Economia al collasso, l’Italia rischia grosso. Ma Pd e Pdl pensano all’Iva. Ennesimo rinvio

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Dopo la minaccia di dimissioni il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha lanciato i sei punti principali della sua azione di governo. Rispondendo ai partiti che promettono di spendere soldi inesistenti. Dopo che Pd e Pdl hanno trovato l’ennesimo accordo sul rinvio dell’aumento dell’Iva dal 21 al 22% previsto dal primo ottobre. Un miliardo di euro che il Governo Letta dice di non sapere dove prendere, ma che noi abbiamo certificato, potrebbero prenderlo dal fondo unico di Giustizia derivante dai beni confiscati alla mafia.

 

Saccomanni aveva parlato chiaro e lo aveva fatto al Corriere della Sera: “Io non mi metto alla disperata ricerca di un miliardo se poi a febbraio si va a votare”.

L’ordine di Napolitano però è tutt’altro. Perché ancora una volta ha sostenuto che la politica deve procedere “senza incertezze e tantomeno rotture, nel compiere le azioni necessarie”. Saccomanni però risponde: “Gli italiani meritano di sapere come stanno le cose e non soltanto slogan di carattere propagandistico”. E sono scritte, come riporta il Fatto Quotidiano, nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanzapubblicata sul sito del Tesoro.

Al primo punto emerge che l’economia è meno disastrosa di qualche mese fa ma che la ripresa è una debole illusione. Il Pil nel 2013 scende almeno del 1,7% . E la previsione del governo per il 2014 è di + 1%. Tutti gli istituti economici internazionali (tranne il Ref) si aspettano meno, il consensus (cioè l’orientamento degli analisti) è 0,5. Pil più basso implica un rapporto con il deficit più elevato e dunque il rischio di nuove manovre. E il governo, a parte il miliardo per l’Iva nel 2013, si è già preso impegni che valgono 12 miliardi di euro. Quasi tutti da trovare.

Al secondo viene fuori che Il debito dell’Italia inoltre è molto alto. Siamo al 132% sul Pil e paga interessi elevati. I passivi che lo Stato dovrà sborsare nei prossimi anni sono questi: 83,9 miliardi nel 2013, 86 nel 2014, 88,8 nel 2015, 91,8 nel 2016. Cifre che si basano sull’ipotesi che lo spread continui a scendere. E vada a 200 nel 2014, a 150 nel 2015 e a 100 nel 2016. Oggi è a 234. Se non comincia ad abbassarsi subito, il conto finale sarà ancora più elevato.

Certo è che la terza cosa che sottolinea il documento è che l’Europa costa cara anche per colpa dei tedeschi. Infatti la linea della Germania sulla gestione dei Paesi in crisi ha fatto lievitare il nostro debito pubblico al di là delle nostre colpe. La Bce non poteva intervenire, Berlino non voleva, e i singoli Stati hanno prestato miliardi ai due fondi europei di emergenza. Tra il 2011 e il 2012, l’Italia ha versato 50 miliardi di euro e nel 2013 altri 5,8. Quasi 60 miliardi per costruire uno strumento da cui l’Italia non ha ricevuto un centesimo.

Il quarto caposaldo è chiaro: tagliare la spesa è praticamente impossibile. E Saccomanni ha cercato di dirlo sin dalla prima intervista da ministro. In questo anno sarà di 714,3 miliardi, 723,7 nel 2014, 726 nel 2015 e 739 nel 2016. Al massimo si riesce a frenare l’aumento, ma senza riforme molto profonde che riducano il perimetro dell’azione dello Stato è illusorio sperare di finanziarie politiche costose con limature alla spesa.

La quinta cosa sicura è che, purtroppo per gli italiani, il rigore continua. Anche se per ora pochi parlamentari ne sembrano consapevoli. L’Italia ha dato il via libera alle nuove regole di bilancio europee che prevedono, tra l’altro, il bilancio pubblico in pareggio (deficit strutturale, che non considera gli effetti della crisi, pari a zero, deficit nominale sotto il 3 per cento), e una riduzione ogni anno del 5 per cento della parte di debito che supera il 60 per cento del Pil. Secondo il Tesoro l’Italia non è in regola fino al 2015, ma soltanto perché le tasse continueranno a essere altissime, con unapressione fiscale attorno al 44 per cento.

Ultimo punto ma forse più importante: bisogna risparmiare soldi per darli alle banche. Le sofferenze, infatti, sono arrivate a 138 miliardi di euro. Le grandi banche sono fragili, hanno bisogno di soldi (Mps cerca 2,5 miliardi) e non ci sono azionisti italiani disposti a metterceli. Finora l’Italia è uno dei Paesi europei che ha dato meno soldi al sistema creditizio, ma adesso i timori stanno aumentando. E lo Stato deve essere pronto a intervenire, come dimostra l’annuncio della rivalutazione delle quote della Banca d’Italia. 

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