Il cinema nero di Spike Lee. Tra l’Afrocentrismo e la critica sociale.

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Spike Lee è ormai un affermato regista di colore ad Hollywood e in Europa; i suoi film registrano lauti incassi e sono molto amati dal pubblico. I primi passi nel cinema risalgono ai lungometraggi di stampo sociale, sulle comunità afroamericane e sulle condizioni di vita nei ghetti. Prodotti cinematografici che suscitarono malumori e aspri biasimi dalle principali testate giornalistiche statunitensi. Il clamore prodotto paradossalmente non fece altro che accrescere la sua notorietà.

 

Figlio d’arte, diplomato in cinema e in scienze della comunicazione, Spike Lee ha usato la sua maestria per supportare e far conoscere al vasto pubblico questioni e realtà spesso sottovalutate o taciute. Fin dalle prime esperienze nell’arte filmica, Lee mostrò una grande sensibilità verso l’africanità e i problemi sociali e culturali riguardanti l’essere neri in terra americana. Cresciuto nel mito di Malcolm X, dedicò i primi lavori nel raccontare l’infelice storia dei “niggers” (negri), nelle strade e nei palazzi-lagher dei quartieri popolari di New York.

Queste furono scelte che nei primi tempi lo screditarono nella reputazione e lo fiaccarono nell’animo. La proiezione dei suoi lavori riscosse applausi, ma anche molti molti biasimi, specie da quei giornali conservatori che lo definirono un “comunista” e addirittura un agitatore, parlando di violenza e criminalità. La paura di una nuova stagione di rivolte nei ghetti probabilmente era ancora viva: si voleva evitare che un uomo carismatico potesse di nuovo suscitare animi di ribellione.

“Fa la cosa giusta” (1989), Jungle Fever (1991), Crooklyn (1994) o Clockers (1995) sono alcuni dei lavori più interessanti usciti dalla mente geniale di Lee. L’eclettismo è un modus operandi molto ben riuscito: non troviamo solo commedie ambientati nei ghetti proletari, non mancano infatti storie di piccoli-borghesi di colore che sono riusciti ad emergere dalla strada; sono esempi di quella classe media nera che ha usufruito dei benefici della lotta per diritti civili, adeguandosi agli standard della middle class bianca e spesso assumendo gli stessi atteggiamenti arcigni.

Droga, sesso, violenza e criminalità: leitmotiv ricorrenti e parti integranti dei personaggi. Giovani, spesso minorenni, dediti alla “bella vita”, menefreghisti di ogni regola, pronti a sfidare gli sbirri per sfogare quella rabbia verso un mondo che ha insegnato loro a schifarsi.

Dietro ad una realtà così nera, le storie di vita quotidiana ci regalano momenti di rilassatezza e di speranza: la famiglia, spesso distrutta dagli stupefacenti e dalla povertà, è il perno della vita dei teppisti; un genitore o un nonno sono i garanti di un’esistenza tranquilla e spesso anche i deus ex machina che risolvono la situazione. Sono coloro che spingono alla fuga dal ghetto, a studiare o lavorare per uscire dalla miseria. Sono in sostanza angeli custodi o garanti di un minimo di civiltà in un ambiente che sembra dominato dalla bestialità.

In un contesto culturale che li discrimina i ragazzi di colore sono costretti a costruirsi un’esistenza nei quartieri in cui nascono, senza alle volte uscire mai dai suoi confini. Questa forma di auto-segregazione, questo desiderio di rimaner nascosti, viene spesso analizzata come una delle cause del degrado. Senza prospettiva di rivalsa, i ragazzi neri sono costretti a dedicarsi a spaccio e alla prostituzione. In “Fa la cosa giusta” o in “Clockers” Lee gira tutto il film nei meandri del Bronx, come se fosse un mondo a parte, una zona ad eccesso limitato: in queste location, come viene evidenziato man mano che la trama va avanti, si costituisce e si svela l’esistenza dei protagonisti.

Non troviamo solo questo. Accanto alle storie di proletari, quelle più cruenti, legate al traffico di cocaina o alla prostituzione, si alternano personaggi della borghesia nera, i fortunati, coloro che sono sfuggiti al ghetto-carcere.

Nonostante il benessere e un lavoro sicuro, i piccoli-borghesi di Lee non sempre si sentono accettati nella comunità bianca: sia per i costume che per i valori sono ancora legati ad una mentalità di auto-emarginazione, restii a mischiarsi anche sessualmente con donne o uomini bianchi. Un comportamento che giova ad accrescere i risentimenti.

In “Jungle Fevere”, il protagonista, Flipper Purify, architetto di successo, vive una convulsa storia d’amore con la giovane segretaria bianca, Angela Tucci. Nessuno accetta quella relazione, né familiari né amici. Entrambi risentono di questa atmosfera e devono di conseguenza accettare ogni ripercussione emotiva e sociale.

 

Sulla stessa scia possiamo collocare “Lola Darling” (1986), la cui protagonista, Lola, affronta l’iniziazione al sesso e la vita sentimentale in un contesto esclusivamente borghese, ma tuttavia contro quella che è la morale della sua classe sociale. Di fatto lei è ancora una “ragazza di strada” per i bianchi.

L’essere afroamericani non viene espresso solo con trame e personaggi. Dietro ai suoi film Spike Lee costruisce un mondo simbolico, fatto di riferimenti ai consumi, ai modelli e anche alla musica e all’arte. Le collaborazioni con musicisti e cineasti sono molte: la lista sarebbe lunga da elencare. Basta solo ricordare i continui richiami alla cultura hip hop, al writing o alla musica rap; gli stili e gli atteggiamenti degli adolescenti, quel “gangsta” che si lega con la triste apoteosi delle gang criminali. Non dimentichiamoci l’esaltazione dei leader storici della comunità nera, M.L. King e in particolare Malcolm X, a cui Lee dedicò un film, “Malcolm X” (1992); accanto a queste figure “leggendarie”, sfilano i loro eredi, carismatici uomini come Louis Farrakhan, ex membro della Nation of Islam.

Sono tutti retaggi che, accumulandosi negli anni, hanno finito per costituire una cultura a se stante, lontana da quelli che sono i canoni che la società americana ha costruito nel corso della sua storia. Il ragazzo di colore o l’anziato seduto al parco sono accomunati da questi miti, nonostante il divario generazionale. Malcolm X, sempre presente nel cinema di Lee, ad esempio, lega l’anziano pacato e nostalgico delle stagione di rivalsa e il giovane che, invece, vivendo la regressione del welfare, è costretto a vivere per strada e a veder tutto in chiave nichilista.

Spike Lee, almeno il primo momento della sua lunga produzione, ci ha regalato esempi di grande cinema, con commedie e documentari. Un regista che effettivamente ha fatto tremare la benpensante Hollywood. 

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