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Italia 2013, una bocciatura dietro l’altra. E se non fosse stato per la Bce…

L’Europa spesso è matrigna ma l’Italia non sta facendo i compiti a casa. E la politica non aiuta.

 

A Francoforte c’è grande preoccupazione e anche un bel po’ di amarezza.“L’Italia ce l’ha fatta da sola”, ha proclamato Enrico Letta. “Davvero?”, replicano all’inglese nel grattacielo che ospita l’Eurotower. Gli uomini hanno la memoria corta. Novembre 2011 (ultimi giorni del governo Berlusconi). C’era una crisi di liquidità tale che si rischiava lo shutdown, come negli Usa. Non sono esagerazioni, basta chiedere a qualsiasi uomo di banca. Tirava aria di corsa agli sportelli. Nessuno prestava il denaro nemmeno da un giorno all’altro. E così arriva Mario Draghi con il Ltro (Long term refinancing operation) un prestito triennale all’1% in due tranche, una il 22 dicembre 2011 l’altra il 29 febbraio 2012. Le banche italiane prendono in tutto 255 miliardi sui mille erogati.

Non solo i bancomat restano aperti, ma si torna a comprare titoli di stato, abbassando lo spread. Estate 2012 (governo Monti). La situazione è di nuovo critica e la differenza tra Btp decennali e Bund si avvicina al record dell’anno precedente. In luglio viene varato il fondo salva stati (Mes). Il 26 dello stesso mese Draghi a Londra proclama che farà tutto quanto è necessario per salvare l’euro. Il 2 agosto la Bce lancia le Omt (Outright monetary transactions). Da quel momento, le aspettative s’invertono, il collasso s’allontana. Dunque, è chiaro che senza una Bce interventista, Roma avrebbe innescato una reazione a catena. Respingiamo pure le critiche interessate che vengono dalla Bundesbank e i sospetti teutonici. Ma l’Italia non ce l’ha fatta da sola. Anzi, per la verità non ce l’ha ancora fatta.

Nella torre di cristallo bagnata dalle acque del Meno, tutti sono convinti che ha ragione la Ue, per motivi sia economici sia politici. La rottura del Pdl apre uno scenario complesso se non confuso. Nel passaggio dalle larghe alle piccole intese, Enrico Letta si sente se non proprio più forte, meno minacciato. È davvero così? Guglielmo Epifani sostiene che il governo ha maggiore libertà di manovra. Pensa naturalmente all’uscita definitiva di Silvio Berlusconi dalla maggioranza e a uno spostamento a sinistra con il Pd egemone; dal suo punto di vista è legittimo, ma per Letta diventa una trappola. Alfano non può accettarlo pena il rischio di confermare le accuse dei falchi berlusconiani. Non lo può neppure Monti; tanto meno la pattuglia cattolica che s’avvicina al Nuovo centrodestra. Con un Matteo Renzi che morde i freni, la crisi di governo s’avvicina. L’unica strada che Letta ha davanti, è fare quello che la Ue gli chiede, cioè una politica economica più coraggiosa e soprattutto le riforme finora schivate. Tutt’altro che una passeggiata, anche perché il rischio maggiore a quel punto verrebbe da sinistra.

Olli Rehn, il commissario economico, mette il dito nelle piaghe più purulente: l’assenza di riforme strutturali che aumentino la competitività (alias mercato del lavoro), un attacco allo stock del debito (alias privatizzazioni), una riduzione della pressione fiscale finanziata da un taglio della spesa corrente. E scusate se è poco. Saccomanni sostiene che la Ue non ha tenuto conto di quel che il governo ha già deciso di fare per il 2014. “Non abbiamo incorporato le privatizzazioni perché i piani del governo non sono sufficientemente dettagliati”, scrive la commissione nel suo parere. E ancora: “Le misure volte a sostenere la crescita e l’occupazione, sono compensate solo parzialmente da misure finanziarie”. L’Italia conta sul fatto di poter usare la “clausola degli investimenti”, ma questo non è possibile perché non rispetta il criterio di riduzione del debito nel 2014. Per quanto riguarda le tasse locali, nell’insieme la nuova imposta dovrebbe dare un gettito inferiore all’Imu e alla tassa sui rifiuti messi insieme, in ogni caso manca “una riforma generale del catasto che resta una priorità”. 

Il governo italiano avrebbe potuto stimolare la crescita e ridurre le imposte sui lavoratori e sulle imprese, sotto la mannaia del 3%, riducendo le spese. Una scelta politica, non tecnica. Invece, ci si affida a un commissario chiamato dal Fondo monetario internazionale, Carlo Cottarelli. Nel suo parere, Rehn si limita a prenderne atto. Da quel che si sa, si tratta di risparmiare appena un miliardo e mezzo nel 2014 e dieci miliardi, a regime, in tre anni. I benefici, comunque modesti, si vedranno dopo il 2016. 
La spesa corrente è il buco nero nell’italico universo. Non è nuovo, anzi. Non dipende dal governo Letta, è ovvio. Ed è la conseguenza di quel grumo di interessi costituiti sul quale si regge il mercanteggiamento tra la società civile e la classe politica che la esprime, un contratto sociale perverso in base al quale la spesa pubblica è sempre superiore a quella dell’anno precedente ed è sempre maggiore delle entrate. L’Achille fiscale insegue la tartaruga che resta però un passo avanti. 
La grande coalizione doveva rimettere in discussione il meccanismo che ha portato il debito dal 70 al 133% in un quarto di secolo. Invece, tra Pd e Pdl l’unico patto di ferro è proprio quel pactum sceleris che consente a ciascuno di non turbare i propri clienti: il notabilato meridionale che nel centrodestra ha sostituito le partite Iva, e i sindacati, soprattutto la Cgil, che restano il piedistallo del centrosinistra. Per questo non possiamo prendercela né con gli egoismi germanici (che pure ci sono) né con la cecità degli burocrati (vera anch’essa).

Si può capire lo stato d’animo di Letta quando sente esaltare l’Irlanda come una success story. Ma come, non è ancora tornata sul mercato dopo un fallimento di fatto (i titoli emessi sono stati comperati fino a oggi soltanto dalla Bce), gestito consensualmente dall’Unione europea. Alla faccia del successo. Lo stesso vale per il Portogallo. In Spagna le banche sono state salvate dall’Unione. E che dire del Regno Unito con le nazionalizzazioni; della Francia che ha sostenuto i gruppi dell’auto con scarso successo (vedi Peugeot) a differenza dall’operazione pulizia fatta da Obama a Detroit; della Germania che ha salvato Commerzbank e se la tiene sul groppone perché nessuno la vuole, oltre ad aver di fatto sterilizzato il rosso delle casse locali. Insomma con il denaro pubblico in questi anni tutti hanno fatto peggio dell’Italia e vengono considerati virtuosi. È chiaro che la risposta europea alla crisi del 2008 è stata un clamoroso fiasco pagato soprattutto dai più deboli, ma che non ha risparmiato nemmeno i più forti. 

E tuttavia, orgoglio nazionale e onestà intellettuale implicano di riconoscere quel che c’è di vero nelle critiche di Bruxelles: l’Italia ha evitato finora gli aggiustamenti più difficili e strutturali, tranne le pensioni. La riforma Monti-Fornero non è poca cosa, al contrario, ma basta rileggersi la lettera che la Bce ha inviato nell’estate del 2011, quell’agenda precisa fino ai dettagli, e confrontarla con quel che è stato realizzato. Si capisce perché la Ue non è soddisfatta.
Qualcosa in più, insomma, si dovrà fare. Manovrine di aggiustamento? No, piuttosto misure serie e immediate sul debito e sulla spesa. Vendere le aziende pubbliche, se sono vere le stime della Bocconi, può realizzare al massimo tre punti di pil. Poco per tagliare il debito e anche per abbassare le imposte come propongono Alesina&Giavazzi. Se poi si vende solo per fare cassa e senza prima liberalizzare, si ripetono gli errori degli anni ’90. Quindi non è la panacea, tuttavia indica un percorso e migliora le aspettative (un punto chiave per far ripartire davvero l’economia). Ma solo quando la spesa corrente verrà ridotta rispetto al prodotto lordo, arriverà il segnale che il governo italiano ha invertito la rotta.

Venerdì prossimo Letta incontrerà Angela Merkel e dovrà convincerla che la spaccatura del Pdl non segna la fine del suo governo e che è in grado di navigare, non solo galleggiare. Berlino non offre nulla: l’Unione Cdu-Csu e la Spd nelle trattative per il nuovo governo hanno escluso un fondo di riscatto del debito, proposta agitata dai socialdemocratici in campagna elettorale, gli eurobond e qualsiasi forma di messa in comune dei debiti pubblici. Ma Berlino chiede: conti pubblici in ordine come i suoi; riforme lungo la strada indicata dall’Agenda 2010. Al di là delle proprie colpe (una politica economica neomercantilista che ha privilegiato l’export sulla domanda interna) la competitività dell’industria manifatturiera ha proprio lì le sue radici. Se l’Italia non segue questo cammino, sarà costretta a chiedere un salvataggio ufficiale, pagando un prezzo ancor più pesante. Sarebbe bene se questa prospettiva entrasse con chiarezza nel dibattito politico che si sta sempre più avvitando su se stesso. Passata la paura, è tornata la politique politicienne, però l’emergenza non è finita e prima ci si risveglia dal sonno della ragione meglio è.