Pippo Fava, morto per la libertà: 30 anni dopo, il sogno di un eroe dei nostri tempi.

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Trent’anni fa, moriva -freddato da cinque proiettili – Pippo Fava, giornalista da sempre in prima linea nella lotta contro la mafia. Strenuo difensore della verità e della realtà, in quegli anni bui e senza speranza della Sicilia e dell’Italia intera, il fervore e il suo coraggio vennero bruciati per mano del clan Santapaola. Eppure, il suo ricordo e il suo insegnamento sono più forti e vivi che mai.

 

5 gennaio 1984, ore 21,30: il direttore della rivista I Siciliani, Pippo Fava, arriva con la sua  Renault 5 in via dello Stadio, a Catania. Sta andando a prendere la nipote che recita a teatro. Non ebbe neanche il tempo di scendere dalla macchina, che venne freddato da cinque proiettili calibro 7.65, alla nuca. Pochi secondi e la sua vita finisce lì, in un’umida sera di gennaio. La sua etica, la sua volontà di verità, il suo impegno per svegliare le coscienze in un paese dalla mille protezioni e collusioni, avevano dato fastidio a molti. Era un intellettuale scomodo, come lo era stato fino al 9 maggio del 1978 Peppino Impastato.

Ma chi era Giuseppe Fava e perchè venne ucciso? Nato nel 1925 a Palazzolo Acreide in provincia di Siracusa, nel 1940 si trasferisce a Siracusa per frequentare il ginnasio ed il liceo Gargallo, distinguendosi per i risultati eccellenti. Dopo gli studi liceali, frequenta Giurisprudenza presso l’università di Catania, però alla carriera d’avvocato preferì la professione del giornalista. Iniziò nella redazione del giornale Sport Sud a Catania. Dal 1951 al 1954 fu capocronista al Giornale d’Isola e, in seguito, al Corriere di Sicilia. Fu poi la volta dell’Espresso Sera, ove lavorò per oltre vent’anni, inviato speciale per il Tempo e corrispondente di Tutto Sport a Torino. Le sue inchieste vennero pubblicate in due volumi: Processo alla Sicilia (1970) e I Siciliani (1980).

Fava non fu solo giornalista: era un artista eclettico e versatile, tanto da cimentarsi nella letteratura, il teatro, la pittura. Vinse premi, pubblicò romanzi,espose in alcune gallerie. Dal suo romanzo, Passione di Michel, Werner Schroeter trasse il film Palermo oder Wolfsbur, vincitore dell’Orso d’oro al festival di Berlino del 1980. Proprio nel medesimo anno, venne chiamato a dirigere Giornale del Sud, testata nata dalla volontà degli ambienti culturali-politici-imprenditoriali catanesi. Fava delineò immediatamente il profilo del quotidiano: inchieste, collusioni, complotti, lo scempio edilizio, l’ascesa dei potere mafiosi, la muta rassegnazione della gente onesta, di chi provava a combattere un sistema soffocante ogni luce e bagliore di riscatto. La redazione era composta da giovani cronisti inesperti e improvvisati, forse a voler sottolineare la piena libertà democratica, scardinando la visione del giornalista da salotto: Riccardo Orioles, il figlio Claudio, Michele Gambino, Antonio Roccuzzo, Elena Brancati. Tutti lo avrebbero seguito nelle successive esperienze.  

Fu in questo periodo che si riuscì a denunciare i traffici di Cosa Nostra, attiva soprattutto nello smercio della droga. Gli editori?? Nomi sconosciuti, ma che in realtà le inchieste rivelarono avere rapporti e contatti con i vari boss, in particolare Nitto Santapaola: Salvatore Lo Turco, Gaetano Graci, Giuseppe Aleppo, Salvatore Costa. Subito le minacce, la censura, l’attentato, eseguito con un chilo di tritolo. La sua voce priva di inganno doveva essere messa a tacere per sempre. Giunse il licenziamento e la rivista, poco dopo, chiuse i battenti. Non si diede per vinto: nel 1982, con l’aiuto di quegli intrepidi ragazzi, fondò la cooperativa editoriale Radar, grazie alla quale pubblica un nuovo mensile: I Siciliani.  Scarsi mezzi, pochissimi fondi, ma tantissime idee. Il territorio Siciliano era scosso da problemi sempre più gravi: le sue inchieste cominciarono ad intimorire l’ambiente politico e giornalistico. Il no alla base missilistica di Comiso, la distruzione selvaggia dell’ambiente e del paesaggio, le inchieste-denuncia sugli affari loschi di quattro imprenditori catanesi: Carmelo Costanzo, Gaetano Graci , Mario Rendo e Francesco Finocchiaro. Fava stava per scoperchiare una cupola di illegalità, che avrebbe toccato e coinvolto notabili e piani alti (e personaggi come Michele Sindona).

Non si arrese mai, continuò ostinatamente a raccontare senza giri di parole il marcio di quella terra, simbolo dell’Italia tutta, dell’enorme potere, di misfatti nascosti, della scia di sangue, dell’omertà e del dolore. Fino a quel 5 gennaio. Nonostante i tentativi di insabbiamento, di calunnia, le clamorose dichiarazioni di onorevoli e sindaci dell’epoca, -secondo i quali la mafia non esisteva-, i suoi articoli, il suo coraggio non si sono spenti. La fondazione  che porta il suo nome, lo ricorderà nel paese natio. Rai 3 trasmetterà in seconda serata  il docu-film “I ragazzi di Pippo Fava” ,prodotto per la tv da Cyrano New Media per Raifiction e Raitre e patrocinato da Libera e dalla Regione Toscana. La sua frase più famosa: “ A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?” racchiude il suo pensiero, la sua etica, le sue azioni. Di chi ha creduto nei giovani, nel sogno, nella speranza concretizzatasi in realtà, nei gesti silenziosi sebbene eversivi, nella bellezza della libertà, dell’onestà, della cultura,del diritto e della democrazia. Per bandire l’odio dai cuori, il rumore degli spari. Per salvare un futuro barattato, masticato, sputato. Con umiltà, conoscenza. Una vita che ha sfidato il potere, la violenza del dominio, logiche arcaiche e dannose, lesive della dignità umana. Dominando la paura, non piegando capo.  Un uomo che ha provato a cambiare il corso degli eventi, pagando il prezzo più alto, senza indietreggiare. A chi resta, il monito più grande: cambiare la Storia, seguendo il fuoco della verità e della giustizia. Senza tentennamenti.  

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