L’anti-progressismo del progressista Pasolini.

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Il 19 gennaio 1975 Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera accusava i progressisti italiani di conformismo e di intolleranza.

 

“Sono però terrorizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. […] Che la vita è sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio di democrazia, ed è inutile ripeterlo”.

Queste parole, dette da un progressista come Pasolini, sono eretiche. I radicali, le femministe e gli esponenti della sinistra dell’epoca le reputarono disdicevoli e contrarie ai loro dettami a favore dell’aborto. Non è l’unico caso di divergenza d’opinione. Il regista e scrittore friulano biasimò più volte il progressismo italiano di essere troppo superficiale e di essersi alleato con il nuovo nemico della libertà: il consumismo e l’industria culturale che spesso apostrofava con l’espressione “nuovo fascismo”.

Il 29 giugno 1974 il Corriere della Sera pubblica l’articolo “Il Potere senza volto”. Pasolini parla senza esitazioni del “nuovo fascismo”, il “Male attuale”, in grado di distruggere la società con il suo conformismo penetrante. Nessuno sfugge alle sue trappole, neanche la sinistra che si ritrova ad essere suo complice, avvallandolo con un antifascismo retorico e anacronistico.

L’anno dopo, il 19 gennaio, il giornale milanese ospita un nuovo appello di Pasolini: “Sono contro l’aborto”. E’ una dichiarazione di intenti, diretta e dissacrante: smentire il progressismo imperante e mostrare la sua intrinseca intolleranza. 

Dietro alle campagne per il diritto d’aborto, ci avverte Pasolini, si nasconde un cinismo spietato che nega le evidenze e i principi vitali o “reali”, come li chiama il poeta, quelli inderogabili. La Realpolitik porta a prevaricare i valori per raggiungere i propri scopi.

“Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i principi reali coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo, per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo”.  

Il conformismo attuale rigetta principi e opinioni in nome della maggioranza, del “diritto” e del benessere. La ricchezza materiale è la spinta ideale dei radicali e dei liberal, di coloro che scendono in piazza a sostegno delle libere interruzioni di gravidanza. Il fascismo dei consumi impone che il coito sia libero, grazie all’aborto, e fruibile come una merce, anzi esso stesso diviene merce.

“Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, […] un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità della vita del consumatore. […] il primo risultato di una libertà sessuale regalata dal potere è una vera e propria generale nevrosi”. 

Il sesso libero (sempre mediato dal fascismo dei consumi) è un dovere. O lo pratichi o sei un emarginato, un “fascista” o un “represso”. Più lo pratichi, più agevoli l’ansia di prestazione e il Potere che ti preme per non sgarrare. Tale condizione esistenziale, afferma Pasolini, ha alterato i normali rapporti con gli individui e con la società.

Chi non si adegua viene perseguitato e rigettato. E questo non si rivolge solo a coloro che rifiutano la mercificazione del sesso, ma anche agli omosessuali, visti come esseri anomali e contronatura. 

Il Potere ha consensi dovunque: tra gli esponenti della destra e della sinistra e perfino all’interno della Chiesa, negli ambienti più aperti alla modernità.

Il coito è stato quindi “desacralizzato”, non per renderlo veramente libero e responsabile, ma per farlo schiavo della logica di mercato. Una volta esisteva il proletario, simbolo della fertilità e della procreazione, che incarnava l’idea del sesso a fini riproduttivi; adesso il piccolo borghese ha preso il sopravvento, con la sua prepotenza, e rappresenta i valori della nuova morale. Il piccolo borghese pratica il coito liberamente e irresponsabilmente, trovando nell’aborto un’adeguata soluzione.

“C’è da lottare, prima di tutto, contro la falsa tolleranza del nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l’indignazione del caso; e poi c0è da imporre alla retroguardia, ancora clerico – fascista, di tale potere, tutta una serie di liberalizzazioni reali riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, una moderna moralità dell’onere sessuale, pillole […] il problema dell’aborto verrebbe in sostanza vanificato, pur restando come deve essere, una colpa, e quindi un problema della coscienza”.    

L’antiprogressismo di Pasolini viene ribaltato con un progressismo sano ed equilibrato. Non si può parlare di libertà con un potere più forte e incisivo del precedente. Ogni valore e ogni riforma proposta verrebbe monopolizzata dal capitalismo e reso sterile e conformista. Senza un cambio di rotta, ogni sforzo per il cambiamento risulta vano. La vecchia visione del coito, molto costrittiva, andrebbe piuttosto sostituita con una nuova morale sessuale, aperta e responsabile, che insegni come l’aborto sia un gesto estremo, sempre condannabile. Questo è per Pasolini un piccolo passo verso una società democratica e lontana dai “fetori” del capitalismo moderno. 

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