Amsterdam chiude i coffee-shop, finisce l’epoca del fumo libero: cosa succede in Olanda?

 coffeeshop-amsterdam chiusura mini

Una sentenza della Corte distrettuale locale porterà a chiudere almeno un terzo, se non di più, dei celebri coffee-shop, in particolare nel quartiere a luci rosse del centro cittadino. Che cosa succede ad Amsterdam, si chiede Simone Cosimi su Repubblica?

 

Giro di vite dietro l’angolo per i coffee-shop di Amsterdam, gli iconici locali in cui è consentito il consumo di droghe leggere entro i 5 grammi a persona per giorno. A quanto pare, secondo l’Associated Press una fetta è destinata ad abbassare le saracinesche. Una sentenza emessa mercoledì dalla Corte distrettuale della città sembra infatti schierarsi dalla parte del sindaco Eberhard van der Laan, evidentemente convintosi negli ultimi anni dei pessimi effetti dell’accoppiata con le case di tolleranza, molte delle quali d’altronde già chiuse da anni. Il dispositivo gli consente di “portare avanti le politiche che ritiene opportune per tutelare l’ordine pubblico”.

Stavolta non sembra insomma la solita storia dello scampato pericolo o del periodico “allarmismo” sul tema, liquidato dagli appassionati dello spinello con un’alzata di spalle. È il caso del gran rumore procurato nel 2009 dalla legge contro il fumo nei locali pubblici, poi applicata al solo tabacco, o tre anni fa con la storia dei “wietpas”, i divieti d’ingresso per i non residenti, alla fine messo in pratica solo nelle province del Sud dei Paesi Bassi. A quanto sembra, oltretutto, con scarsi risultati.

Il laburista Van der Laan è stato infatti uno dei primi cittadini a opporsi, nel 2011, al rischio dell’applicazione a livello nazionale dei divieti d’ingresso per gli stranieri a caffè e locali in cui si possono fumare liberamente marijuana o hashish. Un’opposizione condotta insieme ai sindaci di altri centri importanti come Rotterdam o L’Aja. “Aumenterebbero i furti, le rapine, le risse – aveva dichiarato all’epoca il borgomastro – non vi sarebbe alcun controllo sulla qualità. Tornerebbero tutti i problemi che avevamo una volta”.

Il valore di questo genere di “turismo della droga” è d’altronde elevatissimo non solo per i coffee-shop, che ad Amsterdam sono circa 200, ma per tutto ciò che ruota loro intorno, dalla ristorazione all’ospitalità alberghiera, dai negozi comuni agli specializzati smart shop. Basti pensare che lo scorso anno i Paesi Bassi hanno raccolto quasi 13 milioni di visitatori, facendo segnare un record storico: una porzione consistente, intorno al 20%, ha fatto almeno una volta tappa in un locale di questo tipo. In particolare proprio nella Venezia del Nord, dove se ne concentra oltre un terzo del totale, dal Bulldog al Mellow Yellow. Qualcosa, però, dev’essere cambiato.

Nello specifico, sembra che adesso il sindaco abbia carta bianca soprattutto nel Rossebuurt, come lo chiamano i locali, il quartiere a luci rosse dove si concentrano giorno e notte, in mostra dietro le vetrine, decine di prostitute oltre a sexy shop e night. Colpendo lo spirito storicamente tollerante – i coffee-shop sono frutto di una legge del 1976 sugli stupefacenti sbocciata in un quadro del tutto diverso da quello attuale – che continua a fare di Amsterdam una delle mete più ambite soprattutto dal turismo giovanile europeo e d’oltreoceano.

D’altronde, c’è un precedente che preoccupa non solo chi lavora nel settore ma anche i milioni di viaggiatori che scelgono Amsterdam anche per l’apertura nei confronti di questo tipo di consumi. Sebbene le droghe leggere non siano legalizzate ma appunto tollerate se consumate in modo discreto e modiche quantità. Il precedente è esattamente quello delle case chiuse. Delle 482 stanze del sesso sparpagliate fra i vicoli e i canali di De Wallen 192 hanno infatti chiuso i battenti dopo il 2006, quando un’altra sentenza ne consentì una sforbiciata in virtù delle difficoltà nella regolamentazione. Il piano per i coffee-shop sembra ricalcarne il percorso e prevede la chiusura di 26 dei 76 locali attivi nel celebre e affollato Red Light District.

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