Salvo dall’ergastolo, “solo” 20 anni di condanna per Kabobo il picconatore: Milano si ribella

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Uccise 3 passanti a Milano, Kabobo il picconatore, ghanese di 32 anni. Ma nemmeno questo è bastato, secondo quanto scritto da Repubblica, a procurargli l’ergastolo: si è “salvato” con 20 anni di galera, che tra benefici e sconti di pena si ridurranno di parecchio. E Milano si ribella, indignata.

 

Vent’anni di carcere: il massimo della pena che poteva essere inflitta, tenendo conto della seminfermità mentale e dello ‘sconto’ previsto per il rito abbreviato. Si è chiuso così, in primo grado, il processo nei confronti di Adam ‘Mada’ Kabobo, il ghanese di 32 anni che all’alba dell’11 maggio dello scorso anno seminò il terrore nel quartiere Niguarda, a Milano, ammazzando tre persone che ebbero la sfortuna di trovarselo di fronte, armato di un piccone, e in preda a una furia omicida dettata dalle “voci”, come lui stesso le definì. Una sentenza, quella emessa dal gup Manuela Scudieri, che è stata però duramente criticata da Andrea Masini, figlio di Ermanno, una delle vittime, morto a 64 anni.

“E’ una pena insufficiente – ha detto – e vedremo poi se sconterà davvero questi vent’anni. In qualsiasi altro Paese, come negli Stati Uniti, Kabobo sarebbe stato condannato alla pena di morte o all’ergastolo”. Un verdetto che non ha soddisfatto nemmeno la Lega Nord. “Per meritarsi l’ergastolo oggi non basta più neppure ammazzare a picconate tre persone innocenti”, ha scritto su Twitter il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, mentre il segretario del Carroccio, Matteo Salvini ha commentato: “Che schifo. Io non mi arrendo e non perdo la speranza”.

Al settimo piano del Palazzo di Giustizia c’erano anche i genitori di Daniele Carella, ucciso a 21 anni, i quali già nelle precedenti udienze, attraverso i loro avvocati Antonio Golino e Jean-Paule Castagno, avevano fatto sapere che “l’interesse della famiglia è che questo signore stia in carcere e non stia in strada”. Dovrà rimanerci per vent’anni, come ha stabilito il giudice che ha accolto la richiesta del pm Isidoro Palma. E a pena espiata dovrà essere trasferito in una casa di cura e custodia come misura di sicurezza, in quanto “socialmente pericoloso”, per un periodo di tre anni (che potrà anche essere prorogato).

Determinante nella commisurazione della pena è stato lo ‘sconto’ per la seminfermità mentale, che è stata riconosciuta così come chiesto dal pm. Il quale nel corso della requisitoria si era richiamato alla perizia psichiatrica depositata lo scorso ottobre. Perizia che aveva accertato un vizio parziale di mente: Kabobo soffre di “schizofrenia paranoide”, ma la sua capacità di intendere al momento dei fatti non era “totalmente assente” e la sua capacità di volere era sufficientemente “conservata”. Il pm, inoltre, aveva indicato tre possibili moventi: il “rancore verso la società” espresso anche in quello che Kabobo, semianalfabeta, ha definito nei colloqui con i medici come “odio verso i bianchi”; una “finalità depredatoria” che si era manifestata nel rubare i cellulari alle vittime; l’esigenza di “attirare l’attenzione su di sé”.

I difensori, gli avvocati Benedetto Ciccarone e Francesca Colasuonno, avevano invocato invece l’assoluzione perché, a loro dire, Kabobo era totalmente incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. “Aspettiamo le motivazioni e poi andremo in appello”, hanno spiegato, ricordando anche che pende in Cassazione (l’udienza è fissata il 30 maggio) la loro istanza, bocciata in passato dal gip e dal Riesame, per chiedere il trasferimento del ghanese dal carcere di San Vittore in un ospedale psichiatrico giudiziario, dove l’uomo potrebbe essere meglio curato e seguire “un percorso riabilitativo”.

E’ molto probabile, infine, che alcuni dei familiari delle vittime, quando la condanna diventerà definitiva, intenteranno una causa civile contro il ministero dell’Interno per chiedere un risarcimento danni. Il gup ha riconosciuto provvisionali (per cifre comprese tra i 100mila e i 200mila euro), ma Kabobo è nullatenente. Per questo motivo l’avvocato Anna Cifuni, che rappresenta il fratello e la madre di Alessandro Carolè (che aveva quarant’anni), ha già preannunciato che farà causa allo Stato perché l’Italia non ha mai costituito un fondo per indennizzare le vittime di reati intenzionali violenti, violando una direttiva dell’Unione europea che imponeva di istituire un sistema di indennizzo di questo tipo. Nel frattempo per il ghanese si avvicina anche un altro processo per duplice tentato omicidio: quel giorno due passanti rimasero feriti, ma riuscirono a salvarsi.

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