Crimea, la guerra Usa-Russia rischia di far affondare i mercati italiani

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L’azionariato di Unicredit e le pressioni per sostituire Scaroni con un manager più filoamericano, svelate da Linkiesta.

 

La guerra economica, tra Stati Uniti e Russia è già scoppiata e passa anche attraverso Unicredit. Venerdì scorso BlackRock, il fondo americano che gestisce qualcosa come 2.800 miliardi di euro, è diventato il primo azionista della banca italiana con il 5,24% superando così Aabar, il fondo sovrano di Abu Dhabi, ma anche Pamplona, un veicolo finanziario anglo-lussemburghese che fa capo all’oligarca Alex Knastere al suo mentore Mikhail Fridman, plutocrate potentissimo, uno degli uomini più ricchi della Russia che possiede Alfa Bank, la prima banca privata e soprattutto vicinissimo a Putin.

Coincidenze, pure fantasie? BlackRock ha agito in base a un mero calcolo di convenienze, in Italia è già fortissimo in Telecom o in Banca Intesa e l’aumento della quota in Unicredit fa parte di un nuovo interesse verso un paese dove gli asset sono a buon mercato e qualcosa comincia finalmente a muoversi. D’accordo, ma è ingenuo non credere che il grande capitale, questo ectoplasma, come lo chiamava la economista Joan Robinson, che gira per il mondo, non si muova anche in seguito a impulsi geopolitici. Lo dimostra, del resto, quel che accade proprio in questi giorni.

Una massa ingente di denaro ha cominciato a spostarsi dalla City. IlFinancial Times parla di un grande flusso in rientro verso Mosca e passa attraverso le banche di stato come Sberbank e VTB o i colossi energetici come Lukoil. La Federal Reserve di New York che vigila su Wall Street, ha registrato una caduta di 105 miliardi di dollari investiti in titoli di stato americani da parte di operatori stranieri non identificati, ma identificabili in istituzioni che fanno capo alla Russia. La maggior parte degli operatori, insomma, hanno cominciato a comportarsi come se le sanzioni fossero già in opera, anche se non sono state ancora decise.

Follia finanziaria? Effetto gregge? Forse, ma il capitale spesso anticipa le decisioni politiche, anche se in questo caso c’è da immaginare che sia la politica a guidare le mosse del capitale. Putin prima di muovere l’esercito, sta richiamando le truppe economiche con le quali ha già penetrato il cuore dell’Europa. Sa bene di essere egli stesso vulnerabile: il crollo dei titoli ha già provocato pesanti perdite, secondo le stime ufficiose, circa 6,6 miliardi di euro in capo ai dieci principali miliardari. Un bagno di sangue arriverà quando scatterà la lista nera dei plutocrati compilata dagli americani, con lo stesso stile di quella che riguardava i finanziatori di Al Qaeda dopo l’11 settembre.

Ma siamo sicuri che le sanzioni funzioneranno? Le esperienze di altri paesi (come ad esempio l’Iran) mostrano che la loro efficacia politica è debole. Questa volta, poi, c’è un fattore in più: iraniani, iracheni, sudafricani, erano tutto sommato marginali nell’economia mondiale, nessuno era così integrato come è diventata, invece, la Russia soprattutto nell’era Putin è entrata nella globalizzazione. A differenza dalla Cina, energia e finanza sono i suoi due veicoli principali, ma ognuno usa quel che ha: la forza lavoro è il fattore che ha dato ai cinesi il vantaggio competitivo; i russi, invece, hanno gli idrocarburi. Entrambi sanno che né l’uno né l’altro dureranno in eterno, dunque non perdono tempo a usare nel modo più efficace e spregiudicato la loro leva.

La crisi ucraina ha messo in evidenza quanto sia dipendente l’Europa dal flusso di gas che ogni giorno arriva dall’immenso territorio russo: 183 milioni di metri cubi al giorno da North Stream attraverso la Germania e Yamal attraverso la Polonia e 106 milioni via Ucraina. Il gas usato nei paesi Baltici in Finlandia e in Svezia viene dalla Russia; nella scala della dipendenza seguono i paesi dell’est, la Germania il Belgio, l’Olanda, l’Italia e la Francia. Il potere di ricatto, dunque, è davvero enorme.

Gli Stati Uniti hanno promesso di sostituire la Russia, ma possono portare solo gas liquefatto con le navi e il primo impianto entrerà in funzione l’anno prossimo. In ogni caso, è un’illusione pensare che il gas americano possa rimpiazzare quello russo. L’Italia ha un gasdotto con l’Algeria, da tempo avrebbe dovuto essere raddoppiato, ma la politica energetica in tutti questi anni ha puntato verso est. Il rapporto preferenziale con Gazprom passa attraverso l’Eni, ma non si tratta solo di una scelta aziendale né solo economica, fa parte di una strategia più ad ampio raggio che ha puntato sulla Russia come partner importante. L’Italia è il quinto partner in assoluto. I gruppi italiani impegnati in grandi progetti sono molti, dalla Case New Holland (Fiat) a Cremonini, da Finmeccanica a Unicredit e Banca Intesa.

Ma attenzione, non ci sono solo materie prime e prodotti manifatturieri: il legame con l’Occidente passa in modo particolare attraverso i capitali. La City di Londra è il terreno di caccia degli oligarchi: l’industria finanziaria inglese è ormai permeata di rubli riciclati in dollari e sterline. La plutocrazia che ha sostituto la classe dirigente comunista prima con Eltsin e poi in modo ben più strutturato con Putin, ha comperato le case a Kensington e Chelsea là dove imperavano gli sceicchi dopo la manna petrolifera degli anni ’70. Poi sono scesi a Parigi e a Milano, mete soprattutto per il lusso. E, dopo gli anni dello sciupio e del facile bengodi, sono entrati anche nel capitale di banche e imprese industriali. Proprio l’Italia è diventata un porto importante e, finora, sicuro: dall’acciaio dei Lucchini al consiglio di amministrazione di Unicredit.

Dalla finanza alla cultura il passo è meno lungo di quanto si pensi: Fridman, grande appassionato di opera italiana, è diventato uno dei maggiori frequentatori e sostenitori del Rossini Opera festival che ogni anno a Pesaro mette in scena le opere del grande compositore, con una qualità artistica e un’accuratezza filologica di primissimo ordine. Perché la relazione dei russi con l’Europa, o meglio con il resto d’Europa e con l’Italia in modo particolare, è davvero profondo e su molti piani. Un rapporto non tra mondi diversi che si incontrano come potrebbe essere con la Cina, ma tra due pianeti della stessa galassia.

Una rottura profonda con la Russia in questo momento appare poco probabile, al di là dell’immediata reazione al prepotente comportamento di Putin. In caso contrario, le conseguenze sull’Italia sarebbero molto pesanti. L’Eni, naturalmente, è la prima compagnia nel mirino. Si sa che gli Stati Uniti non hanno mai amato la sua Ostpolitik condotta per proprio conto o per conto di Silvio Berlusconi. Adesso cercheranno di fargliela pagare. Un conflitto con la Russia aumenterà le pressioni di Washington sul governo di Roma per avere un gruppo petrolifero “riallineato” a cominciare dagli uomini che lo guidano.

Il mese prossimo scade Paolo Scaroni, già al suo terzo mandato, e Matteo Renzi sente il fiato sul collo. Il presidente del consiglio italiano vedrebbe bene un manager come Vittorio Colao che oggi guida il gruppo britannico Vodafone e ha ottimi rapporti con il milieu americano degli affari. Alcune precise avances sarebbero state già avviate. Scaroni ha detto di essere pronto a un nuovo mandato, anche se alcuni vicini al dossier ritengono che sia un modo per trattare una uscita adeguata a un manager che, in ogni caso, in tutti questi anni ha riempito l’azionista Tesoro di dividendi e ha garantito la sicurezza degli approvvigionamenti energetici al paese. Resta aperto un grande progetto strategico, il gasdotto South Stream attraverso il Mar Nero che dovrebbe entrare in funzione nel primo tratto già l’anno prossimo.

Prima di Scaroni, l’Eni seguiva una strategia diversa. Nel 2000 l’allora amministratore delegato Vittorio Mincato, sospettoso di Mosca e più propenso a un forte posizionamento nel mondo islamico, aveva avversato una svolta filo-russa, al punto da rifiutare una joint-venture con Rosneft. Anche le nomine nelle aziende di stato, dunque, non sono un affare italiano, perché il teatrino della politica s’è allargato all’arena globale: non è la prima volta, ma non era mai accaduto nel bel mezzo di una crisi tanto acuta, con l’eccezione dell’11 settembre 2001 che aveva scosso le relazioni economiche italiane con il mondo arabo (Irak e Iran compresi).

Nel petrolio, come abbiamo visto, l’Italia non è sola. Anche la Gran Bretagna non dipendente dal gas russo, ha stretto legami forti attraverso BP che ha realizzato il matrimonio con Rosneft rifiutato dall’Eni.

Del resto, il bacino del mar Caspio e la Siberia nascondono immense riserve che i russi da soli non sono in grado di sfruttarle.

Le risorse naturali russe offrono una occasione di investimenti i più diversi: le gigantesche estensioni di foreste forniscono la cellulosa alla Cina (Unicredit con la sua banca moscovita ha investito anche in questo business).

È possibile pensare a una cortina di ferro economica? O a uno spostamento strutturale delle correnti mercatili e finanziarie russe verso la Cina? L’ipotesi di una Russia che da euroasiatica diventa tutta asiatica non è realistica. Sulla carta sarebbe davvero fortissima, rispetto al passato, infatti, oggi abbiamo una Cina grande potenza economica e una Russia ancora potenza militare (atomica soprattutto). Ma tra i due paesi ci sono alleanze tattiche, non esiste un comune interesse strategico. Pechino teme la dipendenza dalle risorse naturali russe, Mosca teme la forza industriale cinese. L’una e l’altra però, hanno ancora una debolezza in quel che, oggi più che mai, segna il destino di grande potenza: la tecnologia.

Senza high tech occidentale entrambi i paesi sono destinati a piombare nel sottosviluppo. La Cina lo sa bene e il gruppo dirigente del partito comunista si è dato per questo decennio priorità strategiche complesse: la nuova modernizzazione è interna e di carattere sociale, mentre stanno venendo alla luce le debolezze dello sviluppo frenetico dello scorso ventennio.

Certo, non ha intenzione di cambiarlo per la Crimea o per l’Ucraina; tanto meno per la hybris di Putin. Questa è la vera arma che gli Stati Uniti hanno in mano, questa è la leva grazie alla quale possono far tornare Putin a più miti consigli. Poi resta l’incognita maggiore: riusciremo finalmente a trovare una politica di lungo periodo con la Russia come è stata trovata con la Cina? Ci vorrebbe un nuovo Kissinger o, perché no, un nuovo Metternich.

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