Bankitalia passa nelle mani dell’Europa. Per L’Italia significa strada senza uscita (dall’euro)

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Il modello public company, nonostante la grande crisi del 2008 che ha messo in rilievo i punti deboli del capitalismo anglosassone, mantiene un certo fascino. Così il nuovo assetto azionario della Banca d’Italia, approvato nei giorni scorsi, è passato finora senza troppe obiezioni se non per alcune dichiarazioni ostili di esponenti della politica, di destra come di sinistra.

 

 

In realtà si tratta di una decisione che merita ben altri approfondimenti e che ha una valenza di gran lunga più importante rispetto alle due conseguenze immediate: la possibilità del governo di fare cassa tassando le plusvalenze delle banche azioniste che venderanno le quote superiori al 5 per cento del capitale e gli effetti positivi sul patrimonio delle stesse grazie alla rivalutazione del valore di Bankitalia (da livelli irrisori fino a 7,5 miliardi, che però sono stati calcolati senza tenere conto delle riserve auree, che valgono almeno 100 miliardi di euro).

Il nodo vero delle nuove regole, attualmente al vaglio della Banca centrale europea, è l’apertura alla partecipazione nel capitale di banche, fondazioni, assicurazioni, enti, istituti di previdenza, inclusi fondi pensioni. Anche europei. Le quote, come è scritto nella presentazione del provvedimento, dovranno essere «facilmente trasferibili e in grado di attirare potenziali acquirenti».

È facile prevedere, di conseguenza, che una parte significativa del capitale di Bankitalia, magari in tempi brevi e perfino la maggioranza delle azioni, possa risultare controllato, per esempio, da azionisti tedeschi o francesi. Non è un cambiamento di poco conto, che avrebbe meritato l’approvazione con legge piuttosto che un decreto insieme alle regole sulla seconda rata dell’Imu e la vendita d’immobili.

Anche perché segna una strada senza ritorno: la scelta europea, in quanto è difficile immaginare l’uscita dall’euro con un sistema Paese che non controlla più neppure la Banca d’Italia. C’era un’alternativa? Sì. E tutto sommato facile da percorrere: il buyback di tutte le azioni proprie di Bankitalia, utilizzando le riserve del patrimonio netto, che ammonta a circa 23 miliardi .

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