Allarme Fmi, Italia ultimo paese nel G7 sulla crescita. Disoccupazione preoccupante

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La ripresa mondiale è appesa a un filo. Troppi elementi rischiano di spezzarlo: i tassi che tornano a salire negli Usa mentre la politica americana è quasi fuori tempo massimo per un accordo sul debito; il rallentamento della Cina; i paesi della zona euro che non riescono a ridurre la frammentazione del sistema finanziario e il loro debito pubblico.

 

È il quadro, denso d’incognite, tracciato dal Fondo Monetario Internazionale nel World Economic Outlook. Nel rapporto, presentato oggi a Washington, l’Italia figura ancora una volta come il Paese con la crescita più bassa del G7: vulnerabile alle tensioni dell’eurozona e con un tasso di disoccupazione giunto ai massimi del dopoguerra. E poco importa se la Francia ci precede solo di poco. Secondo gli economisti di Washington non c’è tempo da perdere: tutte le grandi aree economiche mondiali devono intervenire per evitare che una crescita ridotta duri a lungo. Usa e Giappone sono chiamati, in particolare, a “concrete misure” di risanamento finanziario mentre in Europa non ci sono alternative a un rafforzamento dell’Unione monetaria e a una “pulizia” del sistema finanziario.

Le cifre di un’economia che non decolla. La crescita economica mondiale viaggia a velocità ridotta. Nel 2013 il Pil mondiale aumenterà solo del 2,9% mentre l’anno prossimo accelererà al 3,6%. Una stima ritoccata al ribasso rispettivamente di 3 e di 2 decimi di punto rispetto alle previsioni del luglio scorso. Per gli Stati Uniti la limatura delle stime è limitata, con una crescita prevista nel biennio all’1,6% e al 2,6% e tagli rispettivamente di uno e due decimi di punto. Per l’Eurozona previsioni sostanzialmente confermate quest’anno al -0,4% (un decimo di punto inferiore rispetto a luglio) e il prossimo al +1%. Ma tra i grandi paesi della Moneta unica solo l’Italia non riesce a migliorare le stime, confermando il netto calo del Pil di quest’anno (-1,8%) e la ripresina, +0,7%, per il 2014. Tutti gli altri migliorano di pochi decimi di punto: Germania (allo +0,5% previsto nel 2013 e al +1,4% nel 2014), Francia (+0,2% e +1%), Spagna (-1,3% e +0,2%).
Da segnalare il peggioramento delle previsioni per la Cina la cui stima del 2013 è stata tagliata di due decimi di punto al 7,6% mentre quella dell’anno prossimo di quattro decimi al 7,3%.

L’Italia, per la quale pochi giorni fa il Fondo ha pubblicato un rapporto più dettagliato relativo all’ispezione annuale, presenta una dinamica sotto controllo dell’inflazione, con un aumento dei prezzi al consumo che dal 3,3% del 2012 frenerà all’1,6% quest’anno per poi calare ulteriormente all’1,3% nel 2014. In miglioramento la bilancia delle partite correnti, che misura l’interscambio di beni e servizi, e che dal passivo dello 0,7% del Pil registrato lo scorso anno tornerà in pareggio nel 2013 per passare in attivo dello 0,2% l’anno prossimo. La disoccupazione italiana resta inaccettabilmente alta, ai massimi del dopoguerra, con un tasso pari al 12,5% della forza lavoro che scenderà solo marginalmente al 12,4% nel 2014.

L’Eurozona si stabilizza, ma cresce poco L’eurozona è tornata alla crescita nel secondo trimestre del 2013 dopo ben 18 mesi di recessione. Gli indicatori rilevati dagli economisti di Washington suggeriscono che l’attività sta iniziando a stabilizzarsi nella periferia e a recuperare nella parte centrale di Eurolandia. “Comunque – si legge nel Weo – la disoccupazione resta elevata, e i mercati del lavoro rimangono depressi. Inoltre l’inflazione resta al di sotto dell’obiettivo a medio termne della Banca Centrale Europea (il 2%, ndr) aumentando la preoccupazione sulle tendenze disinflazionistiche o deflazionistiche in atto”.

Quali sono i fattori che stanno frenando la crescita economica e l’inflazione? Il primo è la domanda, che resta debole con i restringimenti in atto sia nel settore pubblico che in quello privato, in particolare nei Paesi periferici. Il quadro è aggravato dalla frammentazione del sistema finanziario europeo e dalla debolezza delle banche che continuano a impedire che la politica monetaria accomodante della Bce si trasmetta appieno ai Paesi della periferia. Ma c’è anche, e veniamo all’ultimo fattore, una persistente debolezza dei mercati dei prodotti e del lavoro che, malgrado significative riforme realizzate in tutta l’area, continua a ostacolare l’aggiustamento dei prezzi relativi e della competitività specialmente nei paesi periferici.

I rischi per l’economia mondiale. Sulla mancata accelerazione della ripresa mondiale incombono – è l’analisi degli economisti del Fondo – numerosi rischi che potrebbero peggiorare lo scenario. Il primo nodo è quello della mancata integrazione dei mercati dell’eurozona: in assenza di una vera unione bancaria, incluso un forte meccanismo di risoluzione per gli istituti falliti, i mercati europei e globali rimarranno vulnerabili. Dall’altra sponda dell’Atlantico non meno rilevanti sono i rischi connessi al bilancio statunitense: dai tagli lineari del sequester che resteranno in vigore anche il prossimo anno, al mancato accordo sulle leggi di spesa che sta provocando un blocco del settore pubblico. Ancora più importante il tetto del debito Usa che, se non fosse elevato tra pochi giorni, “potrebbe danneggiare seriamente l’economia mondiale”.

Un capitolo a parte, ma restiamo sempre sul versante americano, lo meritano i rischi legati alle politiche monetarie non convenzionali della Federal Reserve. L’annuncio nelle settimane scorse di una graduale riduzione, per ora rientrata, degli acquisti sul mercato di bond da parte della banca centrale Usa ha provocato un restringimento “sorprendetemente ampio” delle condizioni monetarie Usa, con un rialzo dei rassi di mercato che ha avuto effetti rilevanti anche in molti paesi emergenti. Un rischio che è collegato a quello, non ancora materializzatosi di rapide smobilizzazioni dei capitali dai Paesi emergenti che potrebbe impattare in misura rilevante sulla crescita.

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