Banche, con le nuove regole sarà più facile rischiare. Con i soldi degli investitori però

banche italiane protette dal governo

Arrivano nuove garanzie sui derivati per gli istituti italiani. Ma i rischi sono tanti. Forse troppi.

 

C’è una nuova possibile grana per l’Europa che riguarda le banche italiane. La decisione, contenuta in un Decreto legge collegato nella Legge di stabilità, di fornire una garanzia bilaterale per gestire i rischi derivanti da operazioni in derivati rischia di far impensierire tanto la Commissione Ue quanto la Banca centrale europea. La garanzia infatti se da un lato può agevolare la vendita di parte dei titoli di Stato italiani detenuti in portafoglio dalle banche italiane, dall’altro può essere un rischio per la stabilità in caso di nuove tensioni.

La scelta del Governo italiano era prevedibile. Il motivo è da ricercare in ciò che successe nei giorni neri dello spread, quando cioè il differenziale di rendimento fra Btp decennali e Bund tedeschi di pari entità era oltre quota 500 punti base. Le aste primarie dei bond governativi italiani rischiavano di andare deserti per via della scarsa fiducia delle banche straniere. Pertanto fu provvidenziale il supporto degli istituti di credito italiani, che foraggiarono il Tesoro. Quindi, l’Italia. Il tutto con l’aiuto della Bce che, tramite il lancio di due Long-term refinancing operation (operazioni di rifinanziamento a lungo termine, o Ltro), ha fornito la liquidità necessaria per completare gli acquisti dei Btp. In quel periodo, come ricordato dai dati Bloomberg, la domanda degli esteri alle aste di titoli di Stato arrivò a essere sotto quota 30% in alcuni casi. Troppo difficile collocarli, troppo rischioso spostare un’asta. La soluzione trovata con le banche italiane fu l’unica possibile.

Ora che il peggio è passato, occorre modificare quello che è diventato un peso. Il rischio di convertibilità dell’euro, sebbene in certi casi sia ancora presente, si è ridotto in modo significativo. E non c’è più bisogno che le banche italiane si accollino ancora questo fardello. Potranno quindi aggirare le regole di Basilea III, che richiedono un minimo di capitale per le operazioni in derivatiIl rischio di controparte? In mano alle banche, ovviamente. Così facendo, invece, il rischio di controparte va alla Repubblica italiana, presso la quale gli istituti di credito depositeranno una somma a garanzia – ecco perché sarà una garanzia bilaterale – presso la tesoreria dello Stato. Dopodiché potranno completare operazioni in derivati, anche su bond governativi, con una facilità maggiore. Allo stesso modo saranno agevolate le vendite di Btp e Bot. Anche perché l’autarchia che sostenne l’Italia fra ottobre 2011 e aprile 2012 si è tramutata in un boomerang difficile da gestire. I bilanci di UniCredit e Intesa Sanpaolo, ma anche degli altri attori del sistema bancario italiano, sono carichi di bond governativi italiani e la loro gestione è diventata difficile. Meglio quindi svincolarsi e pensare ad altri tipi di investimenti, ma non solo.

La possibile vendita di parte dei bond può aiutare le banche a fornire finanziamenti alle imprese in modo da agganciare la tiepida ripresa che si sta affacciando nell’eurozona. Tuttavia, ci sono almeno tre problemi. Il primo è a chi vendere questi titoli e cosa fare in caso si riproponessero delle criticità sistemiche. Le tensioni, specie dal lato politico, intorno all’Italia non sono ancora terminate e il rischio è che possano esserci altri sell-off sui bond italiani. Se così fosse, le banche dovrebbero riprendere la loro attività compiuta due anni fa. Il rischio di controparte sarebbe però appannaggio dello Stato. Ciò significa che i rischi dell’eventuale hedging di copertura in derivati dopo gli acquisti di bond italiani dalle aste primarie sarebbe a carico dell’Italia. È vero che ci sarebbe comunque il conto presso la tesoreria dello Stato, e che sarebbe valutato mark-to-market, ma in caso di violente turbolenze potrà bastare?

Il secondo è che così si potrebbe alimentare un azzardo morale che poco serve in questo momento. Mentre con il bail-in, cioè il salvataggio bancario tramite le componenti interne dell’istituto in crisi, punta a essere un deterrente delle malversazioni del management, questa garanzia bilaterale statale può essere l’esatto opposto. Ancora non si conosce l’entità finale della garanzia che ogni banca dovrà depositare, ma fonti bancarie spiegano che non potrà essere troppo elevata, in quanto nessun attore può permettersi di tenere immobilizzati troppi asset. Se così sarà, gli istituti di credito potranno aver un incentivo, quello della garanzia statale, a spingere sull’acceleratore coi derivati. Tradotto: nuovi rischi.

Il terzo è che così facendo non si rompe quello che più di una volta il presidente della Bce Mario Draghi ha definito come uno dei maggiori dilemmi per l’eurozona, cioè il circolo vizioso fra banche e Stati. Il Governo ha deciso di introdurre questa garanzia bilaterale perché in linea con le richieste del Fondo monetario internazionale e, dice il testo della relazione del decreto in questione, grazie all’esperienza positiva in Svezia e Regno Unito. Non solo. Si sottolinea infatti che anche in Germania si sta studiando una misura analoga. Ma è proprio questa interdipendenza fra sistema bancario e Stati che ha quasi fatto capitolare l’eurozona a forza dei ripetuti bailout. E se di nuova finanza si vuole parlare, si deve soprattutto iniziare a rompere con il passato.

Come reagiranno Commissione europea e Bce è un incognita. È probabile che si parli anche di questo, seppur in via informale, al prossimo Consiglio Ue che inizia dopodomani. Dato che si discuterà del futuro dell’eurozona sotto il profilo bancario, sarebbe meglio che l’Italia non si presenti con una misura che sa così tanto di passato. 

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