Credit Crunch. Le banche, salvate dal Governo, non prestano più soldi a imprese e famiglie

le banche non prestano più denaro a famiglie e imprese

Lo svela il report dell’Abi nella parte per i soli associati: si impiega solo quel che si raccoglie.

 

Prevediamo di non prestare denaro a famiglie e imprese fino al 2015. Firmato: le banche italiane. È quanto svela, in estrema sintesi, il rapporto AFO – Abi financial outlook 2012-2015 dell’associazione che riunisce gli istituti di credito nazionali, documento uscito lo scorso dicembre e rappresentativo di 40 banche. Nella parte della ricerca diffusa ai soli abbonati (il report accessibile a tutti si trova cliccando qui ma si ferma “strategicamente” a pagina 32), si legge a chiare lettere: «[…] Nel medio periodo la crescita degli impieghi dovrà essere inferiore alla raccolta dei residenti, e la dimensione di tale scarto sarà legata al livello obiettivo di funding gap da perseguire e anche al lasso temporale entro cui si vorrà raggiungere tale livello obiettivo».

Traduzione: prima si raccoglie, poi – eventualmente – si presta. Spiega ancora l’Abi: «Se fino a ieri contava soprattutto la gestione dell’attivo e il passivo era ritenuto funzionale ad un adeguato, e tutto sommato piuttosto semplice, finanziamento delle strategie di espansione degli impieghi, oggi sembra essere giunti ad un modello in cui è necessario dapprima trovare le risorse da impiegare e poi pensare al modo più redditizio e efficiente di investirle». In altri termini, lo sviluppo dell’attività bancaria sarà «più correlato alle condizioni di risparmio del Paese».

Questo “cambiamento di paradigma” sta creando non pochi scompensi. In una noticina è la stessa Abi a riconoscere che «se le banche italiane volessero ritornare alla posizione netta di liquidità verso la Bce pre-Ltro (le due aste di finanziamento all’1% messe in piedi a fine 2011 e inizio 2012, ndr) sarebbero necessari attualmente fondi per poco meno di 90 miliardi di euro».

Il bello viene però nelle righe successive, in cui Abi calcola che se cominciassero a vendere Btp per tornare al rapporto tra titoli di Stato e impieghi del 2011 «le banche disporrebbero di risorse per 205 miliardi di euro, cifra ampiamente superiore a quanto necessario a riequilibrare il rapporto con la Bce», visto che complessivamente i fondi presi a prestito dal sistema bancario hanno toccato i 259 miliardi. Nessuno, per ora, si è posto ancora il problema: per quanto di meno che in passato, con il Btp si guadagna ancora.

Stando ai calcoli di Kpmg sui conti 2011 degli istituti italiani, gli impieghi complessivi hanno toccato i 1.662 miliardi di euro: i 210 miliardi di titoli di Stato rappresentavano dunque 12% circa del totale. Nel 2012 gli impieghi sono rimasti sostanzialmente invariati, al contrario delle obbligazioni del Tesoro, salite a 331 miliardi, ovvero al 20% degli impieghi. Non solo: guardando l’ultimo Supplemento Statistico al Bollettino della Banca d’Italia nella sezione “Moneta e banche”(clicca qui e vai a pagina 34), lo scorso novembre i Btp si sono assestati a 403 miliardi. Un aumento del 108% rispetto al 2010, che ha ben rimpinguato i bilanci attraverso il “carry trade” ma – come è noto – non si è trasferito all’economia reale.

E non lo farà in futuro, se come detto la crescita sarà inferiore alla «raccolta dei residenti». Secondo i numeri forniti dalla lobby guidata da Antonio Patuelli nel bollettino di dicembre, a novembre 2013 l’ammontare dei prestiti alla clientela erogati dalle banche operanti in Italia si è assestato a 1.851 miliardi, superiore rispetto alla raccolta (1.736 miliardi).

Insomma, niente credit crunch. Peccato però che i numeri esprimano il valore assoluto dello stock: escluse le obbligazioni, la raccolta è cresciuta del 5,7% sul novembre 2012, mentre gli impieghi al settore privato si sono contratti del 4,2% e quelli alle famiglie del 4 per cento. Il cambiamento di paradigma è dunque già storia. Focalizzarsi sulle capacità di finanziamento domestiche non è però una passeggiata: a gennaio scorso l’inflazione tendenziale è salita solo dello 0,7%, rispetto al 2% di gennaio 2013 rispetto allo stesso periodo del 2012.

E lo spettro della deflazione comincia a materializzarsi: il Barometro Crif sulla domanda di credito delle famiglie evidenzia -4,7% per i prestiti e -3,6% per i mutui 2013 sul 2012. Fortunatamente, per utilizzare la metafora di Giovanni Bazoli, presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, il cavallo ha ricominciato a bere: le domande di finanziamento delle imprese segnano +1,7% anno su anno ma +5,6% a dicembre 2013 sui dodici mesi precedenti.

L’acqua, tuttavia, rimarrà esigua fino a quando la Bce completerà la radiografia sui conti degli istituti di credito e gli stress test. Non a caso Unicredit da inizio anno ha ceduto 1,6 miliardi di crediti dubbi e sta valutando – secondo quanto risulta a Linkiesta– se impacchettare in un Spv (special purpose vehicle, ndr) fuori bilancio l’insieme dei prestiti concessi ai clienti classificati come “alfa”, cioè cattivi pagatori. In altri termini se creare una bad bank come Intesa Sanpaolo, anch’essa al lavoro su questo fronte come ha svelato il Financial Times.

Escludendo istituti nell’occhio del ciclone come il Monte dei Paschi o la Popolare di Milano e prendendo i consolidati 2011 e 2012, e i conti ai 9 mesi 2013 di Intesa, Ubi e Bper, da tre anni fa a questa parte gli impieghi hanno iniziato a sgonfiarsi rispetto alla raccolta.

La balcanizzazione del sistema finanziario europeo è ancora senza soluzione, e lo sarà fino a quando regole e procedure saranno armonizzate. Nel frattempo le banche italiane scoprono l’autarchia, e puntano a finanziarsi basandosi soltanto sulle proprie forze.

Per aumentare la raccolta in tempi di “rallentamento dell’inflazione”, per dirla politically correct, gli istituti hanno due strade: abbassare i tassi e spingere sulla leva delle offerte commerciali. Comunque vada, il credit crunch non finirà tanto presto.

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