Telefonate di Mancino al Colle: via alla protesta popolare?

La questione delle telefonate di Nicola Mancino al consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio, quindi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sembrava chiusa dal – e nel – teatro assurdo della politica. Ha fatto bene Barbara Spinelli a definire “allarmante” l’articolo del 4 luglio scorso di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, per il quale l’iscrizione di Mancino tra gli indagati a Palermo sarebbe un tentativo di “incastrare” l’ex ministro dell’Interno.

di Emiliano Morronetratto da Il Fatto Quotidiano

mancino-napolitano_trattativa_stato_mafiaSu Micromega in edicola c’è un dialogo fra Paolo Flores D’Arcais e la Spinelli, che ragionano sui muri e l’ipocrisia del palazzo, scoperte quelle telefonate nell’inchiesta palermitana sopra la trattativa Stato-mafia. La politica – ed Eugenio Scalfari su Repubblica – ha parlato di “attacco” al capo dello Stato, che non può né deve rendere conto del contenuto di quelle telefonate, ricevute in un momento cruciale per le indagini, dopo 20 anni di menzogne e depistaggi sulla morte di Paolo Borsellino.

Dietro le lezioni di diritto degli ultimi giorni, la cognizione d’immunità e prerogative del capo dello Stato e il rinvio corale ai fondamenti costituzionali, si nascondono due paure: la prima dei vecchi partiti, tutti appesi al decisionismo di Napolitano, artefice del governo d’emergenza Monti; la seconda dei grandi e piccoli pesci in parlamento, interessati a sopravvivere alla rivoluzione popolare, digitale, dell’Italia post-berlusconiana. Tant’è che Scalfari, nel suo editoriale salva-spread di domenica scorsa, quello del decalogo per la moderna Europa delle banche, ha dettato tempi e modi per l’approvazione della nuova legge elettorale. Una legge elettorale che, dopo le urne, dovrà garantire maggioranze controllabili oltralpe; disposte a cedere un pezzo di sovranità nazionale e avanzare nella riduzione del lavoro a schiavitù, delle pensioni a miraggio, delle tasse a cura permanente. Ce lo chiede l’Europa e noi dobbiamo obbedire: se non lo facciamo siamo eversivi, idioti o ignoranti.

Napolitano nominò Monti senatore a vita, poi presidente del Consiglio. Felicità infinita, perché il professore sostituiva Berlusconi, in debito con tutto e con tutti e vittima di se stesso. Di lì a poco sarebbe nata una maggioranza inimmaginabile, d’accordo, “per senso di responsabilità”, ad accollare ai comuni mortali i costi della crisi, dell’immobilismo e della voracità del potere pubblico; di cui si ricordano i Lusi, le mazzette in Finmeccanica, gli stipendi dei Manganelli e le prostitute del magistrato calabrese Vincenzo Giglio, quelle pagate dalla ‘ndrangheta.

A pensarci bene, ora l’obiettivo è arrivare a una legge elettorale che, pure se vince il Pd, permetta a Berlusconi di curare i suoi interessi. Può anche darsi che si riproponga la maggioranza attuale. Di affinità elettive.

La notizia forte è che Salvatore Borsellino, come riportato oggi dal Fatto Quotidiano, “ha chiesto alla procura di Caltanissetta di acquisire tutte le registrazioni delle conversazioni telefoniche tra Nicola Mancino e il Quirinale”. Di Napolitano, Borsellino ha dichiarato: “In questi anni non ha battuto ciglio sui provvedimenti del governo Berlusconi, che io considero cambiali della trattativa”.

Ecco, allora, che esiste un movimento circolare, lungo 20 anni: tutti subiamo il peso e gli equilibri di potere determinati da quella trattativa. Bisogna quindi abbandonare parole e teorie e ritornare subito in piazza, perché Napolitano dica agli italiani che cosa gli ha chiesto Mancino.

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