TRATTATIVA STATO MAFIA/ Mancino chiama Napolitano, che scrive al Pg della Cassazione. Di Pietro interroga il Guardasigilli

Nicola Mancino chiama la presidenza della Repubblica. Scrive diverse lettere, parla con il magistrato Loris D’Ambrosio, consigliere del capo dello Stato. Cerca un aiuto (uno sfogo?) l’ex ministro dell’Interno, ora che le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze stanno ricostruendo la Trattativa Stato-mafia.

di Emiliano Morrone

mancino_napolitanoGià vicepresidente del Csm, Mancino è presidente emerito del Senato. Le cariche, prive di rilievo costituzionale, sono l’argomento con cui D’Ambrosio ribatte a Marco Lillo, del Fatto Quotidiano, che gli chiede se la prassi sia normale. D’Ambrosio replica che c’è l’immunità della funzione di Giorgio Napolitano; spiega che non può dire, se non autorizzato dal presidente. Segue un sms del portavoce, Pasquale Cascella: «evidenti ragioni di correttezza istituzionale impongono un assoluto riserbo sui rapporti tra il Capo dello Stato e i suoi collaboratori: rapporti comunque sempre rispondenti al rigoroso esercizio da parte del presidente Napolitano delle sue prerogative».

Perché Mancino ha telefonato al Quirinale? Perché ha sentito il bisogno di lamentare a D’Ambrosio, e quindi a Napolitano, pressioni dei magistrati palermitani, che lo avrebbero trattato diversamente rispetto ai colleghi di Caltanissetta e Firenze? Perché non si è limitato a compiere il suo dovere di cittadino, collaborando con la giustizia e agevolandone il compito? Perché non riferisce i fatti che conosce, consapevole che dal sangue di quella Trattativa dipendono equilibri di potere attuali?

I ruoli istituzionali, ricoperti o cessati, non possono essere uno schermo, una barriera di protezione, un pretesto per ostacolare la ricerca della verità. La casta non è unicamente soldi e nomine in parlamento. È soprattutto l’opposto dell’eguaglianza stabilita dalla Costituzione. E ne abbiamo conferme, purtroppo, ogni giorno.

Inquieta che Mancino si sia rivolto a Napolitano. Questi ha poi interessato il Procuratore generale della Cassazione, lo si riporta solo come fatto. Colpisce che Enrico Letta, tra i vertici del Pd, abbia accusato Antonio Di Pietro d’insultare il capo dello Stato, con «un attacco volgare», facendo «il salto di qualità finale» nella «sua campagna denigratoria nei confronti del presidente della Repubblica Napolitano e del suo operato, sempre improntato al servizio delle istituzioni».

Di Pietro, che come deputato rappresenta la nazione, ha il dovere di tutelare la Costituzione. E noi abbiamo il dovere di vigilare sul suo operato, su quello del Presidente della Repubblica e su quello degli altri parlamentari, tra cui c’è chi bada a salvarsi dai processi, chi sottrae e distrae fondi pubblici.

Primo, con un post sul suo blog, il leader di IdV ha informato che Napolitano ha scritto a Vitaliano Esposito, pg della Cassazione, riguardo alle ultime dei magistrati palermitani.

Secondo, Di Pietro ha annunciato in rete che l’Italia dei Valori interrogherà in proposito il ministro della Giustizia, per sapere «se le pressioni del Quirinale sul Pg abbiano avuto un seguito».

Per ultimo, Di Pietro si è domandato «perché il procuratore Capo di Palermo si è rifiutato di sottoscrivere l’indagine» e «se questi comportamenti sono la conseguenza di quelle pressioni» (riferibili alle telefonate di Mancino).

Vogliamo sapere. Altrimenti non avrebbe alcun senso andare a Palermo il 19 luglio di ogni anno e ricordare Paolo Borsellino e la lotta alla mafia, che troppi hanno pagato con la vita.

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