Arriva la beffa. L’Imu si pagherà mentre le pensioni d’oro non saranno sfiorate. Siamo alle solite

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‘’A noi l’Imu, a loro i soldi’’, titola Belpietro, tanto per far capire che l’aria è cambiata con la decadenza del Banana. Infatti, quasi mille i comuni in cui i cittadini dovranno pagare il balzello che Enrichetto Letta a parole dice di aver eliminato – Ovviamente non si toccano le pensioni d’oro…

A noi l’Imu, a loro i soldi. Proprio così: non è vero che sulle prime case non di lusso non si pagherà l’odiosa imposta municipale unica, come ci ha promesso il governo: la tassa sulla casa di abitazione la dovremo versare in oltre ottocento Comuni, quelli che hanno adottato l’ali – quota più alta, di cui raccontiamo in dettaglio nelle pagine interne. Ma se le rassicurazioni di Letta nascondono una beffa che ci costringerà ammettere mano al portafogli entro la metà di gennaio, corrisponde invece al vero che la Casta continui a farsi gli affari suoi, come e più di prima. Lo dimostrano alcuni episodi di questi giorni.

Primo, quando scoppiò il caso Fiorito, cioè la vicenda del capogruppo Pdl del Lazio che usava i fondi di dotazione messi a disposizione del partito per fare la bella vita, governo e Parlamento annunciarono misure per impedire lo spreco. Basta con lo sperpero delle Regioni,urlarono in coro, promettendo di mettere mano alla normativa e di impedire che i manolesta potessero godere anche di una ricca pensione.

Risultato: a distanza di un anno il Corriere ha scoperto che non solo si continua ad andare in pensione con gli stessi requisiti, ma addirittura il fondo che distribuisce vitalizi agli ex consiglieri regionali spende un milione in più invece di un euro in meno. Non è tutto. A proposito di pensioni c’è un secondo esempio di diseguaglianza sociale.

Come i lettori ricorderanno, pochi giorni fa il governo ha varato con la legge di stabilità un contributo di solidarietà a carico delle cosiddette pensioni d’oro. A parte che approfondendo meglio la questione si scopre che le pensioni d’oro non esistono o, meglio, ne esistono un migliaio, le altre sono pensioni decenti e dignitose (roba da due-tre mila, massimo quattro mila euro al mese, ma sono frutto di tanti contributi versati, come spiegava ieri su Repubblica un lettore con 55 anni di lavoro sulle spalle).

Ma la notizia non è che tassano i pensionati che hanno faticato una vita per dare soldi a persone che spesso non si sono spezzate la schiena. La vera novità è che il prelievo che va dal 6 al 18 per cento della parte eccedente i 90 mila euro lordi l’anno non colpisce gli onorevoli, i quali pur guadagnando cifre superiori sono esentati dal pagamento della tassa, perché la loro non è una pensione ma un vitalizio, artificio linguistico che li mette al riparo dalla rapina che loro hanno votato alle spalle degli italiani . Fin qui ciò che riguarda le pensioni, ma c’è dell’altro, a cominciare dalle spese del Parlamento.

Come qualche giorno fa abbiamo scritto, il nostro è il più costoso d’Europa: tra stipendi per gli onorevoli e stipendi per gli impiegati che lavorano nel Palazzo, se ne va una montagna di soldi. Ogni governo e ogni maggioranza promette di tagliare le spese, ma poi a fine anno, quando si tirano le somme, si scopre sempre che si è speso di più. Il motivo è semplice: le vecchie abitudini non muoiono mai, anche fra chi si professa un attento sacerdote del rigore. Un esempio?

Al Senato è appena stata introdotta una deroga che consente a Scelta civica (sì, avete letto bene, proprio il partito fondato dal bocconiano Mario Monti) di fare un gruppo anche se non ha il numero minimo di senatori richiesto. Risultato, grazie a questo espediente potrà disporre di fondi e personale a spese di Palazzo Madama, cioè del contribuente, ossia di tutti noi. Gli otto senatori dell’ex rettore, insomma, ci costeranno un botto.

Quarto ed ultimo esempio di come a noi tocchi versare l’Imu e a loro, ai membri della Casta, invece vadano i soldi. Distratti com’eravamo dall’espulsione di Berlusconi dal Senato, ci è passata sotto gli occhi la vicenda della casa del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi. Come forse qualche lettore ricorderà, lo scorso anno scoppiò il caso di un alloggio comprato dal ministro della Funzione pubblica con un maxisconto.

Quando era membro del Consiglio di Stato, fece ricorso al Consiglio di Stato medesimo per vedere riconosciuto che l’abitazione ai Fori romani in cui risiedeva fosse semi-pericolante e dunque potesse essergli ceduta con congrua riduzione di prezzo. Inutile dire che il Consiglio di Stato gli diede ragione e nel 2008 Patroni Griffi riuscì a comprare la stamberga vista Colosseo di metri quadri 109 al prezzo di177 mila euro. Peccato che, secondo il Fatto quotidiano, nonostante la crisi del mercato immobiliare abbia ridotto i prezzi, il sottosegretario abbia recentemente venduto l’immobile alla cifra di 800 mila euro, con una plusvalenza di 623 mila euro.

Soldi che Patroni Griffi si è messo in tasca senza versare un euro alle casse dello Stato perché, mentre i Comuni tartassano i possessori di prima casa pretendendo l’Imu anche se l’abitazione è gravata da un pesante mutuo, chi vende, nonostante abbia guadagnato centinaia di migliaia di euro, non è tenuto a sborsare alcunché. Insomma, il contribuente chesi è indebitato con le banche per comprar casa paga le tasse, quello che vende e si mette in tasca una ricca plusvalenza, come nel caso dell’ex ministro, se la gode. E poi dicono che la Casta si è messa a dieta…

Altro che impegni mantenuti. L’Imu sulla prima casa si pagherà anche nel 2013. E il balzello, tanto perché alle beffe non c’è mai fine, colpirà in alcuni casi anche chi si era salvato nel 2012. La brutta sorpresa è contenuta nel decreto approvato in tutta fretta dal Consiglio dei ministri di mercoledì. Sulla carta il provvedimento ha abolito, come aveva promesso la scorsa estate il premier Enrico Letta, la seconda rata dell’imposta municipale sulla casa.

Nella realtà, il governo ha deciso di assecondare gli appetiti dei Comuni. In particolare di quelli che nell’anno in corso, per coloro che non sono rientrati nell’esenzione, hanno di nuovo messo mano alle aliquote, sfruttando la forbice del 2 per mille (dal 4 fino al tetto massimo del 6 per mille) prevista dalla legge varata dal governo Monti. La pioggia di rincari, secondo le stime preliminari dell’Anci, dovrebbe generare un extragettito sul 2013 di circa 500 milioni. Un bottino che non rientra nelle risorse complessive per cancellare la seconda rata, che il governo, compresi i terreni agricoli, ha fissato in 2,15 miliardi di euro.

Dove trovare il resto? Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, si è arrovellato per qualche giorno nel tentativo di trovare la quadra. Il testo definitivo del decreto ancora non c’è, ma stando alla nota di Palazzo Chigi, alla fine gli sforzi hanno partorito la soluzione peggiore, per quanto prevedibile: la metà di quei 500 milioni sarà coperta dallo Stato, l’altra metà dai contribuenti.

Non saranno pochi coloro che, malgrado le chiacchiere e le promesse del governo, dovranno comunque passare alla cassa. Secondo i calcoli effettuati dal Servizio territoriale della Uil i comuni che fino ad ora, ma c’è tempo fino al 30 novembre per la chiusura dei bilanci e fino al 9 dicembre per la pubblicazione delle delibere sulle aliquote, hanno rincarato la dose sulla prima casa sono 873 per un totale di prime case che dovrebbe ammontare a circa 3,4 milioni.

La metà di queste si trovano negli 11 capoluoghi di provincia che hanno già deliberato gli aumenti. A Milano, Frosinone, Caltanissetta, Cosenza e Vibo Valentia l’aliquota è balzata dal 4 al 6 per mille, a Bologna e Verona si è passati dal 4 al 5 per mille, a Napoli e Benevento dal 5 al 6 per mille, a Genova dal 5 al 5,8 e ad Ancona dal 5,5 al 6 per mille. In tutti questi comuni, seppure ridotta, l’Imu sulla prima casa si pagherà.

L’esborso medio a cui le famiglie saranno chiamate secondo la Uil è di 42 euro, ma per la Cgia di Mestre i proprietari di prima casa che hanno subito l’aumento dell’aliquota Imu nel 2013 saranno chiamati a versare un importo oscillante tra i 71 e i 104 euro. Stando alle rilevazioni effettuate dal segretario confederale Uil, Guglielmo Loy, a Milano si pagheranno in media 73 euro (nel 2012 si sono pagati 292 euro medi); a Bologna 40 euro (321 euro nel 2012); a Napoli 38 euro (379 euro nel 2012); a Genova 31 euro (72 euro nel 2012); ad Ancona 21 euro (341 euro nel 2012); a Verona 31 euro (281 euro nel 2012). In molti casi si avrà un risparmio rispetto al 2012, ma non in tutti.

Ed è qui che entra in gioco il vero capolavoro del governo. Combinando il meccanismo delle detrazioni con il rincaro delle aliquote, infatti, il giochino ipotizzato da Saccomanni penalizzerà paradossalmente le case di minor valore. L’esempio di Milano è emblematico.

I cittadini del capoluogo lombardo con le loro 477.842 prime case dovranno farsi carico di una fetta consistente dell’extragettito. Secondo le prime stime si parla di circa 110 milioni di euro, di cui 55 a carico dei contribuenti. La vera beffa, però, arriverà per le classi più deboli. Una casa della categoria ultrapopolare A/5 nel 2012 era tassata con aliquota al 3,6 per mille e pagava in media 26 euro con la sola detrazione di base e niente con un figlio minore a carico.

Nel 2013 con il balzo dell’aliquota al 6 per mille, calcolando solo il 50% della maggiorazione, il calcolo sarà di 76 euro, con un aumento di 50 euro secchi rispetto al primo anno di applicazione dell’Imu. Mentre il proprietario di una casa ultrapopolare che può aggiungere alla detrazione anche il figlio a carico dovrà sborsare 26 euro. 

Non è molto, ma il principio è agghiacciante: nell’anno dell’abolizione dell’Imposta municipale, ci saranno alcuni cittadini che si troveranno a dover pagare un balzello da cui invece erano stati inizialmente esentati. In altre parole, il governo non solo non è riuscito a mantenere l’impegno, ma ha addirittura trascinato sotto il martello dell’Imu persone che fino a ieri ne erano escluse. Non è finita.

Il conto potrebbe essere ancora più salato. Intanto, per sapere il costo complessivo dell’extra – gettito bisognerà aspettare la fine del mese. Poi, considerato che il decreto è in via di definizione non sono escluse altre sorprese. C’è chi sostiene, ad esempio, che la quota ci compartecipazione alla copertura da parte dei contribuenti potrebbe salire addirittura al 60%.

Altri ritengono, invece, che quella percentuale dovrà essere calcolata su tutto l’extragettito incassato dai comuni attraverso il differenziale con l’aliquota ordinaria. Il che significa che rienterebbero nel pagamento i residenti di tutti i comuni che hanno alzato l’asticella dal 2012 ad oggi. La platea si allargherebbe (i capolouoghi ad esempio passerebbero da 11 a 40) e il malloppo da coprire, evidentemente, anche.

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