JFK: 50 anni dopo la sua morte, il mito vive ancora.

john kennedy vive ancora 50 anni dopo la sua morte

Sono trascorsi cinquant’anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy, primo presidente cattolico, icona di stile, amato, odiato, discusso. Cinquant’anni di inchieste, controinchieste, mezze verità. Luci e ombre sui mille giorni di governo più famosi della storia degli Usa, tra bagliori, luccichii e la paura della terza guerra mondiale. Un mito ambiguo destinato a far parlare ancora di sé.

 

22 Novembre 1963, Dallas (Texas), ora locale 12.30: il presidente americano John Fitzgerald Kennedy viene ferito mortalmente da colpi di arma da fuoco, sparati, -secondo l’indagine della Commissione Warren- da un operaio, attivista ed ex militare  Lee Harvey Oswald. Si tratta di uno dei fotogrammi più famosi della storia, drammatico per la sua imprevedibilità, la fine di un giovane sogno, il sussulto della democrazia americana.

Kennedy, rampollo di una famiglia di emigrati irlandesi, primo presidente cattolico, bello, affascinante, seduttore. Tutti ingredienti per il successo. Sulla royal family americana sono stati versati fiumi di inchiostro, attraendo anche il mondo del cinema.

Eppure Kennedy viene tutt’oggi ricordato per quei mille giorni di governo assolutamente innovativi: dovette fronteggiare gli ultimi strascichi di un maccartismo impopolare, il governo “ombra” del Pentagono e della Cia, gli scontri razziali ( è del medesimo anno il famoso discorso di M.L.King , I have a dream), uno sviluppo mostrante il suo lato iniquo, nonostante i luccichii dell’american dream, le avvisaglie delle rivolte studentesche.

Dal punto di vista economico,ottenne importanti conquiste e successi: quando si insediò nel gennaio del 1961, gli Usa erano a rischio recessione, con un tasso di disoccupazione salito al 7% e gli operai pronti allo sciopero. Il presidente, vincendo le riserve dei democratici più moderati all’interno del Congresso e del Senato, mise in atto le politiche keynesiane già prefigurate da Roosevelt, aumentando i sussidi ai disoccupati, il salario minimo. Certo, questo portò ad un aumento del debito pubblico e l’accusa di “socialismo” alle scelte effettuate. Il malcontento si calmò, dato che molti fondi vennero investiti nell’industria militare e aerospaziale, recando crescita e 1,2 milioni di posti di lavoro.

Più complessa la questione razziale: nonostante la Corte Suprema si fosse pronunciata contro la segregazione razziale nel 1954, in molti paesi le norme vigenti non erano rispettate .Il neo presidente, nel suo discorso inaugurale, auspicò e promise l’integrazione razziale, ottenendo la stima e i voti della popolazione nera.

Gli storici, però, sostengono che per non irritare l’ala conservatrice, in qualche modo ostacolò l’approvazione delle leggi sui diritti civili, cosa che portò a delle frizioni con il fratello Bob, all’epoca ministro della giustizia. Sarò poi quest’ultimo a rinsaldare i rapporti tra la Casa Bianca e la comunità di colore, grazie alla presenza del leader indiscusso  King, nella sua campagna elettorale.

E poi i primi errori:  il tentato sbarco nella Baia dei Porci, poco dopo il suo insediamento, su pressione di Allen Dulles e della CIA, il cui fine era deporre Castro.

Il piano fallì, provocando un’escalation di tensioni e conflitti tra i due poli opposti della Terra: Usa e Urss, pronta ad aiutare Cuba e i missili già dispiegati. Fu quello il momento in cui si temette lo scoppio del terzo conflitto mondiale.

E la piaga del Vietnam, la prima vera sconfitta economico-militare della grande democrazia. Un’emorragia di vite, una sofferenza immane, scatenante proteste in tutto il mondo.

Per edulcorare tale situazione, vennero istituiti i Peace Corps, tutt’ora esistenti,  gruppi di volontariato di stanza nei paesi di sviluppo.

Forse l’eredità più importante di questo giovane presidente, nonostante gli aspetti controversi e bui che film e libri hanno messo in luce ( l’ambizione del patriarca Joseph, i rapporti dei due fratelli con Marilyn Monroe, l’interdizione di una sorella restia a sottomettersi alla rigida morale familiare), resta la visione di una politica democratica, di un’emancipazione di tutti gli strati sociali, attraverso la promozione della cultura, dell’istruzione, la ricerca delle alleanze. La valorizzazione dell’azione di ogni singolo uomo, resa manifesta della frase: “ Non domandarti cosa il tuo Paese possa fare per te. Chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”. Obiettivi spesso dimenticati e violati dai detentori del potere.

A cinquant’anni dall’omicidio, retroscena e segreti restano ancora avvolti nel mistero. Inchieste aperte e nessuna che abbia appurato una definitiva verità.

Il 22 Novembre 1963 il mondo trattenne il respiro, restando in silenzio, di fronte alla fine della nuova frontiera, infrantasi per mano umana.

Potere, bellezza, jet set internazionale, infedeltà, complotti, finti sorrisi. Un matrimonio da favola, che forse avrebbe voluto solo essere normale. Icone di stile amate dagli stilisti, dalla stampa. La promessa di cambiare il corso degli eventi, la beat generation, la guerra fredda,la frenesia del nuovo che avanza.

Nonostante tutto, il ricordo del presidente Kennedy è sopravvissuto in questi dieci lustri. L’ampiezza del suo sogno e dei suoi progetti, era tale da travalicare i confini del Nuovo Mondo. Mille giorni di governo per segnare la storia, per  diventare un mito, discusso e discutibile, destinato ad attraversare il tempo e le generazioni.

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