questo strumento e altri, in via di definizione (per esempio, il nuovo redditometro). Le questioni aperte, comunque, sono moltissime: cosa accadrà a chi finirà nelle liste di “sospetta” evasione? Ne sarà informato? Riceverà un questionario? Verrà convocato dal l’agenzia per un contraddittorio? Quali giustificazioni dovrà fornire? L’inclusione nelle liste sarà solo l’innesco di un controllo su ulteriori elementi? Il rischio è che gli strumenti “finali” utilizzati dall’amministrazione finiscano per essere ancora l’accertamento induttivo e il concordato o l’accertamento esecutivo.

Il punto è che la lotta all’evasione si fa con un sistema che funzioni, non con la somma di un sistema che non funziona, più uno strumento straordinario che tanti interrogativi sta suscitando. L’incertezza è confermata dalle dichiarazioni, a titolo personale, del presidente della commissione Finanze della Camera, Daniele Capezzone, che ritiene illiberali queste misure e definisce “grande fratello” il potenziamento della possibilità di entrata del Fisco nei conti correnti degli italiani. Le «rassicurazioni esteriori e formali» non escludono un’atmosfera di panico, di paura di “mostri burocratici”, di dubbia trasparenza.

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