Eurozona addio, la verità del Wall Street Journal: “Il 2015 sarà l’anno del brusco risveglio”

Mario Draghi sorpreso dalle Femen: un cattivo presagio per l'Eurozona?

Mario Draghi sorpreso dalle Femen: un cattivo presagio per l’Eurozona?

Simon Nixon, il capo dei commentatori del Wall Street Journal sui temi europei, in uno degli articoli più pessimisti – e forse lucidi – pubblicati in questi giorni, ha dato la mazzata finale all’Eurozona. “Il 2015 sarà l’anno del brusco risveglio”. Ecco l’articolo integrale tradotto in italiano dalla redazione di Infiltrato.it

Il 2014 doveva essere l’anno in cui l’Eurozona sarebbe dovuta uscire dalla crisi del debito e la crescita monetaria avrebbe dovuto portare con sè fiducia e occupazione. Ma non è andata così. L’economia ha mostra una doppia recessione, con una crescita dello 0,8% ancora più debole rispetto alle previsioni di un +1,2% di inizio anno, mentre l’inflazione è vicina allo 0%, sollevando nuovi interrogativi circa la sostenibilità del debito.

Alcuni paesi non più in crisi, tra cui la Spagna e l’Irlanda, hanno raggiunto risultati migliori del previsto, ma le maggiori economie – Germania, Francia e Italia – hanno ottenuto risultati di gran lunga peggiori rispetto alle aspettative.

Le speranze di un imminente programma di governo di acquisto di bond da parte della Banca centrale europea hanno contribuito a ridurre i costi di finanziamento per molti paesi, creando l’illusione di calma. Ma l’Eurozona è molto più a rischio ora che in passato: nei confronti del dollaro l’euro è sceso al livello più basso da nove anni a questa parte.

Cosa ha determinato questa situazione drammatica? Sono tre i principali fattori.

Il primo è stato l’impatto del rallentamento della crescita in Cina e in altri mercati emergenti; il secondo è stato l’impatto della crisi Ucraina e le sanzioni imposte in Russia, che ha rallentato in particolar modo l’economia tedesca.

Su questi shock – che eserciteranno un freno alla crescita anche nel 2015 – l’Eurozona ha avuto poco controllo, anche se l’impatto del calo della domanda dei mercati emergenti può ancora essere in parte compensato dalla spinta stimolante dal calo dei prezzi del petrolio e delle materie prime.

Ma il terzo fattore non è esterno bensì radicato “in casa”. Ostacoli strutturali hanno continuato a impedire il riequilibrio di molte economie, soprattutto in Europa meridionale, impedendo riforme su capitale e lavoro affinchè vengano impiegati in modo più produttivo. La rigidità sui mercati del lavoro e dei prodotti rigidi ha reso difficile per le imprese l’adattamento al nuovo contesto economico e ha scoraggiato nuovi investimenti.

Fondamentalmente, i regimi di insolvenza deboli e i sistemi giudiziari inefficienti hanno impedito la ristrutturazione dei debiti del settore privato, indispensabile per consentire alle banche di lavorare attraverso i loro vasti portafogli di crediti in sofferenza. Nel frattempo, gli alti livelli di tasse, corruzione, burocrazia e la tutela degli interessi acquisiti continuano a scoraggiare la fornitura del nuovo capitale proprio nel momento in cui l’Eurozona ha urgente bisogno di finanziare un nuovo ciclo di crescita.

La rimozione di questi ostacoli strutturali è fondamentale non solo per la crescita della zona euro, ma anche per la sua redditività a lungo termine, un punto affrontato anche dal presidente della Bce Mario Draghi in un recente discorso. In un’unione monetaria priva di trasferimenti fiscali automatici, gli Stati membri che non hanno la capacità per riequilibrare – in modo rapido ed efficiente – la loro economia sono meno in grado di assorbire gli shock. 

Tuttavia la portata delle riforme necessarie in alcuni paesi per attivare questo riequilibrio ammonta a una rivoluzione culturale, simile alla campagna della Chiesa cattolica medievale per spazzare via la corruzione e gli abusi. Ed è proprio il raggiungimento di tale riforma a rappresentare l’ostacolo più duro da sormontare, rispetto alle previsioni di molti analisti.

Chiari segni di “stanchezza da riforme” sono emersi in Spagna, Portogallo e Grecia, mentre in Francia e in Italia i programmi di riforma anche relativamente modesti sono stati annacquati a fronte di una forte opposizione.

Perché la riforma si sta dimostrando così difficile?

Naturalmente, gran parte del problema risiede nelle strutture politiche, che sono deboli: anche governi determinati sono stati costretti a dure lotte contro lobbies ben organizzate e ben finanziate quali gli interessi corporativi di burocrati, sindacati, magistratura e imprese. Ma un fattore cruciale è stato il contesto politico in cui i riformatori hanno dovuto operare. L’Eurozona è sempre più paralizzata da un dibattito sterile, incentrato su un supposto conflitto fra austerità e crescita.

Coloro che sostengono che i problemi fondamentali della zona euro siano strutturali sono di fronte a una semplicistica analisi keynesiana che contiene però il vero problema dell’UE, vale a dire la mancanza di stimolo fiscale e monetario: le sfide dell’Eurozona riguardano aspetti macroeconomici e riflettono la mancanza di domanda anzichè impedimenti all’offerta. Ma le politiche per eliminare spese inutili, migliorare l’efficienza, migliorare la produttività e aumentare il potenziale di crescita sono liquidate come austerità.

La bandiera anti- austerità è diventata un vessillo per la resistenza verso ogni riforma, riducendo lo spazio politico dei governi per affrontare i problemi strutturali. I partiti della sinistra radicale si alimentano nella convinzione ingenua che se la Germania sapesse riparare i ponti o se si potessero costruire più strade o se la BCE intraprendesse una politica di quantitative easing (l’acquisto di titoli di Stato di Paesi dell’Eurozona per scadenze fino a 3 anni , ndr) allora i governi non avrebbero bisogno di tagli alla spesa o di riforme.

È proprio questo divario ideologico che ora minaccia di strappare la zona euro.

Non importa che gli stessi problemi strutturali che impediscono gli investimenti interni rendono altresì difficile per l’Unione europea l’individuazione e la realizzazione di progetti di crescita.

Questo scontro ideologico può deflagrare nel 2015.

E il primo punto di rottura è in Grecia.

In realtà, il rischio della Grecia può essere sottovalutato, data la debole posizione politica e finanziaria del paese e il disinteresse del partito radicale di sinistra, guidato da Tsipras, nel mantenere la Grecia nella zona euro. 

Ma potenzialmente possono emergere altrove minacce più preoccupanti per la stabilità: i governi di Francia e Italia, che sono deboli, non possono essere in grado di resistere alla marea ideologica; e in Spagna e Portogallo le elezioni del 2015 possono portare i partiti anti-austerità al Governo.

La zona euro non ha alcuna capacità di costringere gli Stati membri a intraprendere la via del riformismo virtuoso, anche quando la sua stessa sopravvivenza è in gioco. Questo rimane il suo punto più debole.

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