Ecco come le élites italiane hanno iniziato una “guerra” contro Berlino e l’euro

le elites italiane contro leuro e la germania

Piazza e salotto sono sempre più vicine. Ma dimenticano i rapporti economici fra Italia e Germania.

 

Il cambio di passo c’è stato. Dalle piazze ai salotti buoni, il sentimento contro l’euro e contro la Germania ha fatto il salto definitivo. Da tema relegato perlopiù sui social media e sui programmi televisivi di nicchia è diventato uno dei principali argomenti di discussione delle élites italiane. Accademici, scienziati, capitani d’impresa, figure istituzionali: ormai i toni sono sempre più simili a quelli che usa la piazza. Il risultato è un opinione, in prevalenza distorta e senza fondamenti economici, che è destinata a incrementare nei mesi a venire.

L’equilibrio e la pacatezza erano uno dei suoi marchi di fabbrica. Eppure, qualcosa deve essere cambiato negli ultimi mesi. Piero Ostellino, politologo ed editorialista di punta del Corriere della Sera, ha rilasciato un’intervista di fuoco al Sussidiario. In uno dei passaggi più caldi, Ostellino ha accusato la Germania e la politica del suo cancelliere, Angela Merkel: «La Merkel sta realizzando in modo apparentemente pacifico il progetto hitleriano, la cui idea di fondo è che la Germania si arricchisca alle nostre spalle mentre noi ci impoveriamo». Parole pesanti, inconsuete per una figura come Ostellino. Secondo l’ex direttore del Corriere, «l’Italia è il punto più debole dell’Ue, e come diceva Machiavelli la politica si fa con i rapporti di forza». E’ per questo motivo che Roma «si deve adeguare a quanto afferma la signora Merkel». La conseguenza, conclude Ostellino, è che «il cancelliere fa gli interessi della Germania, che nel frattempo esporta e si arricchisce, mentre l’Italia non esporta e si impoverisce». Concetti che stanno entrando, tristemente, nella dialettica comune, ma che possono portare a un’esasperazione tanto pericolosa quanto diplomaticamente viziosa.

Nei giorni più oscuri della crisi dell’eurozona, nell’autunno di due anni fa, l’Italia era sul punto di chiedere un sostegno finanziario al Fondo monetario internazionale (Fmi). La credibilità perduta, l’innalzamento dei rendimenti dei titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari, l’instabilità politica, i dubbi sulla politica fiscale e le mancate riforme strutturali stavano portando il Paese sul punto di non ritorno. Ma era colpa della Germania? No. Anzi. La posizione di Berlino nei confronti di Roma è sempre stata chiara: uscire dall’eurozona non conviene a nessuno dei due. Secondo i dati dell’ambasciata tedesca a Roma, i rapporti economici fra i due Paesi erano e sono fitti. Nel 2012 il 12,5% delle esportazioni italiane è stato diretto verso la Germania, in aumento rispetto all’anno precedente, mentre il 14,6% delle importazioni complessive è giunto dal Paese guidato da Angela Merkel. Sempre nel 2012, l’ultimo anno per il quale esistono statistiche consolidate, la Germania ha registrato, nei rapporti con l’Italia, un avanzo della bilancia commerciale di circa 6,5 miliardi di euro. Non solo. La Germania nel 2011 è stato il quarto Paese al mondo per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri in Italia, 26,3 miliardi di euro secondo i calcoli della Banca d’Italia. Il tutto senza dimenticare gli oltre 11 milioni di turisti tedeschi che ogni anno vengono in Italia, come ricorda sempre l’ambasciata di Roma. Quale sarebbe quindi l’utilità marginale per la Germania di affamare un partner come l’Italia?

La linea tenuta da Ostellino ha preso piede nei salotti accademici milanesi e romani nella primavera verso la fine dell’estate 2011. Erano i tempi della lettera della Banca centrale europea (Bce). Fra i principali promotori di questo sentimento anti-tedesco e aspramente critico verso l’euro ci fu l’economista Paolo Savona, ex ministro e presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Fu Savona uno dei primi a spiegare che l’Italia sarebbe dovuta uscire dall’eurozona per rilanciare la propria economia. E lentamente, questa idea ha preso piede. A oggi, nei salotti buoni è più facile trovare qualcuno che sia contro Berlino che qualcuno che sia a favore. Un sentimento tanto pericoloso quanto poco intellettualmente corretto che però è il frutto di due aspetti che sono fortemente correlati l’uno con l’altro.

Ostellino ha ragione quando parla di classe politica scadente, incapace di instaurare rapporti paritari con i partner europei. Ma nemmeno questo è un problema della Germania. Semmai, dell’Italia e della relativa incapacità al rinnovamento. Qual è stato il punto di svolta di Berlino? Fra il 2002 e il 2003, quando arrivarono le grandi riforme strutturali, che hanno permesso, a distanza di dieci anni, di avere una posizione economica assai più virtuosa di quella di Roma. La memoria delle presunte élites italiane è forse quindi troppo corta, o semplicemente distorta dai sentimenti, più meschini e irrazionali che altro, che hanno portato a trovare nella Germania, nell’Europa e nell’euro i capri espiatori per le lacune italiane. Mancano diversi mesi prima delle elezioni europee.

Previste per il maggio del prossimo anno, saranno il campo di battaglia per una classe dirigente che, pur di mantenere diritti acquisiti che stanno scomparendo, attaccherà su più fronti tutto ciò in cui hanno creduto fino a pochi mesi fa. Che sia la frustrazione per una Germania che trotta mentre noi continuiamo a gattonare, o che sia il malanimo per una moneta unica di cui non abbiamo saputo cogliere il potenziale e non ne scorgiamo i vantaggi, poco cambia. Piazza e salotto hanno trovato un punto di accordo destinato a diventare sempre più ampio. In pochi ci avrebbero scommesso qualcosa.

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